Il riflesso di Leonardo Sciascia nel cinema italiano anni ’70

Lorenzo Sascor

Marzo 29, 2023

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C’è stato un periodo nella storia del cinema italiano, in cui tutti, registi e spettatori, si sono resi conto che non era più tempo di ridere dei vizi dell’italiano medio, che quei vizi avevano assunto una tale dimensione che riderne sarebbe valso a legittimarli. Il cinema ha iniziato a farsi esplicitamente politico, raccontando le ambiguità di un Paese e della sua classe dirigente.

Per individuare l’origine di questo clima, da un lato bisogna tenere a mente il Sessantotto e il sentimento di rinnovamento culturale che aveva partorito; dall’altra il sopraggiungere degli anni di piombo aveva portato la società italiana a porsi delle domande e a mettere in discussione il sistema che guidava il Paese.

Leonardo Sciascia

In questo contesto di riflessione critica un ruolo di ispirazione è stato senza dubbio rivestito da Leonardo Sciascia.

Sciascia si è rivelato fondamentale per due motivi: da un lato ha saputo cogliere un umore interno al tessuto sociale italiano, facendone sia materia narrativa sia spunto di dibattito; dall’altra parte le sue opere letterarie hanno ispirato film che a loro volta si sono interrogati criticamente sulla situazione italiana degli anni ’70.

Nel clima di disillusione collettiva che abbiamo appena accennato, Sciascia non mancò di dire la sua. Nel 1975 lo scrittore siciliano elogia il romanzo di Carlo Emilio Gadda del 1957 Quer pasticciaccio brutto brutto de via Merulana (che Pietro Germi adatterà in Un maledetto imbroglio nel 1959): il romanzo di Gadda è un giallo senza risoluzione, tratto che secondo Sciascia lo rende caratteristico di un Paese come l’Italia, dove i crimini non trovano quasi mai soluzione e i colpevoli non vengono puniti.

Nell'epoca del cinema politico italiano degli anni 70, qual è stato il riflesso di un autore e intellettuale come Leonardo Sciascia?
Carlo Emilio Gadda

Si tratta di una critica spietata nei confronti della situazione italiana che ritroviamo anche all’interno dei romanzi dello stesso Sciascia. Titoli come Il giorno della civetta (1961), pur raccontando una storia locale, arrivano a farsi sineddoche della condizione di un intero Paese.

«Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia»
-Leonardo Sciascia, Il giorno della civetta, 1961

Sciascia non è stato in assoluto il primo scrittore a portare la mafia in letteratura, ma indubbiamente le sue opere sono state decisive per l’ingresso di questo argomento nel cinema: nel 1967, anticipando di qualche anno la corrente politica di cui si è parlato sopra, Elio Petri realizza A ciascuno il suo, tratto dall’omonimo romanzo di Sciascia, secondo film a raccontare esplicitamente Cosa nostra dopo In nome della legge (1949) di Pietro Germi. Se però In nome della legge offriva una visione romantica della mafia, filtrata da una chiave stilistica fortemente vicina al western e in fin dei conti poco realistica, A ciascuno il suo racconta con lucidità la natura profonda, feroce e radicata che caratterizza Cosa nostra.

Tutto il film è costruito su un’idea forte di spionaggio e lenta osservazione, gli occhi onniscienti della mafia entrano nel racconto filmico attraverso il costante utilizzo dello zoom e del teleobbiettivo. Anche le istituzioni finiscono per essere coinvolte in prima persona nella giostra nel crimine e alla fine non rimane più posto nemmeno per la speranza: anche il protagonista, interpretato da Gian Maria Volonté, finisce per soccombere difronte alla potenza di questa creatura tentacolare che è Cosa nostra.

Nell'epoca del cinema politico italiano degli anni 70, qual è stato il riflesso di un autore e intellettuale come Leonardo Sciascia?
A ciascuno il suo (Elio Petri, 1967)

Tali modalità di racconto hanno influenzato altri due filoni della produzione audiovisiva italiana. Da un lato il poliziottesco degli anni Settanta, in particolare in relazione ad alcuni elementi: la poca fiducia nelle istituzioni; la fine tragica a cui va incontro il protagonista; la forte ambiguità delle figure istituzionali. Dall’altra, le modalità narrative qui descritte hanno caratterizzato i titoli sulla mafia di quegli anni, arrivando fino al caso celebre della serie La piovra (Rai, 1984 – 2001) diretta tra gli altri anche da Damiano Damiani, regista del secondo adattamento da Sciascia, Il giorno della civetta (1968).

Quello a cui assistiamo negli anni Settanta, come si è già detto, è un cinema fortemente antipolitico, estremamente critico nei confronti delle istituzioni.

Si tratta di un sentimento che non giustifica l’azione terrorista, ma che sceglie di mettere in luce quelle che sono le contraddizioni di una classe politica da condannare. In tal senso, Sciascia offre un bacino di ispirazioni estremamente interessante per i registi di questa corrente. Solo nel 1976 escono Cadaveri eccellenti di Francesco Rosi e Todo modo di Elio Petri, entrambi tratti da due romanzi dell’autore siciliano ed entrambi interessati alla dimensione occulta del potere politico.

Nell'epoca del cinema politico italiano degli anni 70, qual è stato il riflesso di un autore e intellettuale come Leonardo Sciascia?
Todo modo (Elio Petri, 1976)

Cadaveri eccellenti muove una critica cinica e spietata al PCI, mentre Todo modo mette in scena un racconto grottesco e allegorico al centro del quale vi sono i protagonisti della politica italiana del momento. Ci troviamo negli anni del compromesso storico e questi film raccontano un sentimento di rimprovero nei confronti dell’ipocrisia e dell’opportunismo degli esponenti politici. Todo modo ha per protagonisti vari esponenti della Democrazia Cristiana, mai nominati direttamente. Tra questi c’è Aldo Moro, interpretato da Gian Maria Volonté, il quale porta in scena una versione dell’uomo politico ricca di luci e ombre: sarà difficile dopo il sequestro e il successivo omicidio di Moro, pensare ancora questa figura in termini così controversi.

Il rapimento di Moro da parte delle Brigate Rosse ebbe effettivamente delle ricadute negative sulla circolazione del film, resa già difficile dal clima politico che si respirava alla sua uscita. Quel che è certo è che la pellicola di Petri riuscì a fotografare bene una situazione fortemente controversa, che il cinema italiano avrebbe raccontato ancora in varie occasioni, fino alla recente miniserie di Marco Bellocchio Esterno notte (2022).

Nell'epoca del cinema politico italiano degli anni 70, qual è stato il riflesso di un autore e intellettuale come Leonardo Sciascia?
Todo modo

Il confronto diretto e spietato con i lati oscuri della classe dirigente è stato quindi un fil rouge centrale all’interno delle produzioni ispirate da Sciascia.

In conclusione, va tenuto conto di un aspetto, a parere di chi scrive, fondamentale. La critica di Sciascia alla condizione italiana è sempre passata attraverso l’utilizzo di forme narrative fortemente popolari. Sciascia è stato tra i primi a combinare un gusto per le trame gialle alla denuncia della situazione in Sicilia, ispirando sia scrittori che hanno adottato lo stesso approccio (Andrea Camilleri) o autori che, al di fuori della Sicilia, hanno continuato ad utilizzare modalità narrative melodrammatiche per raccontare la criminalità organizzata in tutto il Paese (si pensi a Roberto Saviano o Giancarlo De Cataldo).

Questo modus operandi è diventato caratteristico di un certo modo di raccontare tali tematiche nella produzione audiovisiva italiana, soprattutto in televisione: Romanzo Criminale – La serie (Sky, 2008 – 2010) e Gomorra – La serie (Sky, 2014 – 2021) sono solo due dei numerosi titoli di successo che negli ultimi decenni si sono contraddistinti proprio per questa fortunata combinazione tra melodramma e narrativa d’impegno civile.

L’indagine di questa modalità di racconto meriterebbe senz’altro un approfondimento a parte; quello che si può fare adesso è riconoscere l’importanza di un approccio come quello di Sciascia che ha saputo individuare nell’affiancamento tra strutture popolari e impegno sociale la chiave per raccontare il marcio di una nazione.

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