Orson, perché Shakespeare?

Giulio Gentile

Maggio 6, 2025

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Prima pubblicazione il 19 maggio 2021

Orson, perché Shakespeare?

Nei Principi di una scienza nuova intorno alla natura delle nazioni (1725), Giambattista Vico postula un ciclo di tre fasi: teocratica (età degli dei), aristocratica (età degli eroi), democratica (età degli uomini); seguite da un caos dal quale, alla fine, emergerà una nuova età teocratica.

Harold Bloom riprende tale schema nella stesura del Canone Occidentale, la cui figura cardine, elevata a culmine dell’età aristocratica, è William Shakespeare.

«Quest’ultimo [Shakespeare, ndr.] è la figura primaria del Canone occidentale, e l’ho messo in relazione con quasi tutti gli altri (da Chaucer a Montaigne) che lo influenzarono, con i molti che ne furono influenzati (Milton, il dottor Johnson, Goethe, Ibsen, Joyce e Beckett per citarne solo alcuni) e con coloro che tentarono di rifiutarlo: Tolstoj in particolare, insieme a Freud, che si appropriò di Shakespeare lungo tutte le sue opere».

(Harold Bloom, “Il canone occidentale”)

William Shakespeare

Risulta impossibile non effettuare un simile parallelismo nel cinema con la figura di Orson Welles, uno dei quattro o cinque più grandi geni del Novecento: possiamo parafrasare qui quanto Welles sia il canone, fissi il canone, uno spirito che si insinua ovunque, impossibile da imprigionare. Scevro da moralità semplicistiche e dottrine, soltanto da una simile libertà – che lo rendeva “metà regista e metà attore”, cosa che infastidiva Bergman – poterono nascere Quarto potere, L’orgoglio degli Amberson, Rapporto confidenziale o L’infernale Quinlan.

Possiede la vastità del mondo intero, e solo grazie a ciò ne avverte la sostanziale indifferenza; in quel mare sconfinato e tenebroso nulla di fondamentale è limitato al genere, o legato alla cultura, come quando ebbe modo di parlare della scena dell’invito a cena di Bassanio a Shylock ne Il mercante di Venezia.

Jaglom: «Non c’era già qualcosa nella Bibbia sul demonio che prende forma nel maiale? [a proposito della scusa di Shylock per declinare l’invito a cena, ndr.] O è solo un’invenzione di Shakespeare?».

Welles: «No, in realtà Gesù mise una schiera di diavoli nei porci di Gadara. Shakespeare invece voleva solo dare a Shylock un motivo per non mangiare con quelli là».

Orson Welles nei panni di Shylock

Guardando e riguardando i suoi film, forse non arriveremmo a conoscerne il carattere o la personalità – da maestro del falso e della dissimulazione qual era, probabilmente nessuno può aver detto di conoscerlo davvero -, ma ne scorgeremmo senza dubbio la sensibilità e la conoscenza, forse addirittura il temperamento.

Un temperamento formidabile, più vicino a Dante, Milton e Tolstoj che a Shakespeare. Al centro del canone occidentale, come dice Bloom, vi è infatti lo scrittore meno aggressivo e meno autocosciente della propria grandezza di tutti i tempi. Se il Bardo veniva descritto dai suoi conoscenti come una persona abbastanza comune, amabile, socievole, spiritosa, gentile, bonaria, profondamente spontanea e incline alla modestia, come se il creatore di uno stuolo di personaggi memorabili non avesse avuto il vanesio interesse di crearne uno per se stesso; Welles l’esatto opposto.

Orson Welles in “F come Falso”

Non è un così folle azzardo definire lui stesso come il suo miglior personaggio, cui – nel bene o nel male – nessuno poteva restare indifferente.

Esplosivo e esuberante, eclettico, intelligentissimo, solipsista e talvolta privo di una basilare empatia; rimasto, in opposizione alla mutevolezza dei personaggi shakespeariani, uguale a se stesso sin dalla più tenera età, come dichiarò una delle insegnanti che curarono la sua peculiare educazione.

Stupisce talvolta il suo sostanziale disinteresse per il destino delle proprie opere, stavolta analogo a Shakespeare; esemplare in tal senso la sua battuta più famosa: «sono solo un poveraccio che cerca di fare del cinema», in cui è presente quella punta di autocommiserazione un po’ miserabile che lo ha sempre accompagnato. Ed esemplare ci appare la presenza di due differenti versioni di Re Lear, cosa che ha sempre destato sconcerto negli studiosi e soprattutto nelle maestranze teatrali, e che le uniche opere di cui Shakespeare abbia mai corretto le bozze furono le minori Venere e Adone e Il ratto di Lucrezia.

Re Lear

Come se, in linea col suo carattere, per Shakespeare ogni opera non fosse poi così importante. Ma quel disinteresse ha connotati anche più radicali.

Nonostante molta critica non sia stata d’accordo, destino comune a Shakespeare anche in questo caso, Welles si è sempre mostrato libero da ideologie quasi quanto i suoi epici e talvolta sinistri personaggi: Kane, Lime, Arkadin, Quinlan oltre agli shakespeariani Otello e Macbeth. Nessuna teologia, nessuna metafisica, nessuna etica e meno interesse politico di quanto si pensi; centro dell’indagine sono “il prestigio dell’arte” – come si evince da F come Falso, suo postremo testamento artistico – e il mondo dei suoi personaggi.

«Kane era insieme egoista e disinteressato, contemporaneamente un idealista e un imbroglione, un uomo grandissimo e un uomo mediocre. Tutto dipende da chi ne parla. Non viene mai visto attraverso l’occhio obiettivo di un autore. Lo scopo del film risiede, d’altra parte, nel proporre un problema piuttosto che risolverlo».

(Orson Welles)

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Orson Welles e Joseph Cotten in “Quarto potere”

Forse sta anche qui il suo interesse per Shakespeare, così odiato da Johnson per la sua apparente amoralità. Eppure resta sospetta questa ossessione per il torbido e il malsano, per il legno storto dell’umanità e del mondo, in due autori di cui si capisce immediatamente da che parte stiano.

Come Tolstoj trovò la causa del successo delle opere di Shakespeare nel fatto che: «i suoi drammi corrispondevano al modo di pensare irreligioso e immorale delle classi superiori della sua epoca e della nostra, dalle cui opere triviali non si può certo apprendere alcun insegnamento sulla vita», così molti critici hanno visto nell’ossessione di Welles per figure autoritarie e prepotenti come Kane, Quinlan o Lime, da lui esplicitamente detestate, un’insanabile ambiguità.

Ma, proprio rifacendosi a Shakespeare, Orson Welles rispose, in un’intervista, che si tratta semmai di una concezione più vasta della morale: «una specie di cinemascope morale», aggiunse con un sorriso.

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Orson Welles e Charlton Heston ne “L’infernale Quinlan”

Nelle sue interviste come nei suoi film è impossibile non notare, sotto strati di traboccante ironia, un soffuso pessimismo. Lui l’ha spiegata una volta, sempre ispirandosi a Shakespeare, con quella che è forse la sua battuta meno a effetto, ma anche la più significativa, memorabile, rivelatoria.

«Shakespeare era tremendamente pessimista. Ma come molti grandi pessimisti, era anche un idealista. Solo gli ottimisti sono incapaci di capire cosa significa amare un ideale impossibile».

(Orson Welles)

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Autore

  • Giulio Gentile

    Nasce a Caltanissetta, dove viene benedetto dal provincialismo che fa sembrare ogni cosa più grande. Il liceo, l'università, i soggiorni all'estero, guardare film, leggere, scrivere e un'altra cosa che non ricorda, gli sono sembrati qualcosa di sensato. Il provincialismo ha il dono di far vedere ogni banalità sotto una luce vincente.

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