«L’arte sta nel deformare»
(Ettore Petrolini)
A Fiorano Modenese si festeggia il decimo anniversario di Ennesimo Film Festival. Una kermesse con più di centocinquanta proiezioni e ospiti che spaziano dalla scienza al cinema, dall’arte per bambini al musical. Una particolare attenzione è stata data al racconto dei mestieri del cinema.
Torna a Fiorano Modenese l’Ennesimo Film Festival, dove siamo stati anche lo scorso anno. Tra gli ospiti di quest’edizione, per il tema dei mestieri del cinema, c’era Marco Manca: attore teatrale, cantante, direttore musicale, insegnante e voce di personaggi Disney.
In occasione del festival, ha tenuto un workshop sul mestiere del canta-attore, una definizione coniata da Massimo Ranieri, importante riferimento di Marco Manca. Durante il workshop ha guidato studenti e studentesse nell’interpretazione vocale e corporea di brani musicali e attoriali.
In serata, ha incontrato il pubblico con un talk al teatro Astoria di Fiorano, aprendo il secondo appuntamento della selezione ufficiale del Festival. Lo abbiamo intervistato proprio lì, nella cornice del Teatro Atoria, per capire con lui l’arte del canta-attore.

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Attore, cantante, insegnante: come racconteresti il tuo mestiere a chi non lo conosce?
MARCO MANCA
È un mestiere complesso e bellissimo. Un lavoro artigianale e creativo, fatto di ascolto, generosità, disciplina e immaginazione. Comunichiamo con tutto il nostro essere: corpo, voce, intenzioni, silenzi. Il corpo sa cosa serve e cosa no, bisogna imparare ad ascoltarlo e fidarsi, oltre ad esercitarsi. Sul palco non si racconta la realtà — che, come diceva Eduardo De Filippo, non è interessante — ma la sua deformità. È nello straordinario che nasce il racconto vero.
Qual è il tuo rapporto con i personaggi che interpreti?
MARCO MANCA
Alcuni mi assomigliano, altri sono una sfida. Quando ho doppiato il Genio della Lampada nel live action Disney, mi sono commosso: da bambino ascoltavo la voce del maestro Gigi Proietti e il suo iconico “a me gli occhi, please” che faceva dire al genio. Ritrovarmi lì, a prestare la mia voce al “nuovo” Genio, è stato come chiudere un cerchio. Per interpretarlo, l’ho immaginato come un venditore ambulante: eccentrico, sorridente, seduttore e un po’ sovrannaturale proprio come il Genio. L’attore deve usare la fantasia per costruire mondi e attingere alle emozioni umane che saranno sempre condivise, anche in un mondo di intelligenze artificiali. Sono proprio le emozioni la vera cassetta degli attrezzi dell’attore.

Nel tuo lavoro si usa di più la voce o il corpo?
MARCO MANCA
Non credo possano essere separati. La voce nasce nel corpo, e il corpo vibra con la voce. Proprio oggi, durante il workshop, dicevo ai ragazzi: non accompagnate il canto con il gesto spiegato, rischiate di svelare il trucco. Il palco richiede sincerità ma anche illusione, non sovrastruttura. E durante le prove bisogna riflettere sulle proprie azioni ma soprattutto osare: meglio fare troppo e poi limare, aggiungere è sempre più complicato. Bisogna essere generosi col pubblico, sempre, soprattutto a teatro.
Cosa pensi del doppiaggio oggi, tra entusiasmi e critiche?
MARCO MANCA
È un mondo molto più complesso di quanto si pensi. I tempi sono cambiati parecchio: oggi i doppiatori hanno meno tempo e meno possibilità di inventare per rendere il personaggio equivalente nella lingua italiana. I dialoghi non sono tradotti letteralmente e nemmeno i doppiaggi possono esserlo. Ti spiego: gli americani hanno un accento cantilenoso, se noi doppiatori dovessimo rifarlo uguale in italiano uscirebbero tutti accenti veneti, che hanno una cantilena simile! A parte scherzi, quando c’è rispetto per l’opera originale e un lavoro profondo sul personaggio, il doppiaggio è una forma d’arte.
Che consiglio daresti a chi sogna questo mestiere?
MARCO MANCA
Studiate. Sempre. E ascoltate tutto: voi stessi, gli altri, il mondo. Non abbiate fretta. Il mestiere dell’attore è fatto di osservazione, di sensibilità, di lavoro. E di fantasia: la realtà non basta. Per raccontare, serve immaginare.
Un personaggio che porti nel cuore?
MARCO MANCA
Frollo, in Notre Dame de Paris. Uno spettacolo intenso, firmato da Riccardo Cocciante, che ho portato in tournée più di dieci anni fa. Un ruolo impegnativo e oscuro. Mi ha divertito e messo alla prova. Frollo è un personaggio stratificato, pieno di contraddizioni. La gente pensa che sia anziano, ma in relatà nel romanzo di Victor Hugo non ha nemmeno 50 anni. Lo ricordo con grande affetto, sia per lo spettacolo che per il ruolo. I cattivi e i folli, che poi spesso coincidono, sono fra i miei preferiti da interpretare.




