«Trovo che Lo scopone scientifico sia una favola molto giusta sulla lotta dei deboli contro i potenti.»
–Luigi Comencini
Era circa il 1947 e Rodolfo Sonego era a Napoli, un po’ cercava di sbarcare il lunario, un po’ cercava di capire come funzionava il mondo del cinema. Erano anni in cui si faceva la fame, a Roma di soldi non ce n’erano, ma Sonego aveva iniziato a dare consulenze per la realizzazione delle sceneggiature di alcuni film dedicati ai movimenti partigiani durante la guerra: dotato di grandi doti comunicative, venne notato nell’Osteria Fratelli Menghi, punto di ritrovi per pittori, scrittori, sceneggiatori e registi.
E così approdò al cinema: Sonego partì per Napoli come assistente di Ferroni, che in quegli anni girò Marechiaro: alloggiava in una pensioncina appena decorosa, con tanti piani e tante stanze, e un portiere, Peppino, con il quale in molti si intrattenevano a chiacchierare.
Un giorno Peppino, tutto trafelato, corse giù dalle scale perché «è arrivata la contessa», una vecchia signora su una Rolls-Royce accompagnata da un autista ancora più vecchio; sembravano entrambi in confidenza con Peppino.
La storia che Sonego racconta continua narrando che Peppino, otto anni prima, aveva trovato in affitto per l’anziana signora (che non era una contessa, ma sicuramente molto ricca) una villa sul mare proprio come lei voleva, ma che aveva anche richiesto la compagnia di qualcuno con cui giocare a carte con lei e il suo autista. Peppino avrebbe anche potuto, portando con sé un amico, ma entrambi non avevano soldi.
Non era un problema però per la contessa, si poteva anche giocare tanto per giocare.
Così iniziò questo sodalizio di carte, tra la Contessa, l’Autista, Peppino e il suo amico Ciccillo: in otto anni la coppia di amici non vinse mai nulla, e le rare volte in cui vincevano, lei riusciva alla fine a riprendersi sempre tutto.

Okay, vi ricorda qualcosa questa storia? Un vago richiamo alla trama del film Lo scopone scientifico di Luigi Comencini, dove tra l’altro il protagonista interpretato da Alberto Sordi si chiama proprio Peppino?
Ebbene sì, Rodolfo Sonego si ispirò a un fatto realmente accaduto, che gli si fermò nella memoria, prese degli appunti per poi scriverne un copione che anni dopo Dino De Laurentiis consegnerà a Luigi Comencini.
Nonostante la riluttanza iniziale di Comencini, per fortuna il film si fece, perché nella filmografia italiana di quegli anni mancherebbe un tassello davvero importante, un film che idealmente apre benissimo la stagione dei Settanta, con una lettura sociale più “sporca” e disillusa rispetto al decennio precedente, che si sposa perfettamente alle veraci critiche all’imperialismo americano e alla sudditanza italiana che già in quegli anni era evidente, descrivendo l’immobilismo di borgata come ormai stanco e svalorizzato, a cui i poveri sono condannati.

La trama è abbastanza semplice ed è totalmente ispirata all’antefatto raccontato da Sonego: i protagonisti della storia sono Peppino (Alberto Sordi) e Antonia (Silvana Mangano), due poverissimi borgatari romani con quattro figli a carico, che come ogni anno attendono l’arrivo de la «vecchia» (Bette Davis) e del suo tuttofare (Joseph Cotten) nella loro villa in periferia, per giocare d’azzardo a Scopone e cercare di cambiare la propria vita fatta di miseria e stanchezza, vincendo una grande somma di denaro. Non un po’ di denaro, ma tantissimo, perché quando hai accumulato debiti e tua sorella è una prostituta e i bambini già lavorano dalla tenera età, non lo vuoi più il rischio di tornare povero con una vincita media.
È pazzesco e surreale anche solo pensare che Bette Davis e Joseph Cotten possano giocare a scopa con Alberto Sordi e Silvana Mangano, figurarsi vederli in un film di stampo chiaramente neorealista, anche se comunque con un’impronta di realismo fiabesco perché l’azione passa dalla periferia della borgata al castello della strega cattiva che si erge sopra le catapecchie e la povertà del mondo circostante.
Bette Davis è in effetti proprio la strega maligna delle favole, una perfida giocatrice che pensa solo ai suoi bisogni (quello di vincere, perché perdere la fa sentire male) che non capisce le necessità dei poveri, una donna sola e senza cuore che incarna soprattutto il simbolo dell’oppressore che non riesce a vedere al di là dell’agiatezza della propria classe sociale, un personaggio sadico che presta sempre alla coppia la somma iniziale per giocare, in un eterno ricatto di speranza e rivalsa.
Lo scopone scientifico di Comencini infatti racconta la storia più antica del mondo, quella degli oppressi contro gli oppressori, dei colonizzati contro i colonizzatori, in una sorta di sindrome di Stoccolma che a volte impedisce di odiare fino in fondo il proprio padrone, come giustamente dirà Mario Carotenuto (che interpreta uno speranzoso professore marxista ancora pieno di entusiasmo e utopie) in una battuta del film:
«Vi siete affezionati alla vecchia, quindi al nemico, così perderete la guerra: dovete cominciare a odiare la vecchia!»
–Mario Carotenuto, Lo scopone scientifico
Non contano l’astuzia o la fortuna, non contano i meriti, il ricco mangerà sempre il povero, dandogli però l’illusione di avere una possibilità, per fargli scoprire poi a sue spese che alla fine contano solo gli equilibri decisi dai potenti, che non potranno mai essere ribaltati se non con delle scelte estreme.
Ed essendo un film di Comenicini, chi meglio di una bambina riuscirà a porre fine alla spirale di infinta pena in cui vertono i protagonisti? Comencini, il regista dei più piccoli, gli unici detentori della verità e in grado di ragionare saggiamente, dà il ruolo salvifico alla figlia della coppia: Cleopatra (Antonella Di Maggio), esasperata dalla follia cieca in cui vertono da anni i genitori, deciderà di uccidere definitivamente la speranza, creando così una pellicola ancora più potente di quella che poteva già essere con la sola critica sociale.

Marco Ferreri, il regista del grottesco, rimase incantato dal film. Racconta Sonego:
«Anche se non mi piacevano tutti i suoi film, tra noi c’era una certa complicità. Si prese una vera cotta per Lo scopone scientifico e fece una propaganda forsennata alla pellicola. Telefonava a tutti dicendo che era un film straordinario, anzi, rivoluzionario.»
-Rodolfo Sonego
Era vero, perché non è da tutti riuscire a utilizzare una partita a carte come rappresentazione delle spietate leggi tra le classi, dando vita a un beffardo e pessimistico saggio sul capitalismo, con il suo volto bonario e affettuoso rappresentato da un’anziana signora che nasconde avidità e individualismo sotto i suoi modi apparentemente gentili, l’americana che rappresenta il sogno americano, miraggio irraggiungibile che fomenta odio promettendo facile ricchezza e prosperità senza mai dare una vera possibilità, destinata in realtà a stagnare solo nelle mani di pochi, i soliti.




