The Last of Us I e II – Omaggio a una Storia

Alessandro Fazio

Dicembre 16, 2020

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Chi scrive non è un esperto di videogiochi. Chi parla, attraverso queste sofferte parole, non vuole raccontare la sua esperienza videoludica. La persona che si rivolge a voi, lettori, ha semplicemente visto (e, per buona parte, giocato) una storia struggente, una di quelle che non esisterebbero se non ci fossero già dei modelli narrativi, ma che riesce a risultare ugualmente archetipale. The Last of Us, nella sua interezza di entrambe le parti, è una Storia che si è guadagnata il suo posto nei cuori di coloro che l’hanno affrontata, a suon di dolorosissime botte rabbrividenti, ma delle quali non si riesce a fare a meno.

È la Storia di Joel, Ellie, Abby, dell’Umanità che ha perso la speranza perché non ha mai saputo di aver avuto una possibilità. The Last of Us è una Storia d’amore, ma è soprattutto la Storia di un paradosso.

Tutto ha inizio in una notte del 2013: nel mondo inizia a diffondersi il fungo Cordyceps, il Male che in poco tempo trasformerà miliardi di persone in anime in pena che possiamo volgarmente chiamare zombie, ma che soprattutto darà inizio a una insostenibile lotta per la sopravvivenza biologica, sociale e civile.

Joel Miller, quella notte, ha perso la sua piccola Sarah, uccisa dai colpi di un soldato devastato dal panico causato dal crollo del mondo attorno a lui. Quella notte, in realtà, Joel ha perso più di un pezzo di anima e di vita, e per 20 anni è sopravvissuto accettando e convincendosi che il suo lato più umano fosse ormai scomparso per sempre.

Non sapeva, però, che in realtà il suo bisogno di amore non era morto, era solo sepolto dal rancore e che bastava solo un innesco per risvegliarlo. Quell’innesco si chiama Ellie.

The Last of Us, sia nella sua prima che nella sua seconda parte, va oltre il puro e semplice intrattenimento, aspirando a qualcosa di più.

Ellie diventa, non in poco tempo, motivo di riscoperta: della vita, della sopravvivenza, dell’amore paterno. Non sarà mai sua figlia Sarah, ma non le manca niente per essere il collante tra il Joel del passato e quello del presente. Ellie, quella ragazzina di quattordici anni un po’ scorbutica, è per Joel la possibilità di avere qualcosa di simile a una vita normale, dopo vent’anni di cinismo e nichilismo.

C’è, tuttavia, un ostacolo che era nato come vivida e stupenda speranza: la ragazzina è immune al fungo e tutta la trama della prima parte di The Last of Us si struttura sugli sforzi dei protagonisti di portare Ellie all’ospedale gestito dalle Luci, in cui, presumibilmente, i dottori la useranno per creare l’agognato vaccino.

Ma è qui che nasceranno i due intoppi, uno conseguenza dell’altro. Le mutazioni e l’instabilità del fungo rendono impossibile la creazione del vaccino e al tempo stesso la sopravvivenza di Ellie: delle due, l’una.

La ragazzina è ignara di questo suo destino ed è a Joel che viene prospettato questo pacchetto irricevibile, non tanto per le questioni morali alla base, quanto invece per l’impossibilità fenomenologica di fare la scelta giusta. Da un lato la speranza per l’umanità di risollevarsi, sconfiggere il morbo e ricostruire, col tempo, una parvenza di civiltà. Dall’altro la sua personale speranza di sopravvivenza, Ellie, che può continuare a vivere solo in un mondo morto, ma che permetterebbe al suo mondo, quello di Joel, di continuare a esistere.

Joel sceglie Ellie, sceglie se stesso. Uccide tutti i membri delle Luci, porta via la ragazzina e le mente dicendole che c’erano altre persone immuni, per questo lei non sarebbe stata di nessun aiuto.

Nella sua furia omicida, tuttavia, Joel non uccide una persona qualunque. Uccide un dottore, probabilmente l’unico in grado di sintetizzare un vaccino in tutto il mondo. Questo dottore ha una figlia: si chiama Abby. È una ragazzina, come Ellie, che si trova a essere ancora più sola in un mondo già dipinto da schizzi di triste e forzato isolamento.

The Last of Us, sia nella sua prima che nella sua seconda parte, va oltre il puro e semplice intrattenimento, aspirando a qualcosa di più.

Cinque anni dopo questi eventi, anni di rancore e frustrazione, anni in cui Ellie ha costretto Joel a confessarle la verità, aggiungendo all’amore l’altra faccia della stessa medaglia, l’odio verso il padre adottivo, Abby riesce finalmente a ottenere la sua vendetta.

Insieme a una sua squadra cattura Joel e, sotto gli occhi di una impotente Ellie, gli fracassa il cranio.

Noi giocatori o semplici spettatori della storia, però, non la vediamo così. Quando l’omicidio avviene, a inizio della seconda parte di The Last of Us, non sappiamo le motivazioni di Abby, e siamo quindi immediatamente catapultati nel dolore e nel desiderio di vendetta di Ellie.

Tuttavia, la geniale scelta di rendere giocabili prima con Ellie e poi con Abby i tre giorni a Seattle, ci permette di comprendere ed empatizzare con la “nuova” ragazza. E soprattutto, riusciamo in questo modo a notare quanto le due protagoniste siano simili: arrabbiate, spietate, ma mai sadiche, altruiste e riconoscenti verso chi le aiuta, sempre determinate a perseguire il loro obiettivo.

Quando arriva il momento del primo showdown, la rabbia di Ellie si scontra con la resistenza di Abby, ed è quest’ultima ad avere la meglio (ed è lei il personaggio giocato in questo frangente) e a mostrare pietà verso una ragazza che, di fatto, persegue la stessa cosa che lei ha cercato per anni: vendetta verso chi l’ha privata del padre. Questa pietà è inoltre susseguente all’omicidio che Ellie commette verso i pochi cari rimasti a Abby, Owen e la compagna incinta Mel: Abby potrebbe uccidere Dina, anche lei incinta ma cara a Ellie, eppure non lo fa.

Va avanti.

The Last of Us, sia nella sua prima che nella sua seconda parte, va oltre il puro e semplice intrattenimento, aspirando a qualcosa di più.

A questo punto della storia, le esigenze narrative di quella macchina perfetta che è The Last of Us II sono molto più ovvie di quanto si possa pensare: le due ragazze, entrambe ancora vive e lontane l’una dall’altra, sono inevitabilmente unite da un destino comune.

È lecito pensare, dunque, che anche la loro fine possa essere condivisa: o moriranno entrambe o sopravvivranno entrambe.

Ellie, perseguitata dalle visioni di Joel in fin di vita, capisce che deve porre fine a questa storia: abbandona Dina e il neonato e parte alla ricerca di Abby, che nel frattempo si è rifugiata in California con il piccolo Lev, compagno di viaggio irrinunciabile.

Lo scontro finale tra le due ragazze, stavolta giocato dal punto di vista di Ellie, racchiude tutta l’essenza di The Last of Us: violenza, sangue, odio, rancore ma, alla fine, flebile luce. Ellie risparmia Abby, ormai sul punto di morire, dopo aver visto ancora una volta Joel, questa volta non nella versione da incubo che precedette la sua morte, ma sereno e vivo.

La pietà, l’amore, la vita subentrano e le due ragazze si separano per sempre, con un destino finalmente separante.

The Last of Us si congeda con l’incerto futuro di Ellie, abbandonata da Dina, e con la ragazza che lascia la chitarra, ultimo simbolo del legame con Joel, nella disabitata casa in cui era vissuta con la fidanzata e il piccolo nell’ultimo anno.

The Last of Us, sia nella sua prima che nella sua seconda parte, va oltre il puro e semplice intrattenimento, aspirando a qualcosa di più.

Si congeda così, non prima però di ricordarci, attraverso il flashback della sera prima della morte di Joel, perché The Last of Us racconta l’amore e lo racconta con un paradosso: il fulcro della Storia passa attraverso quella scelta di Joel, quella scelta che determina poi la sua morte e che spinge Ellie a sentirsi morta. Una scelta fatta per amore, una scelta fatta per una possibilità, la stessa che Ellie vuole dare a se stessa e al padre putativo:

Ellie: «Non credo che potrò mai perdonarti. Ma mi piacerebbe provarci».

Joel: «Ci spero».

Joel non ha mai potuto vedere la concretizzazione di quella possibilità. Ma, a volte, la consapevolezza di una possibilità è tutto ciò che serve. A volte, una possibilità basta.

Leggi anche: Perché Joel Miller?

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