Ischia Film Festival – L’isola del fuoco e Donbass

Martina D'Antonio

Luglio 1, 2022

Resta Aggiornato

Ischia Film Festival – L’isola del fuoco e Donbass

Nella giornata del 25 giugno ha avuto inizio la prima serata della XX° edizione dell’Ischia Film Festival. Uno schermo proiettivo incastonato nell’ampia cattedrale a cielo aperto dell’Assunta, bombardata durante la guerra, che permette di guardare alle pellicole tra il volo di un gabbiano e il bagliore delle stelle che attraversa l’ampio foro delle cupola.

Nella prima serata di apertura, sei le opere proiettate nelle tre aree del castello adibite. Anatolian Leopard, del regista turco Emre Kayis, vede il solitario direttore dello zoo più antico della Turchia occultare, insieme a una delle segretarie, la morte di uno degli animali più anziani dello zoo. Un leopardo dell’Anatolia.

Il regista di Anatolian Leopard, Emre Kayis, e l’interprete Luna Di Meglio, intervistato poco prima della proiezione della sua opera

Once were humans e il docufilm A noi rimane il mondo raccontano invece rispettivamente il ritratto di un italiano giunto in Slovenia come figlio di rifugiati e la Fondazione Wu Ming.

Singing in the Wilderness osserva, invece, un coro cristiano di etnia Miao, per secoli nascosto tra le montagne e ritrovato da un funzionario di propaganda che ne fa un’attrazione nazionale.

Il documentario storico Ischia: Isola del fuoco

Ieri sera abbiamo deciso di seguire la serata proposta nella sala della Cattedrale dell’Assunta dove sono stati proiettati rispettivamente il documentario Ischia: Isola del fuoco e Donbass. L’isola del fuoco precede il candidato ucraino agli Oscar 2019 come miglior film straniero, nella logica di una sala dedicata ai film della sezione “Scenari di guerra”.

L'isola del fuoco

La proiezione del documentario del 1942 della durata di tredici minuti, diretto da Giorgio Ferroni, è introdotto da Roland Sejko, uno dei responsabili dell’Archivio Luce. Tra i primi di una lunga serie di documentari italiani “turistici” prodotti in maniera cospicua in quegli anni, L’isola del fuoco ha come intento quello di censurare le immagini di guerra, riportando all’attenzione quei fittizi scenari capaci di rimandare all’evasione. Sezione documentaristica connotata da forti elementi di cartolinismo, il primo di questa rubrica fu il documentario Pompei.

«Questo aspetto da cartolina rende ancora più conto della volontà di narrare un’idea di quei paesaggi dalla realtà sospesa. Si può infatti dire che Ischia volesse essere raccontata un po’ come “l’isola che non c’è”».

(Roland Sequel)

Narrazione dalla chiara costruzione propagandistica che, dunque, mette insieme e presenta allo spettatore testimonianze falsate per la realizzazione di una realtà altra. Una fantasia di alterità, quella costruita attorno a Ischia, destinata a distruggersi solo un anno dopo con le bombe degli antenati che piombano sull’isola flegrea nel 1943.

Donbass: introdotto da Gianni Canova

Il critico cinematografico e docente universitario Gianni Canova e la vicepresidente Pina Picero

La conversazione tra il critico Gianni Canova e la vicepresidente dell’european parliament Pina Picero ha introdotto la proiezione del primo premio Cannes “Un Certain Regard”: Donbass del regista Sergei Loznitsa. Film del 2018, vede l’inizio delle sue riprese già a partire dal 2014: non ci parla della lungimiranza artistica di un regista, bensì della concreta consapevolezza di una guerra iniziata assai prima delle attuali narrazioni telecroniste.

«Alcuni episodi sono grotteschi. Quello della celebrazione del primo matrimonio con rito della Nuova Russia, con sposi sghignazzanti che sembrano usciti da un film di Fellini. Una scena quasi al limite del kitsch deformante con il versante tragico».

(Gianni Canova)

Donbass
Comparse e troupe nel primo episodio di Donbass, schierati contro un muro nell’attesa che un’esplosione cessi

Quattordici episodi, Ucraina occidentale occupata.

Nella roulotte di latta e sgangherata di un set, una donna acconcia e trucca quella che sembra una comparsa. Poco dopo le comparse corrono verso la location stabilita, perseguitate da incessanti bombe. Tutta la troupe viene messa in fila al muro, quasi come se stesse per avvenire un’esecuzione. Poi la corsa riprende e gli attori iniziano a essere intervistati circa i fatti di guerra della giornata.

Una donna accusata di aver pagato una tangente versa un barile di feci su un politico nel mezzo di una riunione. In una clinica ostetrica affollatissima, due uomini vestiti di nero – che si scopriranno poi essere attori – tentano di far credere al personale ospedaliero una verità altra per salvaguardare un medico.

Un uomo simpatizzante nazista viene legato a un palo e lasciato alle sevizie della gente in strada. Una ufficiante celebra il primo matrimonio ufficializzato con il rito della “Nuova Russia” .

Donbass
Una donna abbiente si reca nei tunnel antibomba per intimare la madre di lasciare quel posto

Quattordici episodi, quattordici scenari di luoghi dove la guerra c’è. Questo è Donbass.

Come detto da Canova, Donbass è un film orrifico. È orrifico nella totale assenza di empatia, nella glaciazione dei suoi personaggi inseriti in location dai colori freddi, ibernanti. Lunghe strade innevate, tunnel ammuffiti e bombe che squarciano quei discorsi atoni tra persone che tentano di creare una parvenza di vicinanza mentre lo spettatore ne resta spiazzato.

Donbass
In uno degli episodi, un gruppo di ragazzi di un paesino scatta un selfie con un simpatizzante nazista

Donbass: l’esaltazione che cela il terrore

È proprio passando per i toni bizzarri e grotteschi fino a quelli più gravi a cui il film riesce ad attingere, che si percepisce l’animo di Donbass. E cioè nello spaesamento più totale dello spettatore che non riesce a decifrare se sia più terrificante vivere sottoterra o partecipare a un matrimonio che diventa la fiera degli orrori.

Nella citata scena del matrimonio, sposi e invitati appaiono galvanizzati. I coniugi, compresa una disorientata ufficiante, sembrano a tratti orchi/vampiri, irritanti, lontani dalle dinamiche umane (a partire dalle strane acconciature delle donne, dai colori a contrasto tra il bianco pallido dei volti e degli abiti con quello dello sgargiante rosso che richiama il sangue, fino alle esaltate espressioni dei volti).

Donbass
In uno degli episodi più interessanti, una ufficiante celebra il primo matrimonio con rito della “Nuova Russia”

I personaggi però, sono così ben alienati e distanti da permettere allo spettatore di non trovare odio in loro, ma di cercarlo al di fuori. Motivo per il quale l’esaltazione e la galvanizzazione rendono perfettamente conto di un sentimento che tenta di soccombere all’angoscia. Allo stesso tempo questa può essere l’esaltazione degli uomini che la guerra la fanno, e l’attonita ufficiante che guarda confusa l’euforia dei presenti ne offre un ulteriore rimando.

Percorrendo in alcuni episodi la falsa riga delle fake news, riprende anche l’animo occultante de L’isola del fuoco. Il terrore in alcuni momenti prova a essere circoscritto, opacizzato, raggirato, tanto che alcune scene appaiono quasi ridicole rispetto alla portata di altre. Ma è in questo gioco in alternanza fra dimensioni che Donbass fa davvero paura.

Leggi anche: Atlantis – Il dramma della sopravvivenza e il conflitto ucraino

Correlati
Share This