The Last of Us 1×01 – L’umana tragedia

Gianluca Colella

Gennaio 20, 2023

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Austin, 26 settembre 2003. Ha inizio la tragedia umana personale e sociale che è The Last of Us. Si tratta di una tragedia annunciata, paventata, tristemente ignorata da quelli che il potere di fare qualcosa per prevenirla lo avevano. Vi ricorda qualcosa?

Prima di addentrarci nelle esperienze di perdita di Joel (Pedro Pascal) e nella rabbia della giovane Ellie (Bella Ramsey), i protagonisti del nuovo capolavoro HBO ispirato dall’omonimo videogioco cult, soffermarsi su quella intervista inventata del 1968 che fa da incipit alla serie, così lontana eppure così pericolosamente vicina, è doveroso.

In quello studio televisivo, un paio di esperti sono intervistati in merito all’evoluzione di una particolare specie di fungo, il Cordyceps. Apparentemente innocuo, uno dei due si domanda cosa potrebbe accadere nel caso in cui esso dovesse mutare, anche solo in una minima parte. Di fronte all’ironico scetticismo dei presenti, l’esperto in questione cita una variabile a caso (il surriscaldamento globale) e tutti restano in silenzio. Si va in pubblicità, lo schermo si annerisce, parte la meravigliosa sigla di Gustavo Santaolalla; la nostalgia colpisce, e siamo pronti (davvero?) a trovare il nostro contatto con quel dolore.

In primo luogo, saranno spese alcune parole per Joel ed Ellie, tese ad analizzare le radici del futuro legame affettivo tra i protagonisti; in secondo luogo, l’approfondimento dell’articolo verterà sulla necessità fisiologica (come quella dovuta all’astinenza di sostanze) di continuare a vivere questa storia in qualche modo, sebbene sia nota a tutti i videogiocatori e anche a coloro che ne hanno solo sentito parlare.

The Last of Us – Joel Miller

The Last of Us
Pedro Pascal è Joel in The Last of Us

«Caro papà, vediamo… Non sei mai nei paraggi, odi la musica che preferisco, praticamente disprezzi i film che mi piacciono, eppure in qualche modo riesci ancora ad essere il miglior papà ogni anno. Come ci riesci? 🙂 Buon compleanno, papi!».

(Sarah)

Per The Last of Us, Joel rappresenta nel bene e nel male l’incarnazione di ciò che l’umanità ha da offrire a sé stessa e al mondo.

Con il suo comportamento burbero, tipico del padre ma anche dell’amico e del fratello maggiore, Joel Miller affronta la vita quotidiana con lo spirito disincantato e allo stesso tempo maturo dell’uomo saggio, che vive secondo medietas ed è in grado costantemente di bilanciare il proprio affetto verso gli altri con il proprio cinismo.

Joel Miller, che è l’uomo intorno al quale è stata costruita questa storia (insieme a Ellie), richiede un’empatia particolare: ci si può approcciare a lui solo con la discreta sensibilità con cui ci si avvicina a una creatura che ha scrutato le profondità del dolore, soffrendo la forma più alta di perdita nel modo più insensato.

Dopo aver perso Sarah, quello che fa a Boston non lo rende un uomo buono, nè tantomeno un antieroe. Joel sussiste, non fa altro che ripetere le stesse attività in un mondo che sembra non volerne sapere più nulla di esseri umani.

Solo in compagnia di sé stesso, quest’uomo vive con il ricordo di Sarah, la piccola figlia, e con la consapevolezza di non volerne mai più sapere di legarsi affettivamente a qualcuno. La malattia di cui soffre, direbbe Marguerite Duras, è la Maladie de la Mort.

The Last of Us – Ellie

«Resisti e sopravvivi». (Ellie)

L’esistenza della giovane e sola Ellie ruota intorno al concetto di forza. Forza ottenuta, acquisita, guadagnata e necessaria per confrontarsi con l’ambiente ostile che la circonda.

Di fronte alla solitudine e all’angoscia di morte che la circondano, la quattordicenne adotta l’unica strategia di coping per non permettere a quel mondo di sopraffarla. La piccola Ellie è la componente che arricchisce la storia di The Last of Us di vita, una vita malata, obbligata e al tempo stesso così intensamente infiammata di rivoluzione.

Con lei, infatti, l’umanità della storia di una società distrutta può riscoprirsi sensibile: attraverso lei, i Clicker possono essere sopraffatti per trovare un senso in ogni giorno, gli schiavisti e i distruttori di vite possono essere affrontati perché lei è un motivo per cui vale la pena vivere, e non soltanto sopravvivere.

Saranno i prossimi episodi a delineare in modo più sincero e commovente la relazione tra lei e Joel, ma quello che abbiamo visto nel pilot è indicativo di una ragazza forte per necessità e matura perché conquista il diritto a offendere coloro che vogliono recare a lei offesa. Tranne Joel, questa creatura così diffidente e pure così simile a lei, per solitudine e sensibilità.

The Last of Us – La necessità di riviverlo

The Last of Us
The Last of Us

Tra tutti gli elementi che mi hanno maggiormente colpito di questo pilot, uno è stato la fedeltà al videogioco, dal punto di vista narrativo, estetico e relativo alle interazioni dei personaggi. Ho avuto la sensazione che nell’ambito del processo di ricostruzione e trasformazione del videogioco in serie tv, larga parte delle attività svolte dai produttori sia consistita nella revisione dell’esperienza del gioco per trasporla in formato filmico nella maniera più fedele possibile, ricostruendo le stesse atmosfere e le medesime sensazioni.

Proprio in questi giorni si sta ampiamente dibattendo rispetto a questa caratteristica, che probabilmente rende The Last of Us un capolavoro in termini di riproduzione del videogioco in serie tv.

Quello che mi ha sorpreso è stata la mia voglia di continuare a vederla nonostante la conoscessi perfettamente. Da un punto di vista di mediazione e ri-mediazione (Grusin, 2015) radicale dell’esperienza culturale, questa è una qualità che probabilmente accompagnerà per intero la prima stagione di TLOU.

Tornare all’adrenalina del gioco senza la componente interattiva data dal costante confronto con l’infezione e la malvagità dei protagonisti è impossibile, ma dal punto di vista seriale questa può essere un’esperienza godibile non solo in termini d’intrattenimento, ma anche dal punto di vista del confronto con la propria sensibilità: quello di cui parlo è la capacità di suscitare in noi stessi l’empatia, per lasciare che qualcosa che conosciamo già ci sconvolga nuovamente.

Non è possibile che lo faccia come se fosse la prima volta, ma è possibile che un contributo al nostro personale processo di civiltà rispetto a noi stessi e al nostro mondo, The Last of Us possa darlo.

Leggi anche: The Last of Us – L’esclusività dell’amore

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