Drive My Car – L’importanza del racconto e di abban(donarsi)

Martina D'Antonio

Febbraio 23, 2022

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Dalla terra dei ciliegi arriva una delle cinque opere candidate a Miglior film straniero, alla 94esima edizione dei premi Oscar.
Diretto dal regista giapponese Ryusuke Hamaguchi, già noto per film come Happy Hour e Asako I & II, Drive My Car espande un racconto della raccolta di Haruki Murakami: Uomini senza donne.

Il film del regista nipponico concorre non solo nella categoria di Miglior film internazionale, ma è anche candidato per Miglior sceneggiatura adattata, regia e film.

Acclamato dalla critica, Drive My Car è tra i favoriti della competizione e, nello specifico, della categoria internazionale, principalmente in sfida con il norvegese La persona peggiore del mondo e con È stata la mano di Dio, del nostro compatriota Paolo Sorrentino.

Yusuke e Oto

Yusuke Kafuku è un attore e drammaturgo dal grande successo e di fama internazionale. Oto, la moglie con la quale ha perso una figlia vent’anni fa, è un ex attrice che scrive sceneggiature per la televisione. Un giorno Yusuke torna a casa, trova la moglie a letto con un altro uomo, ed esce in silenzio.
L’infedeltà di Oto è chiara, ma entrambi tacciono, evitando di affrontare il discorso di petto. A seguito di un’emorragia cerebrale la moglie muore, poco dopo avergli confessato il desiderio di parlare.

Drive My Car
Yusuke e Oto, in una delle prime scene del film

Due anni dopo la sua scomparsa, Yusuke viaggia verso Hiroshima per mettere in scena una versione sperimentale di Zio Vanja di Čechov, rappresentato da attori che recitano in diverse lingue.
Si tratto di un testo di cui Yusuke conosce ogni battuta, ripetuta a memoria grazie all’utilizzo di un nastro che ascolta in ogni viaggio in auto, dove le battute di risposta sono registrate dalla moglie.

Ha così inizio un vero e proprio dialogo con la defunta, con le sue colpe e con ciò che non è stato detto. Un tentativo di negazione, un occhio chiuso riflesso in un glaucoma, sviluppatosi poco prima della morte della moglie. Un dialogo che, da interiore a esteriore, si trasforma e diventa interpersonale nel momento in cui Yusuke, non potendo più guidare la sua auto, riceve un’autista.

La potenza del racconto – Come la lampreda di fiume

Oto: «Di tanto in tanto lei entra nella casa di Yamaga, il suo compagno di scuola e primo amore. Lei non vuole che lui sappia, ma al contempo vuole sapere qualcosa di lui.
Così va a casa sua e di nascosto ogni giorno lascia un oggetto, come firma del suo passaggio lì… ».

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Oto che racconta la storia della lampreda di fiume

Le prime plumbee luci del mattino attraversano un’ampia finestra, rivestendo di blu il corpo nudo di Oto, a letto con il marito. Si lancia quindi in un racconto, come una cantilena o una preghiera buddista. Oto riprende in media res la storia di una ragazzina, in un’altra vita lampreda di fiume, che ogni giorno compie un rituale recandosi dall’amato Yamaga e lasciando degli oggetti in casa di quest’ultimo.

Proprio come in un rituale di natura tantrica, l’apice di ogni incontro sessuale con Yusuke sprigiona e risveglia in Oto una tale energia libidica e creativa da suscitare nuovi nessi e pezzi della stessa storia. Giorno dopo giorno aggiunge capitoli su capitoli e continua a lavorare con costanza alle sue sceneggiature.

La scelta karmica della lampreda di fiume per la giovane protagonista del racconto si rivela poi essenziale per interpretare Drive My Car.

Il pesce di fiume che vive metà della sua vita in acque dolci per poi approdare in quelle salate è un animale grottesco. Dotato di piccoli dentini aguzzi, ha una bocca priva di mascella e provvista di ventosa, attraverso cui morde gli altri organismi, nutrendosene da parassita, passando da una vittima all’altra e facendosi trasportare.

La doppia natura del racconto: legami e potere

L’espediente di Oto per tornare in contatto con il suo flusso creativo non è però utilizzato esclusivamente negli incontri con il marito, ma si ripete con ogni suo amante. Laddove l’ultimo di questi sembra andarne fiero, ritenendosi come privilegiato da questo dono d’amore, il marito, seppure devoto, ne accusa gli effetti. Durante il sesso si mostra spesso provato e svuotato di ogni entusiasmo.

Questa rivelazione, più catartica delle stesse relazioni clandestine, mette fine all’amore idealizzato di Yusuke, che fino ad allora rintracciava in questa capacità la sintonia e unicità del loro legame. Oltretutto comprende che il racconto con gli altri uomini giunge a svolte narrative a lui ancora ignote, simboliche del suo rapporto con Oto.

Il sesso quindi perde la sua potenzialità di collante, viene strumentalizzato e messo al servizio dell’arte per uno scopo narcisistico, tra potere e subordinazione, nutrendosi proprio come la lampreda dei suoi ospiti.

Parallelamente a questo racconto nel racconto, si dispiega anche un’altra narrazione: la rappresentazione di Zio Vanja, il dramma teatrale riadattato da Yusuke.

Drive My Car
Yusuke mentre studia il suo spettacolo teatrale

Come su un doppio livello che si distende all’unisono, dove l’uno non fa perdere mai traccia dell’altro, la narrazione si raddoppia. La narrazione del racconto di Oto parla del passato per poi confluire nella narrazione teatrale, rappresentazione invece del presente nella sua natura più vitale.

Se da un lato quindi la natura del racconto è indagata nei suoi elementi fascinatori e di potere, dall’altro il racconto è visto come una possibilità di riscrivere e rileggere la propria storia, per rivalutare i legami dei protagonisti.

Nessi, fili e tracce di trama vengono ricercati dai personaggi di questo film, tra attori di scena, amanti e autisti. Sopra e fuori dal palcoscenico.

Questa direzione induce lo spettatore stesso a calarsi in più momenti di riflessione, chiedendosi quale sia la vera misura dell’amore e quanto questa possa essere connotata universalmente.

Abban(donarsi) per guardare in avanti

Il rapporto tra il signor Kafuku e la sua autista Misaki è doloroso e profondo, all’inizio afono per poi crescere lentamente, attraverso poche parole.

La possibilità di ascoltare meglio senza l’uso delle parole riemerge anche in un dialogo con un’attrice muta, che sul palco recita nella lingua dei segni coreana. All’interno del film diventa quindi singolare il legame tra il racconto in forma orale e la capacità di ascoltarsi senza suono.

La ventenne Misaki è segnata da un difficile passato, costretta fin da bambina a guidare per chilometri e chilometri per accompagnare la madre, affetta da problemi mentali. Attività che le ha permesso di padroneggiare la propria destrezza al volante. Come per Yusuke, Misaki vede nella guida un metodo d’evasione, per chiudere il mondo fuori.

Attraverso proiezioni reciproche di figli scomparsi e padri sconosciuti, Yusuke e Misaki cercano insieme di elaborare le loro storie, ripercorrendole attraverso il loro legame.

Legame che, in una delle scene visivamente più d’impatto, raggiunge la massima esplorazione negli ultimi minuti di Drive My Car.

Drive My Car
Yusuke Kafuku e Misaki commemorano il passato della madre di Misaki

Misaki: «Mia madre aveva una doppia personalità. Suppongo che Sachi, quella più tenera e infantile, fosse quella che io riuscivo ad amare e che lei l’avesse sviluppata per restare sana in una realtà impossibile. Sapevo che lasciandola lì avrei perso anche l’unica parte buona di mia madre, ma l’ho fatto».

Attraverso questo dialogo Misaki prova a offrire a Yusuke la possibilità di guardare alla moglie e al loro passato insieme, accettandola nella sua totalità. Svanisce quindi la destrutturazione di Oto nei suoi aspetti di moglie amata e in quelli invece inaccettabili. Allo stesso modo, Yusuke permette a Misaki di perdonarsi dall’infanzia dolorosa che ha vissuto.

I due diventano così padroni della loro guida, solo dopo aver permesso a qualcun altro di prendere il volante, facendosi guidare.

Yusuke, Misaka e l’amata Saab 900 rossa

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  • Martina D'Antonio

    26 anni, quasi strizzacervelli
    .
    «Il cinema è la scrittura moderna in cui la luce è inchiostro»
    Jean Cocteau

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