Teorema – La ricca aridità borghese

Eleonora Artesi

Settembre 7, 2021

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Teorema, classe 1968, rientra certamente tra i capolavori cinematografici  pasoliniani più controversi dopo Salò o le 120 giornate di Sodoma, la cui potenza artistica è stata molte volte ostacolata perché dotata di una dinamicità inarrivabile per la società del tempo, invece chiusa e statica, e quindi non in grado di percepire la reale natura dello “sconvolgimento” prodotto da Teorema:

«Lo sconvolgimento che “Teorema” provoca non è affatto di tipo sessuale, è essenzialmente ideologico e mistico. Trattandosi incontestabilmente di un’opera d’arte, “Teorema” non può essere sospettato di oscenità».

(Sentenza del Tribunale di Venezia)

Quest’opera d’arte del cinema (e non solo) pasoliniano è in grado di fornire un accurato spaccato di quella classe sociale che lo stesso Pasolini definiva peggiore, ossia la borghesia, contraddistinta dalle altre per le sue rigide regole, per la forte ostentazione e per l’aridità d’animo.

Teorema non rappresenta solo un’opera cinematografica, ma anche e soprattutto il frutto di una “scrittura unificata”, dal momento che il suo autore, in preda al proprio pazzo e insistente genio creativo, ha preferito dare sfogo a esso scrivendo contemporaneamente il film e il romanzo, mediante, quindi, un’accurata interazione tra narrazione cinematografica e letteraria.

Ciò che si denota maggiormente nelle vicende narrate non è la ricchezza e il benessere materialistico che appartiene alla borghesia, ma la noia che ricopre con la sua polvere pesante, quasi fino a soffocare, l’anima, e la fiamma di rabbia, e di tremenda passione e libidine che, in seguito alla “ventata erotica”, ha accecato i personaggi. Un cambio di emozioni terribilmente e atrocemente radicale che ha chiaramente avuto conseguenze non indifferenti sulla psiche dei personaggi: catatonia, scelte irreversibili, sfrenata lascivia per lievemente soddisfare la cosiddetta «erotica noia borghese» (espressione coniata dallo stilista veneto Edoardo Gallorini ispirandosi a personaggi femminili eleganti e malinconici come Silvana Mangano in Teorema o in Gruppo di famiglia in un interno; Christine Deneuve in Belle de jour; Tilda Swinton in Io sono l’amore) o addirittura misticismo.

Dalla scelta di Pasolini sulle varie ricadute dei personaggi è possibile comprendere, oltre allo spirito cinico, ironico e soprattutto melodrammatico dell’autore, che il filo conduttore di esse sia la perdita dell’idea fittizia che avevano fino a poco tempo prima di loro stessi e la conseguente consapevolezza di possedere un’identità sterile.

Esattamente la consapevolezza dei personaggi della loro triste e misera condizione rende Teorema differente da altre opere sempre inerenti la borghesia.

Tra tutti i discorsi, quello che colpisce maggiormente per la precisione e l’oggettività dell’analisi, è quello di Lucia, la moglie del capo famiglia, interpretata dall’inimitabile Silvana Mangano:

Lucia: «Mi accorgo di non avere alcun interesse. Non parlo di qualche grande interesse, ma nemmeno di piccoli e naturali interessi come quello di mio marito per la sua industria […]. Io nulla. E non so capire come ho potuto vivere in tanto vuoto; eppure ci sono vissuta. Se qualcosa c’era, come un po’ di istintivo amore per la vita, esso inaridisce come un giardino in cui non passa nessuno. In realtà quel vuoto era riempito da falsi e meschini valori, da un orrendo cumulo di idee sbagliate».

Come si può comprendere, quest’opera offre uno spaccato crudo, diretto, cinico, senza giri di parole e ampollosità, della vera essenza di una classe sociale che via via sta scomparendo.

Una parte certamente di rilievo all’interno dei film pasoliniani la assume l’Etna, la Montagna per eccellenza non solo della Sicilia, ma per l’Eurasia, un vulcano che fin dall’antichità viene contraddistinto per il suo nome dalle mille sfumature arabesche (“Giabal”), latine (“Mons Aethna”) e italiche (“Mungibeddu” o “ ‘a Muntagna”).

Si tratta di una figura molto presente nella cinematografia pasoliniana: si ricordano Il Vangelo secondo Matteo (1964), Porcile (1969), I racconti di Canterbury (1972) e naturalmente Teorema.

In quest’ultimo lungometraggio il paesaggio etneo, così potentemente sacrale, contribuisce a creare un forte distacco tra l’ipocrisia e i falsi teatrini di vita tipici  borghesi, e l’assoluta primordialità della vita, dove solo l’anima, la “ψυχή” (psyké) per i greci, riesce a prendere il sopravvento sull’individuo, abbandonando ogni forma di “polvere” o “aridità emotiva” formatasi a causa dei patetici canoni della società odierna, per poi vibrare incredibilmente, facendo morire e rinascere subito dopo l’individuo, come una fenice infuocata che rinasce dalle proprie ceneri.

Il Pasolini regista denuncia ancora una volta la borghesia, la classe sociale più ricca ma al contempo arida e "polverosa" nel modo più atroce

Pasolini sull’Etna

Approfondendo il concetto dell’ aridità d’animo, tale condizione ha origine dalla spietata logica su cui si basa questa classe sociale, una logica che prevede l’obbligo nel seguire in modo rigoroso e senza alcuna eccezione regole e abitudini precisissime e irrisorie, e anche un’eccessiva ostentazione dei beni materiali che si possiede, quasi si volesse colmare il vuoto interiore che si ha.

Ciò che fa davvero rabbrividire è che questa forte sensazione di vuoto non sia dovuta solo alla mancanza di piccoli o grandi interessi, ma alla totale assenza di «un po’ di istintivo amore per la vita», come chiarisce uno dei personaggi.

Riprendendo il discorso sopra riportato di Lucia, esso acquisisce un’incredibile rilevanza non solo per la presenza della consapevolezza della loro “povera” condizione, ma soprattutto per la metafora utilizzata per fare intendere all’interlocutore il vero stato d’animo del personaggio in questione. In questa metafora l’immagine prevalente è un paesaggio terribilmente desertico, tanto da far mancare il respiro al solo pensiero che tristemente rappresenta l’anima di questi personaggi: un’anima che, essendosi dovuta conformare fin da subito a questa perfida logica, non ha avuto la possibilità di incontrare o riconoscere semplici e spontanei stimoli, proprio in quanto estranei al rigido schema borghese.

E non essendoci alcuno stimolo, iniziano a mancare anche delle vere e proprie emozioni; e così facendo si entra nel circolo vizioso della monotonia, più precisamente una monotonia dell’anima, a causa della quale quest’ultima diventa sempre più sterile. Una volta raggiunta la sterilità dell’anima entra in gioco la Belva per eccellenza, colei che dal poeta francese Baudelaire era definita come la bestia più brutta, la più crudele, la più immonda, ma al contempo la più delicata, che si insinua in modo silenzioso, scaltro e viscido nell’animo dell’individuo e che (sempre secondo il poeta) sarebbe «pronta a far della terra un’unica rovina e ad inghiottire il mondo sbadigliando»: questo terribile mostro è la Noia.

Insidiatasi nell’individuo, la Noia si diletta a ricoprire l’anima della sua vittima di una polvere intellettuale così terribilmente pesante, quasi più di mille tonnellate di piombo.

L’unico rimedio, il cosiddetto “φάρμακον” (fàrmakon) che potrebbe in qualche modo salvare l’individuo da questa perdizione dell’anima, è un luogo di una forte potenza sacrale, dove chiaramente è necessario che vi sia l’assenza più totale di un qualsiasi riferimento ai canoni imposti dal fenomeno del consumismo della società odierna (come il paesaggio etneo), in modo da generare il distacco dalla polverosa membrana, con cui era stata coperta l’anima, per facilitare la sua rinascita.

teorema

Laura Betti in “Teorema”

Naturalmente è bene specificare che tale condizione si affianca alla borghesia non in seguito al fenomeno della rivoluzione industriale, ma già dagli albori di essanell’Antica Grecia, per esempio, era percepita con molto disprezzo, soprattutto dagli esponenti delle famiglie aristocratiche, come la classe degli “arricchiti senza valori” e tale spaccato ci viene offerto dai pochi frammenti finora ritrovati delle opere superbamente ironiche e invettive del poeta giambico e ionico Ipponatte.

È chiaro che le critiche del poeta giambico vadano maggiormente a intaccare le qualità o caratteristiche materiali ed esteriori degli esponenti di questa nuova classe sociale; ma, lasciando il posto alla fantasia, si può immaginare che implicitamente autori come Ipponatte andassero a intaccare anche le qualità interiori, e perciò da questo punto di vista potrebbe essere considerato come un anticipatore del “movimento anti-borghese” che poi, dall’Ottocento ai giorni nostri, sarà incarnato, in modo più deciso, da autori odierni come Sandor Màrài ne La donna giusta e come Pier Paolo Pasolini in Teorema e varie interviste.

Il motivo per cui oggigiorno la misera condizione interiore dei borghesi è percepita in modo più altisonante, e anche melodrammatico, è perché il “poeta vate”, o “l’intellettuale” moderno, si contraddistingue dagli altri individui soprattutto per la sua acuta e, alle volte disumana, sensibilità. D’altronde gli intellettuali, come anche gli artisti, rientrano nella categoria che Henry Miller in Tropico del cancro definiva quella delle “creature disumane”.

Leggi anche: L’attualità di Teorema di Pier Paolo Pasolini

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