Dopo la sperimentazione estetica di Waking Life (2001) e A Scanner Darkly – Un oscuro scrutare (2006), è tornato Richard Linklater. Apollo 10 e Mezzo è un film in cui scorre la linfa vitale di un’America passata, che risuona di immagini, colori, prodotti, speranze. Al centro un bambino, Stan, e il dolce sogno americano.

Stan e la famiglia vivono a Huston, Texas, durante il particolare periodo della Space Race. Russia e Stati Uniti sono in Guerra fredda, gareggiando a chi raggiunge maggior abilità nella navigazione spaziale. Il clima politico è teso e incerto, ma non importa. La vita scorre, tra pubblicità, hippies, rednecks e white trash.
Tutti vogliono qualcosa, tutti fanno qualcosa.
Stan, per esempio, è affascinato dallo spazio e, come tanti altri americani, sogna la Luna.
Nella sequenza finale di Mad Men c’è un preciso momento in cui tutto si ferma. Don Draper, dopo un’odissea emotiva di sette lunghe stagioni, trova finalmente il suo perché. Il suo arco narrativo si compie in un istante decisivo. La camera si avvicina lentamente, durante una seduta di yoga con un gruppo di hippies su una scogliera, a scoprire il suo volto. Tutto è immobile, ogni muscolo del viso è impegnato nella concentrazione per raggiungere qualcosa: la serenità, la pace. Si scorge un sorriso, accennato, mellifluo. E poi la fine, uno spot pubblicitario. Lo spot pubblicitario di un coro di persone che, compiaciute, intonano insieme un inno alla Coca Cola.
È in quell’esatto preciso momento che si riesce a respirare l’atmosfera degli USA a cavallo tra gli anni ’60 e gli anni ’70. Un’epoca di persuasori occulti, di sovraffollamento produttivo, lo stendardo del consumismo propinato dalla propaganda pubblicitaria. Il culmine di una cultura di massa in una terra dove tutto sembra possibile, tutto appare vendibile, il sogno diventa realtà.
La stessa aria di eccitamento e fibrillazione si respira in tutto Apollo 10 e mezzo.
Dalla caratterizzazione ambientale a quella dei personaggi, tutto grida a gran voce “1969“. Un momento storico in cui gli americani erano minacciati dalle bombe atomiche e dalla Guerra fredda, ma erano comunque intrisi di gioie e speranze.L’America descritta da Linklater, tramite le parole di Stan, è un’America tremendamente ottimista che, piena di sé, guarda all’insieme piuttosto che al particolare. Nonostante le catastrofi, la nazione resta grande.

Stan (Adulto): «Tutta quella dissonanza era tanto da elaborare per una giovane mente. Da una parte ok, il mondo stava andando a rotoli.
Eravamo in guerra in Vietnam, ma ancora più spaventosa era la Guerra Fredda con l’Unione Sovietica che, dicevano, in qualsiasi momento poteva sganciarci addosso una bomba all’idrogeno.
Ma dall’altra parte il futuro era così bello e roseo. Eravamo diretti verso la Luna ed oltre. Era facile essere travolti dalla promessa del futuro e dal pensiero che la scienza e la tecnologia avrebbero, alla fine, risolto quasi tutto».
L’America tra gli anni ’60 e gli anni ’70 viene sintetizzata in una saturazione visiva. Lo racconta bene Stan, e in quell’istante lo schermo viene invaso da immagini e pubblicità di ogni tipo. Gunsmoke, The Monsters, Bonanza, Bewitched, Star Trek, The Dick Van Dyke Show. L’uno si sovrappone all’altro proprio come succede nella mente degli individui, prede della eccessiva comunicazione massmediale. Lo stile visivo si fa portavoce dello stesso modus operandi di quest’ultima, che riempie la vita degli americani svuotando il prodotto di ogni significato. Tutto è mercificato e ridotto a immagine, anche i televisori o i prodotti alimentari.
La positività somministrata dai mass media, incanalata in un’atmosfera di grandezza, si interiorizza nel pubblico, nell’intera popolazione. Tutti si sentono eredi di una smisurata elevatezza morale e importanza individuale. Tutti si credono capaci di grandi imprese, come andare sulla Luna. È proprio questo che ci sta raccontando lo Stan adulto in sottotesto: anche un bambino di dieci anni, inghiottito in questo sistema di leve, può credere di poter andare sulla Luna. Così come il padre che, nonostante la posizione di burocrate, crede di poter contribuire in modo significativo al primo sbarco sulla Luna. Tutti gli americani, le loro azioni e il loro patriottismo concorrono alla concretizzazione di un sogno.

L’anelito all’ostentazione di potenza tramuta, in Apollo 10 e mezzo, intelligentemente, in azione visiva.
I desideri del piccolo Stan, personificazione del sogno americano, si trasformano in una dimensione liminale tra la realtà e la fantasia. Lo spettatore è confuso, si fida ciecamente del narratore onnisciente che gli racconta di essere stato incaricato di una missione speciale. Apollo 10 e mezzo, appunto, un momento limbico e catartico tra due realtà, quella prima e dopo l’Apollo 11. Nel mezzo, c’è Stan che, senza timore di alcun tipo, intraprende un addestramento, raggiunge lo spazio e cammina sul suolo lunare. Ma Stan è lo stesso bambino che si addormenta davanti all’Evento Americano per eccellenza, il primo passo sulla Luna. Una scena che si deve poter raccontare ai propri nipoti, per poter dire «io ero lì».
La realtà allora si concretizza nella dolce fantasia puerile di un infante, che vuole soltanto partecipare al sogno americano.
Nell’ottica di un forte cameratismo, almeno in apparenza, l’individuo trova sé stesso nella comunità. In una sottospecie di sineddoche patriottica, l’individuo è la comunità, e viceversa.
Madre: «Wow, congratulazioni. Ce l’hai fatta»
Padre: «Tutti ce l’abbiamo fatta»
Madre: «Oh, è gentile da parte tua»
Padre: «Ma Stan almeno era sveglio per i primi passi sulla luna?»
Madre: «Non lo so, erano tutti molto stanchi»
Padre: «Voglio solo che possa raccontare ai suoi nipoti che ha visto i primi passi dell’uomo sulla Luna»
Madre: «Beh, lo sai come funziona la memoria. Anche se dormiva, un giorno crederà di aver visto tutto».

In Apollo 10 e mezzo il piano reale si mescola vivacemente con quello finzionale, dando vita a una messa scena sì d’animazione, ma dal sapore fortemente realistico.
La narrazione in prima persona presenta una forte vena documentaristica, erede probabilmente del vissuto del regista stesso, originario di Houston, Texas. Questa, si incarna e viene filtrata da una storia di finzione coinvolgente e aitante. Stan e i suoi cari fanno le veci di una normale famiglia dei sobborghi americani, rendendo i personaggi facilmente riconoscibili e facilitando l’immedesimazione. La fantasia, in questo senso, si realizza attraverso la rappresentazione fittizia del reale, cullandoci tutti in un dolce sogno americano.




