Intervista a Giacomo De Bello
Il cinema italiano è in prevalenza romano e proprio l’accentramento della maggior parte delle case di produzione a Roma rappresenta una delle maggiori criticità del nostro cinema. Al di fuori di Roma diventa difficile fare carriera nell’industria dell’audiovisivo e inoltre sul piano della rappresentazione narrativa si avverte spesso una certa monotonia.
Le cose negli ultimi anni hanno iniziato a cambiare: da quando esistono le Film Commission si assiste al tentativo di mettere in scena l’Italia nel suo complesso, non solo nel cinema, ma anche in televisione; è di qualche anno fa infatti il documento che illustra le nuove linee guida per la produzione di fiction, intitolato Nessuno escluso, che per l’appunto prevede di rappresentare anche quelle zone d’Italia fino a ora trascurate. Tuttavia anche i film e le fiction girati e ambientati non a Roma finiscono spesso per avere alle spalle una compagnia di produzione a maggioranza romana.
Come si pone il Veneto in questa situazione, una regione dalla grande importanza cinematografica, sia per essere stata protagonista di alcuni dei più importanti film del ventesimo secolo – citiamo tra tutti Paisà di Roberto Rossellini – ma anche perché ospita la Mostra del Cinema di Venezia?

Nonostante un ritardo rispetto ad altre regioni – ad esempio la Film Commission del Veneto è stata fondata appena nel 2017, ben vent’anni dopo la prima Film Commission italiana – negli ultimi trent’anni hanno fatto la loro comparsa registi e autori che hanno saputo raccontare il Veneto con ambizioni cinematografiche internazionali.
Un esempio su tutti è Carlo Mazzacurati, importante autore padovano scomparso qualche anno fa, che ha raccontato il Veneto riflettendo molto sulla sua identità regionale. Pensiamo poi ad Andrea Segre, autore profondamente ancorato al territorio veneto, che lo ha esplorato attraverso il documentario e il cinema di finzione. C’è anche Claudio Cupellini, anche lui di origine padovana, che dopo le sue esperienze fuori dal Veneto è tornato sul delta del Po con La terra dei figli (2021).
Un altro soggetto molto importante è la Jole Film, fondata nel 1999 da Marco Paolini e Francesco Bonsembiante, che negli anni ha prodotto numerosi film e che ha rappresentato l’ingresso nel mondo del cinema di autori come Andrea Segre o Alice Rohrwacher.
In questo contesto opera la Sangre Malo Film, associazione fondata nel 2019 a Padova. La Sangre Malo Film si occupa di produzione, organizzazione di festival e formazione in ambito cinematografico, oltre a fornire service e troupe cinematografiche in territorio veneto. Ha all’attivo numerosi film tra cortometraggi e mediometraggi, per i quali ha vinto premi nazionali e internazionali.
Con una forte tendenza al cinema di genere e alla sperimentazione, le sue produzioni escono dalle consuetudini del cinema italiano contemporaneo. Padova e il Veneto sono protagonisti di gran parte dei suoi lavori.
Abbiamo intervistato Giacomo De Bello, regista e co-fondatore della Sangre Malo Film, che negli ultimi anni ha firmato numerosi titoli tra cortometraggi e mediometraggi. Di recente, inoltre, ha lavorato a due importanti produzioni internazionali, We Are Who We Are (2020) di Luca Guadagnino, in qualità di 2nd2nd AD, e Mission: Impossible – Dead Reckoning – Parte Uno (2023) di Christopher McQuarrie, come assistente alla regia.

Come hai cominciato a lavorare nel cinema?
Giacomo De Bello
Essendomi diplomato al conservatorio, ho sempre avuto l’ambizione di fare il musicista. Allo stesso tempo, però, sono sempre stato interessato alle storie, ai film, all’arte in generale. Mia nonna e mio papà mi hanno sempre letto storie, mi hanno sempre portato al cinema, quindi è qualcosa che è sempre stato parte di me. Ho compreso che fosse qualcosa che si poteva fare solo a sedici, diciassette anni, quando ho visto tutta una serie di film che mi hanno proprio toccato.
Banalmente è partito tutto da Harry Potter e il Principe Mezzosangue, in cui c’è la fotografia di Bruno Delbonnel che è qualcosa di super artistico. In quel film c’è qualcosa che è fortemente autoriale, artistico e unico. Quindi partendo da lì ho visto anche Inception, The Avengers, che al cinema è stato un’esperienza. E da lì ho cominciato a cercare attivamente i film, prima su Wikipedia, poi ho capito che era meglio Rotten Tomatoes e poi ho capito che era meglio IMDb.
Ho iniziato a farmi una cultura e YouTube è stato un grandissimo aiuto, perché erano gli anni in cui iniziava a esistere la critica online. Poi ho fatto un laboratorio a Londra di quattro settimane, che è un’esperienza che augurerei a tutti, perché per quattro settimane ti fanno fare delle cose pratiche e quindi dici “cavolo, questa cosa la potrei fare davvero”. Da lì ho trovato persone con le mie stesse passioni e ho cominciato a girare tutto quello che potevo girare.
Poi ho trovato il primo lavoretto a Milano e da lì ho trovato Luca Guadagnino. Era una cosa che stavo cercando attivamente, perché al momento Guadagnino era uno dei miei registi preferiti, quindi appena ho sentito questa cosa mi sono informato e ho mandato il curriculum. Mentre lo fai non hai la sensazione di essere dentro, di aver cominciato a lavorare nel cinema. Ma poi due anni dopo capisci che quell’esperienza ti ha aperto le porte.

E invece la Sangre Malo com’è nata?
Giacomo De Bello
Formalmente è nata nel 2019, però come idea è nata nel 2017 quando io e i membri fondatori abbiamo iniziato a lavorare. Prima lavoravamo con un altro gruppo, ma poi ci siamo scissi perché avevamo un’idea diversa di cinema. Il più grande problema del cinema in Italia è che è visto come un qualcosa di parrocchiale, non gli si dà dignità di arte in sé, da un punto di vista popolare. Si pensa sempre che il cinema debba avere una funzione sociale e parrocchiale. Quindi, conoscendo loro, condividendo un’idea di cinema, è nato un gruppo che porta avanti questo ideale.
E perché “Sangre Malo”?
Giacomo De Bello
Perché questo nome simboleggia il fatto che noi crediamo in un cinema che sia un sangue cattivo. E il nostro simbolo è un bicchiere di vino, perché l’idea è di servire al pubblico un bel bicchiere di vino, qualcosa di piacevole, di gustoso, ma che dentro ha del sangue cattivo, qualcosa di forte, che ti stende. Non mi piace usare la parola horror, perché mi sembra che abbia perso il suo significato, preferisco usare “cinema di genere”. Quindi la nostra idea è quella di un’arte che sia un pugno nello stomaco, che però allo stesso tempo sia piacevole, un’esperienza, un’arte che abbia una dignità in sé.

Infatti vedendo i tuoi film (alcuni dei quali disponibili sul canale YouTube della Sangre Malo) si nota che c’è una forte tendenza orrorifica. Quali sono state le tue influenze personali come regista?
Giacomo De Bello
Ogni due mesi ce n’è una nuova. Se dovessi partire dalla matrice, sicuramente Christopher Nolan: perché come dal 2010 in poi ci siamo trovati una generazione di registi che citava Star Wars come loro influenza, tra trent’anni tutti i registi che lavorano nel cinema commerciale diranno che è Nolan il regista che li ha lanciati, perché Nolan ha cambiato il panorama del cinema commerciale. È il regista che ti fa vedere le cose che non avevi mai visto, è un regista che ti si rivolge e ti dice “seguimi”. Nolan è quel regista che ti fa sentire la presenza di un regista.
Oltre a lui, ci sono sia i registi nuovi, come Denis Villeneuve o tra gli europei Joachim Trier, sia i registi vecchi, Jean-Pierre Melville in Francia e Pietro Germi in Italia. Di recente, registi come Ari Aster, Robert Eggers, Jordan Peele hanno fatto qualcosa di straordinario col cinema di genere e quindi le influenze sono tante. C’è anche Nicolas Winding Refn: Drive è stato uno dei primi film di quel tipo che ho visto. Poi c’è Sorrentino, è innegabile. Ho letto un’intervista a Terry Gilliam in cui criticava La grande bellezza perché il giorno prima aveva visto La dolce vita. Per lui, che negli anni Sessanta ha visto La dolce vita, è un conto, per quelli della nostra generazione è un altro.
Riguardo alla Sangre Malo, voi portate avanti anche iniziative di divulgazione, non solo cinematografica, ma artistica in generale, oltre che progetti di formazione. Qual è il vostro obiettivo sotto questo aspetto?
Giacomo De Bello
L’obiettivo idealista e ambizioso è formare un’industria staccata da Roma. Siamo molto convinti della nostra idea di cinema e arte. Siamo molto in disaccordo su come, a livello commerciale e di grande pubblico, viene trattato il cinema, che in Italia viene visto come uno strumento sociale, senza dignità in sé. Allo stesso modo i giovani devono per forza andare a Roma per formarsi nel cinema, mentre in altri paesi europei ci sono politiche forti sulla decentralizzazione del cinema.

E secondo te perché qui non è così?
Giacomo De Bello
È la domanda da mille euro. Negli anni Sessanta, dopo il neorealismo, il cinema italiano è quasi più potente del cinema americano. Negli anni Ottanta, quando capiamo che non possiamo più vivere di quella eredità, c’è Berlusconi che fonda la Mediaset. Prende il controllo anche della Rai, quindi si crea un monopolio commerciale di qualsiasi tipo di entertainment. Il pubblico viene diseducato malamente e quindi adesso viviamo quell’eredità di un pubblico diseducato. Abbiamo una timida rinascita, perché gli autori ci sono, i film originali non mancano, ma occupano una strana nicchia.
L’anno scorso è stato stupendo. Cinque film italiani presentati a Venezia, erano tutti belli. C’erano Martone e Sorrentino che sono giganti, ma c’erano anche i D’Innocenzo, che vivono di un’eredità della periferia romana…che è un problema, perché se gli unici artisti giovani che si possono staccare sono Mainetti perché ha un sacco di soldi o i D’Innocenzo perché riescono a camuffare questi film nel sistema è evidente che c’è un problema. Perché sì, abbiamo una bella rinascita culturale, ma siamo ancora cristallizzati lì, non riusciamo a staccarci.
Si manifesta un problema anche nella fotografia. Parliamoci chiaro, abbiamo anche dei geni, come Luca Bigazzi, però è l’industria che detta le regole e questo si manifesta nel fatto che i film italiani hanno spesso una fotografia tutta uguale. Io con un po’ di fierezza prendo ad esempio i miei ultimi due film, Vignette e Scarrafone e anche La guerra di Valeria, prodotto da noi, che sono film a low budget, ma hanno una fotografia che non ha a che fare con nient’altro, anche perché c’è stata una ricerca: Scarrafone è stato girato con delle lenti vintage, è un film con una tonalità diversa; Vignette è un film girato di notte a Padova e non è assimilabile a nessun’altra tonalità, anche perché c’è una forte matrice punk nella fotografia.
Il Veneto però avrebbe grandi potenzialità sul piano cinematografico, vista anche la presenza della Mostra del Cinema.
Giacomo De Bello
Il Veneto ha il mare, i colli e la pianura a distanza di un’ora e mezza, è ideale come centro cinematografico: le città sono belle, ha i borghi, ha architetture molto diverse tra loro. Per questo io credo fortemente in una realtà di questo tipo. È però un lavoro che richiede anni, perché richiede un lento cambiamento del sistema.

In Veneto poi ci sono autori molto forti, che si sono fatti conoscere a livello nazionale e internazionale, come Claudio Cupellini, per citarne uno. Quindi è strano che non ci sia un’industria veneta altrettanto forte.
Giacomo De Bello
Sì, autori ce ne sono sicuramente. Il problema è che anche loro sono andati via per fare i film. Cupellini ad esempio. Il problema è sempre quello.
Tornando alla Sangre Malo, nell’ultimo anno siete cresciuti molto. Ad esempio, due film come Scarrafone, girato nella campagna dell’Emilia Romagna, e La guerra di Valeria, ambientato durante la Resistenza, sembrano due progetti più complessi dei precedenti. Come vivi questa crescita?
Giacomo De Bello
Fondamentalmente essendo indipendenti e avendo la libertà di fare quello che vogliamo, facciamo quello che facciamo perché ci crediamo. E questo porta in maniera naturale a cercare di superarci ogni volta, anche con paura. Ogni film che facciamo, come autori, è un passo in più ed è qualcosa che ci fa paura, altrimenti non vale la pena farlo. È qualcosa che deve metterti ansia, perché nella risoluzione di quei problemi si crea la particolarità, l’originalità di quel film.

Avete programmi precisi per il futuro, per la Sangre Malo?
Giacomo De Bello
La guerra di Valeria, Vignette, Trecce e Scarrafone sono partiti con la distribuzione, poi abbiamo festival fino a dicembre. Scarrafone è stato distribuito su Chili il 7 luglio, mentre La guerra di Valeria è stato selezionato al Festival Periferia dell’Impero. È in lavorazione anche un nuovo film che è il debutto alla regia di uno dei nostri fondatori, Cesare Bisantis, che dopo aver fatto l’aiuto regia e lo sceneggiatore ha pensato di dirigere una sua sceneggiatura.
Il problema sono sempre i soldi, perché bisogna scontrarsi col fatto che è difficile trovare sponsor. Stiamo anche finendo la post produzione di un film che abbiamo coprodotto che si chiama Mille ponti e abbiamo un film che vorremmo girare a settembre. Quindi vogliamo continuare a girare, perché stare fermi non ci piace. La nostra ambizione forte è la produzione di lungometraggi. Abbiamo almeno sei sceneggiature pronte e molte idee su cui stiamo lavorando.




