Il laureato – Il suono dell’inadeguatezza

Martina D'Antonio

Gennaio 7, 2022

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Il secondo film di Mike Nichols apre su Ben, il protagonista de il film Il laureato (The graduate) del 1967, intento a tornare a casa con un viaggio in aereo. Mentre lui e la sua valigia passano i rondelli dell’aeroporto, si sente in sottofondo la colonna sonora del film che sussurra:

«Salve oscurità, mia vecchia amica
sono venuto a parlarti nuovamente
perché una visione che fa dolcemente rabbrividire
ha lasciato i suoi semi mentre dormivo
e la visione che è stata piantata nel mio cervello
ancora persiste
nel suono del silenzio».

(Simon and Garfunkel, The sound of silence)

Uno dei versi più celebri della Divina Commedia, così recita: «Nel mezzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai per una selva oscura, ché la diritta via era smarrita». Questo passo dantesco si scompone e, da verso, diventa la narrazione di quello che è considerato dall’American Film Institute il diciassettesimo film americano migliore della storia.

Riprendendo Dante, se una retta via non c’è mai stata, o meglio, se c’è stata, ma è stata tratteggiata da altri, per citare il più recente Zerocalcare, da cosa ci si perde o, meglio, cosa resta? Forse il silenzio, il nulla o il rammarico.

In questo caso Ben ha qualcosa: una laurea. Il suo titolo di studi lo renderà il centro delle attenzioni a una festa organizzata dalla sua famiglia in suo onore, per venerarlo.

Durante la festa, Ben è sedotto dalla moglie del capo del padre che ottiene da lui diversi incontri sessuali, seppur inizialmente declinati. Questo evento, insieme alle insistenti e, apparentemente senza genuino interesse, domande degli altri rispetto al suo futuro, aprono uno squarcio. Squarcio che lo fa sprofondare sempre più in un malessere esistenziale simile a un asfissiante apnea.

L’acqua e la stasi di un tempo che sfugge

Il laureato
Il laureato

L’apnea diventa il sigillo che trattiene e rilascia, allo stesso tempo, il dolore interiore del protagonista; Ben, come assolto, trascorre la maggior parte del suo tempo in piscina, circondato dall’acqua che diviene simbolo di quel dolore inespresso.

L’immagine dell’acqua è da sempre un elemento variamente utilizzato nel cinema e, in quanto immagine, veicolo di diversi significati. Questa, però, non è l’acqua di Incendies, il quarto lungometraggio di Villenueve. Non è l’acqua che spegne il fuoco, che battezza una rinascita, ma è la ricerca di uno spazio vuoto.

Non si emerge dall’acqua, ma ci si sta sotto. È la stasi del tempo, la ricerca di conforto da un passato che sfugge al proprio controllo e sembra scivolare via. È sotto l’acqua della piscina di casa che, il nostro laureato, trova un tempo fermo e atono, pervaso dal solo suono del silenzio.

Ancora l’acquario dei pesci in cui si perde con lo sguardo diventa l’emblema della sua condizione. Un elemento di fuga dalla realtà che serve a dare sollievo, ma solo per pochi istanti, prima di tornare a vivere.

Il laureato
Il laureato

Una spaventosa attualità

Il laureato è uno di quei film che fa paura, sorprende per quanto sembri spaventosamente vicino ai nostri tempi e non, invece, uscito nelle sale da più di cinquant’anni. È il principio della crisi degli ideali nei giovani, ma è anche l’epoca dell’ideale dell’avanzamento di carriera. Ideale che, quarant’anni dopo, avrebbe dato luce al fenomeno delle iperspecializzazioni.

Ne Il laureato si cela un ossimoro già nel titolo stesso. La laurea, infatti, dispiega tanto l’onorificenza ricevuta, quanto il malessere che avvolge il protagonista, ormai avvolto dall’inconsistenza della vita.

Il correre verso qualcosa come il paradosso di scappare dalla stessa

Non a caso il regista Mike Nichols mostra ripetute scene di Ben in auto che sfreccia. Anche nella scena in cui corre da Helen, la giovane figlia dell’amante a cui dichiara il suo amore, lo spettatore può percepire che egli scappi anziché andare, concretamente, verso qualcuno o qualcosa.

La scelta di impedirne le nozze per scappare, poi, insieme, sembra rivelarsi una scelta di ribellione di fronte a una società, una famiglia che ha già deciso tutto per lui, piuttosto che la concretizzazione di una sua prima vera volontà. Gli stessi incontri sessuali con la madre di Helen a cui si concede possono rientrare in questa rottura, in un mero atto di violenza.

In questa visione, Ben e la signora Robins sono immagine speculare l’uno dell’altra: entrambi impegnati a sabotare le loro vite prive di concretezza, l’una con una più matura e disincantata consapevolezza dell’altro.

In questo modo, anche il sabotaggio del matrimonio di Helena può essere più vicino alla rappresentazione della rottura di un ideale, come la profanazione della morale cattolica nell’iconica scena in cui sbarrano le porte della chiesa con una croce, prima di scappare via insieme. L’amore c’entra poco o quasi assolutamente niente.

«È come un continuo impulso ad essere villani, di fronte a delle regole che si sono fatte da sole».

(Ben Braddock)

Ecco che Ben si trova in balia dei suoi eventi, piuttosto che esserne l’artefice; un disincanto che, a poco a poco, si insinua anche nella giovane. Dopo essere scappati insieme dal matrimonio, resta il suono del silenzio, in una delle scene finali migliori della storia del cinema.

Ed è qui che, anche quel barlume di ottimismo e sognante romanticismo che poteva sembrare celarsi almeno nel finale, è totalmente assente. Un finale agre dove, lo smarrimento nei confronti del futuro, spegne le fiamme del desiderio verso la vita. Restano, così, solo occhi vuoti, per un solo attimo entusiasti, poi terrorizzati. Il finale stesso, dunque, mostra ancora una volta i due scappare da qualcosa, come estrema sintesi del moto di questo film.

Due estranei seduti l’uno accanto all’altra accompagnati dal suono dell’inadeguatezza e da un pullman che non si sa dove conduce.

Il laureato
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  • Martina D'Antonio

    26 anni, quasi strizzacervelli
    .
    «Il cinema è la scrittura moderna in cui la luce è inchiostro»
    Jean Cocteau

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