Mari: un esordio sottotono
Il personaggio di Mari Makinami Illustrious è uno di quelli che capita all’improvviso e scombina le carte in tavola. Quando apparve per la prima volta nel film del 2009 Evangelion: 2.0 You can (not) advance, il suo ruolo sembrò ridursi a quello di una macchietta che doveva rompere forzosamente il triangolo tra Shinji, Asuka e Rei. Un compito davvero ingrato se pensiamo che nella First e nella Second Children la fanbase già trovava non solo una caratterizzazione profonda, ma pure i due opposti con cui empatizzare.
Mari esordiva come un’aggiunta insipida, un di più di cui avremmo potuto fare a meno nonostante il mistero sulla sua identità.

Il primo incontro tra Mari e Shinji è molto fisico. Qui il ragazzo riceve un primo apprezzamento gratuito.
Fortunatamente, nel 2014, con la pubblicazione del capitolo 97 del manga ci venne dato qualche pezzo in più per completare l’enigmatico puzzle di Mari. Yoshiyuki Sadamoto la presentò come una collega e spasimante di Yui Ikari, attribuendole un carattere assai diverso da quello mostrato nel film. La Mari del manga è una sedicenne tormentata da un sentimento di amore e odio: brama Yui e nello stesso tempo non tollera il confronto con lei. L’allegria, le canzoncine e i versi da gatto che contraddistinguono la “Quattrocchi raccomandata” sono del tutto assenti nell’opera cartacea. Questi dettagli avevano infittito il mistero senza offrire un collegamento diretto con le vicende narrate nella serie Rebuild. Sembravano cioè un pungolo creato ad hoc per lo spettatore: la promessa che qualcosa di grosso bolliva in pentola.
Una promessa che Evangelion: 3.0 You can (not) redo non mantenne. La pellicola raffigurò ancora Mari come un mero personaggio di supporto, per quanto abile e sagace. Un personaggio il cui enigma diventava nulla in confronto allo stravolgimento di trama prodotto dallo studio Khara.
Trice Upon a Time: la svolta
Nove anni dopo quel trauma Anno confeziona una sorpresa che difficilmente poteva essere predetta. Sì, in Evangelion: 2.0 avevamo notato lo sblocco del mangianastri di Shinji dopo l’arrivo di Mari, ma non era affatto chiaro cosa volesse simboleggiare.
Evangelion: 3.0 + 1.0 Trice upon a time ci dà la risposta: Mari è il catalizzatore della crescita personale. Ella è la sintesi di Kaworu Nagisa e della Ayanami Type chiamata Signorina Sosia.
Cosa accomuna questi personaggi? Prima di tutto, il fatto che abbiano accolto Shinji nei suoi momenti di estrema fragilità. Laddove Asuka dispensava solo pugni e insulti, Kaworu è stato il miglior confidente del protagonista, mentre la Signorina Sosia è stata quella che non l’ha lasciato solo. La Rei di Evangelion: 3.0 + 1.0 continua a cercare Shinji anche quando questi si vuole estraniare dal mondo. Gli lascia razioni di cibo (Asuka gliele fa ingoiare a forza), gli dice che è circondato di affetti, gli chiede di battezzarla con un nuovo nome. Eppure in entrambi manca qualcosa. Kaworu nasconde importanti segreti e Rei non può offrire un contatto più intimo.
Mari li supera accogliendo senza filtri l’essere di Shinji.
L’attrazione che prova per lui è istintiva, chimica, come dimostra il predominare dell’aspetto olfattivo su quello visivo. Mari è molto fisica e non teme di flirtare facendo leva sul proprio aspetto. In questo si contrappone nettamente tanto a Rei quanto ad Asuka. La prima è infatti inaccessibile sotto l’aspetto erotico, mentre la fisicità manesca della seconda spesso ferisce Shinji senza saperlo spronare.

Mari approccia Shinji senza esitazioni, né timidezza, facendo continui riferimenti a un “odore di adulto”
Mari è nella condizione di poter provare attrazione e di non volerla nascondere. Lei non cela gli apocalittici segreti di Kaworu. Lei non ha il vuoto dentro e non è costretta ad abbandonare Shinji, ma promette di tornarlo a prendere.
Ella dimostra, insomma, di avere cura di lui senza essere condizionata da sovrastrutture di sorta. Il contatto intimo che Mari offre al protagonista è un unicum nella serie, uno dei perni catartici su cui s’innesta l’evoluzione dell’anti-eroe in eroe. I baci di Misato e Asuka non sono nulla in confronto a quelle mani che da dietro coprono gli occhi di Shinji, a quel gioco ammiccante a cui il ragazzo, per la prima volta, non ha paura di cedere.
Il problema è che l’autore non spiega il perché di questi comportamenti. La Quattrocchi raccomandata dimostra affetto ed empatia di punto in bianco e senza avere il tempo materiale di costruire una relazione con Shinji. Sembra cioè agire non tanto in conformità al suo carattere e alla sua storia, ma perché deve agire in un determinato modo.
Deus Ex Machina?
L’orchestrazione di Anno lascia più di qualche dubbio. Evangelion: 3.0 + 1.0 ci mostra un flashback in cui Mari, anziché odiare Gendō per aver conquistato Yui, lo sprona a conoscerla. Qui è di nuovo la Mari allegra e proattiva a entrare in scena, di fatto riscrivendo ciò che era stato proposto nel manga. Anno la caratterizza con tutto ciò che serve a Shinji per scaricare la tensione accumulata nel corso della saga, attuando una manovra da vero e proprio deus ex machina che molto sa di fanservice. Una manovra che qualunque manuale di sceneggiatura definirebbe come difettosa.
Non si può infatti negare che la conclusione di Evangelion: 3.0 + 1.0, per quanto emozionante, abbia in sé la “banalità” del lieto fine delle commedie, in netta controtendenza con i toni tragici di The End of Evangelion. Il fan, ormai confuso e compresso nell’animo, empatizza con Shinji e brama la risoluzione definitiva dei contrasti. Per soddisfarlo, Anno ha inserito un personaggio dal passato fumoso che ha proprio quello scopo.

Mari stuzzica Shinji il quale, per la prima volta, risponde al corteggiamento.
In pochissimi incontri Mari diventa la salvatrice del protagonista e la traditrice (Iscariota) dello spirito iniziale dell’opera. Un personaggio che nei film trova consistenza non per quello che è, ma per quello a cui serve, quando nel manga erano state gettate le basi per qualcosa di molto più profondo.
Un vero peccato se consideriamo che il messaggio di accettazione e l’espressione dei propri sentimenti siano il fulcro dell’educazione affettiva per le nuove generazioni.




