Fresco vincitore dell’Oscar per la sua interpretazione in A Real Pain (2024), Kieran Culkin ormai è rientrato verso casa, stringendo la sua meritata statuetta. Tornato a casa, si prepara ad un futuro radioso, a nuove, drammatiche interpretazioni e (possibilmente) ad altri prestigiosi premi.
Nel film A Real Pain, diretto da Jesse Eisenberg (noto per aver interpretato Mark Zuckerberg in The Social Network), emergono tematiche che risuonano con alcune considerazioni attuali e inattuali relative alla società moderna e contemporanea, formulate da grandi pensatori del passato più o meno recente. La pellicola segue due cugini americani, David e Benji, che intraprendono un viaggio per esplorare le loro radici e onorare la memoria della nonna polacca, sopravvissuta all’Olocausto. David, un uomo ansioso e conformista, e Benji, carismatico ma instabile, rappresentano due facce dell’adattamento alla società moderna. Il loro viaggio attraverso luoghi storici carichi di dolore diventa un percorso di confronto con le proprie identità e traumi personali.
A Real Pain è un film on the road, in cui i protagonisti vivono esperienze insolite in luoghi estranei, affrontando scontri e tensioni. Al centro della storia c’è la dinamica della strana coppia: due personalità opposte costrette a convivere e a cercare di comprendersi, anche quando sembra impossibile.
Il film, scritto con grande attenzione dallo stesso Eisenberg, segue il modello tipico delle buddy comedies, in cui i protagonisti incarnano due poli opposti della natura umana. Da un lato, la parte impulsiva, caotica e ribelle; dall’altro, quella controllata, ansiosa e responsabile. La loro interazione non è solo il motore della trama, ma anche una rappresentazione simbolica del conflitto interiore umano, alla ricerca di un equilibrio tra libertà e disciplina.
David: la sicurezza della routine

La prima faccia della medaglia, David, si presenta nel suo perfetto e intoccabile stile di vita, irreversibilmente orientato verso il futuro. La normale espressione della sua esistenza dentro e fuori i binari del capitalismo denuncia un’alienazione non ancora definitivamente processata, ma sicuramente nel suo acuto svolgersi.
Sposato, accasato e padre di una bellissima figlia, David propone a Benji il viaggio in Europa più per una forma di compassione nei suoi riguardi che per una spontanea volontà di condividere un’esperienza con lui. Con l’apertura del viaggio, si apre anche l’osservazione cinematografica da un punto di vista esterno su quella che sembra una relazione familiare tipica, normale, fisiologica.
Le sequenze iniziali della commedia ci mettono di fronte alle idiosincrasie di David, ai lati negativi della sua razionalità, così inutile eppure così necessaria. Gli psicofarmaci che sedano i suoi sintomi ansiosi e ossessivo-compulsivi non sono altro che la conseguenza (e la potenziale causa) di un adattamento integrato ma forzato nella visione del mondo che crea un’equivalenza simbolica tutta occidentale tra esistere e funzionare, tra vivere e produrre.
Quando la trama si abbandona all’imprevisto, David appare in profonda difficoltà. In quei casi, la sua sicurezza e la ricerca dei pattern seeking behaviors a lui tanto cari è completamente inutile. La sua coerenza è la sua virtù, ma al tempo stesso il suo principale difetto, fonte delle instabilità che alimentano il rapporto con il cugino.
Benji: l’instabilità delle emozioni

Come la luna di fronte al sole, Benji rispetto a David è menefreghista, a tratti strafottente, impulsivo ai limiti dell’intollerabile, e scontroso. Al tempo stesso, però, è anche comprensivo, sensibile e riconoscente, delicato e apprezza la bellezza.
Non si capisce bene da dove venga, nè i tratti prevalenti della sua personalità, fino alla scena della cena, quando il suo passato viene a galla, con tutto il suo dolore.
Mentre David si chiude nella sicurezza del bagno attendendo la chiamata della moglie, Benji vuole osare. Desidera avere per sé e per il cugino l’occasione (infantile e presente) di fumare quella sostanza sul terrazzo dell’albergo. Desidera amare, desidera desiderare.
Una forza prorompente, la sua, che contagia il resto del gruppo turistico che esplora la Polonia e la sua storia tragica. Persino il ragazzo che li guida è costretto ad ammettere che senza di lui non si sarebbe mai messo in discussione.
Fin qui tutto normale, nella sfera dei contrasti tra due cugini tanto vicini e tanto diversi. E poi, c’è quella scena di A Real Pain. Quella del terrazzo, nel momento in cui David lo mette di fronte alle sue inadeguatezze e alla sua mancanza di piani per il futuro. E, al tempo stesso, quella in cui Benji mette David di fronte alla sua intima noia.
Le emozioni sono imprevedibili, e come tali esse vengono dipinte non soltanto nell’ambito del rapporto interpersonale affettivamente connotato tra i due cugini.
Fromm: del dolore del capitalismo

Alla metà del Novecento, Erich Fromm, psicologo e filosofo tedesco, ne I cosiddetti sani. (The Sane Society), si confrontò con il tema della salute psichica individuale in relazione alla società.
Analizzando i paradossi della società industriale dell’epoca, Fromm descrisse sociologicamente le caratteristiche dell’essere umano “normale” e socialmente adattato, in contrapposizione con il soggetto alienato. Come succede in A Real Pain.
L’alienazione dell’individuo da lui descritta è l’esito del conflitto tra i moti affettivi più intimi e il sistema economico capitalistico. Seguendo Freud nel Disagio della Civiltà (1929), Fromm descrive l’alienazione come condizione in cui l’individuo si sente estraniato da sé stesso, dagli altri e dal mondo, vivendo una vita priva di significato.
L’autore raccoglie considerazioni ricorrenti relative alla crisi della vita e alle dimensioni cliniche che portano il soggetto a soffrire, allontanandosi dalla sua felicità.
La tensione tra i due cugini raccontata nel film è una manifestazione dell’alienazione descritta da Fromm. David incarna l’individuo che si adatta passivamente alle aspettative sociali, mentre Benji rappresenta colui che resiste a tali conformismi, ma senza trovare una direzione costruttiva. La loro incapacità di connettersi profondamente riflette la frammentazione delle relazioni umane in una società che valorizza più l’apparenza e il successo materiale che l’autenticità e la comprensione reciproca.
Con il pretesto del tour del dolore e della memoria storica, l’umanità archetipica dei protagonisti si concilia con l’umanesimo che Fromm auspica, e che consiste nella possibilità di aiutare l’umano ad essere se stesso, superando le proprie contraddizioni.
Fromm sottolinea che l’adattamento a una società malata non è segno di salute mentale, ma piuttosto di una patologia condivisa. In A Real Pain, il viaggio dei protagonisti attraverso i luoghi dell’Olocausto non porta a una catarsi o a una risoluzione, ma mette in luce la difficoltà di trovare un significato autentico in un mondo segnato da traumi storici e personali. Questo rispecchia la visione di Fromm secondo cui la vera sanità mentale richiede una società che promuova l’amore, la creatività e l’autenticità, valori spesso sacrificati nel contesto capitalistico moderno.
Una visione che ha a che fare con il senso della vita, con le nostre idiosincrasie e con i nostri desideri.




