Moon Knight, Inside Out e il trauma nell’episodio 1×05

Gianluca Colella

Maggio 10, 2022

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Le modalità di gestione del trauma di Marc Spector, nell’episodio 1×05 della serie TV Moon Knight, sono un elemento particolarmente interessante su cui riflettere della nuova narrazione Marvel rilasciata su Disney+. Dopo il colpo da sparo inflittogli da Harrow, infatti, il protagonista dalla personalità dissociata, goffo studioso e spietato antieroe, si ritrova in uno spazio etereo e astratto configurato come una struttura psichiatrica, un limbo che precede la sua prematura morte.

All’interno di questo Asylum, che dà il titolo all’episodio, il protagonista interpretato da Oscar Isaac rivive alcune esperienze vissute nel corso del suo passato, che dovranno essere condivise tra Marc e Steven per assicurare all’anima l’assoluzione e l’ingresso nell’al di là delle divinità egizie.

In quell’ospedale psichiatrico, lo spaesato protagonista ha difficoltà ad accettare la diagnosi del dott. Harrow, allegoria del perverso maestro della giustizia che elargisce i giudizi di Ammit contro chiunque gli si pari davanti.

Moon Knight – Le stanze della mente

moon knight
Moon Knight

Nel momento in cui le diverse stanze del manicomio si aprono, per un attimo la trama di Moon Knight sembra essere spaventosamente simile a quella di Legion, in cui David Haller e le sue personalità devono, episodio dopo episodio, ricomporre i pezzi del suo traumatico passato.

Steven Grant fa la stessa cosa, e in una casa d’infanzia in cui un fratello ha perso la vita scopre di essere una personalità e nient’altro. Egli, infatti, non esisteva prima del momento in cui Marc lo creò per dissociarsi dal trauma di abuso domestico subito dalla madre, disperata per l’accidentale morte dell’altro figlio, il fratellino di Marc.

I toni dell’episodio sembrano leggeri, come capita spesso nelle serie Marvel/Disney, ma ciò non cancella la sostanza del trauma, la sua pesantezza e la gravità delle conseguenze per la vita affettiva futura di Marc/Steven, colui che sarà Moon Knight.

In quell’Asylum, dunque, la mitologia egizia offre al protagonista il pretesto di riequilibrarsi con il proprio passato, ma questo movimento prima o poi sarebbe avvenuto comunque; non servono divinità o villain para-terapeutici per fondare l’integrazione della coscienza di una personalità scissa.

La bilancia sacra che pesa i due cuori di Moon Knight è solo un’allegoria, dunque, perché quella danza tra bene e male, colpa e disperazione era già in atto nella sua anima. Konshu lo ha salvato, costringendolo a diventare il suo giustiziere, ma se c’è qualcosa da cui Marc doveva salvarsi, questo era innanzitutto il proprio passato.

Inside Out – Il ruolo del ricordo

Inside Out

Ci si ritrova così a ripensare a Inside Out. Nel film della Pixar la giovane Riley imparava ad accettare le emozioni. A far convivere le infinite sfumature di quello che lei è. Seguendo quest’ultime nel viaggio attraverso l’interiorità dell’adolescente si incontrava Bing Bong, simbolo dell’infanzia. Caduto in una zona buia e dimenticata aiuta gli altri ad andare avanti, e lì rimane imprigionato. Li saluta dal basso per permettere alla bambina a cui è appartenuto di crescere. Un sacrificio doloroso e necessario.

Non c’è una grande differenza rispetto a quello che succede a Steven. Il bravo bambino costruito per rispondere alla depressione violenta della madre si sacrifica per permettere di processare e convivere con il dolore. L’equilibrio dei due cuori sulla bilancia viene ristabilito accettando il passato, facendo i conti per uscire dalla sua prigionia, non bilanciandolo con espedienti.

La protagonista del film d’animazione Disney sulle emozioni deve affrontare alcune fasi di transizioni cruciali per un soggetto in età evolutiva: dal trasloco all’ambientamento in una nuova scuola, le trasformazioni del corpo, l’evoluzione degli affetti e la de-idealizzazione delle figure genitoriali.

Il trauma come via d’uscita

Per questo motivo, che un minimo di trauma colori le esperienze della giovane Riley è comprensibile, ed è proprio lì che le sue antropomorfizzate emozioni intervengono. Ormai famose e iconiche, Gioia, Rabbia, Tristezza, Disgusto e Paura sono le universali forme affettive che orientano l’esistenza di quella ragazza, così diversa eppure così vicina a Marc Spector.

Marc, cui manca l’ipotetica capacità di integrare i propri ricordi felici con quelli tristi, è un passo dietro a Riley probabilmente perché la tonalità scelta per la narrazione di cui è protagonista è un’altra. In quello stesso cosmo Disney, infatti, la Marvel sceglie di dotare il trauma dell’antieroe di una qualità più drastica. Ed è anche giusto, considerando che Riley è una bambina per bambini che vanno al cinema.

Queste due narrazioni sul traumatismo, ma soprattutto sul modo di gestirlo, dunque, suscitano nello spettatore la consapevolezza di quanto sia difficile fare lo sforzo di restare integri, quando ogni fattore interno ed esterno orienta la psiche verso la soluzione ideale, la rimozione, la scissione, la negazione. Meccanismi di difesa apparentemente affascinanti, che implicano però la perdita della continuità interna al proprio Sé, la mancanza di riferimenti spazio-temporali, del fatto che passato, presente e futuro appartengano allo stesso uomo che fa esperienza del mondo.

Riconoscerlo è faticoso sempre; sempre difficile è non perderlo di vista. Ed è per questo che quando il processo riesce, la soddisfazione che ne consegue è catartica.

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