Panahi Jafar, 5 film da vedere: il cinema è una cosa seria

Salvatore Gucciardo

Novembre 3, 2025

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Per Panahi il cinema è una cosa seria.

Lo è stato dal primo film che ha visto al cinema, scappato dal padre e incaricato dalle sorelle di raccontargli la trama dei film che il regime iraniano impediva alle donne di andare a vedere, fino agli ultimi film girati tra arresti domiciliari e semiclandestinità.

Quindi ogni film di Panahi ha un peso. Per sé, per l’Iran e per la storia stessa del cinema. Ogni opera è riflesso del ruolo che Panahi stesso affida al cinema: svelare e descotruire regimi. Da quelli politici fino a quelli cinematografici.

L’Europa ha riconosciuto l’importanza di questo cinema rendendo Panahi l’unico regista, insieme ad Antonioni, ad aver vinto i premi principali dei quattro più prestigiosi festival europei: Pardo d’oro nel 1997 con Lo specchio, Leone d’oro nel 2000 con Il cerchio, Orso d’oro nel 2015 con Taxi Teheran, Palma d’oro nel 2025 con Un semplice incidente.

Perché il cinema di Panahi non è una posa e non lo sarà mai. Quel cinema è necessità. Vita. E l’Europa, almeno questo, l’ha capito.

Ritratto di Jafar Panahi

«In Iran se non fai un film di propaganda governativa non ti fanno lavorare. È questo il vero problema. Allora ti puoi rassegnare o trovare una soluzione.
Ho cominciato così a pensare: cosa potrei mai fare se non facessi regista?»

Jafar Panahi

Lo specchio, 1997

Il testamento di Panahi. La dichiarazione d’intenti di una poetica.

Mina, personaggio di una bambina che vaga dispersa e spaesata nella trafficata Teheran in cerca della sua mamma, ad un certo punto, si rifiuta di essere personaggio. Guarda in camera, si leva i vestiti di scena e scappa via dal set. Non vuole recitare, non vuole stare dentro il suo ruolo. Vuole essere sé stessa. Ma dove va? Panahi e la sua troupe la seguono a sua insaputa, mentre Mina, questa volta, si perde veramente.

Ci sono i bambini di Kiarostami e del cinema post-rivoluzione del ’79, quei bambini portatori morali della libertà. Ma sono diversi. La bambina di Panahi non vuole vestire un ruolo. Non vuole farsi veicolo. Si ribella al cinema. Al regime cinematografico della finzione.

È tempo che il cinema iraniano sveli sé stesso, svelando anche il regime.

«Non sono più nel film, tieni il microfono»
«Perchè?»
«Perché non voglio più recitare»
«Ma avresti preso dei soldi»
«Non voglio più»

Panahi Jafar, 5 film da vedere
Frame da Lo specchio, Panahi, 1997, uno dei cinque film da vedere

Il cerchio, 2000

Le donne sono le prime protagoniste adulte del cinema di Panahi. Perché è dalle donne che parte la vera resistenza. Dalla lotta quotidiana contro le restrizioni del regime islamico, ma soprattutto, del patriarcato. Gira la camera di Panahi attorno a volti di donne che non chiedono giustizia, se la fanno da sé. Ci provano. Resistono.

Le donne non “devono chiedere mai” agli uomini. E Panahi non chiede niente a loro. Le osserva avvicinandosi e allontanandosi. Rispettando una resistenza che dialoga con la sua, ma non è la sua.

Il cerchio si chiuderà, ma fino a quando?

«Abbiate pietà di lei,
della rabbia indifferente di un’immagine
che negli occhi di carta
scioglie il desiderio lontano di uno slancio.»

(Abbiate pietà di lei, Forugh Farrokhzad)

Panahi Jafar, 5 film da vedere
Frame da Il cerchio, Panahi. 2000, uno dei cinque film da vedere

Taxi Teheran, 2015

Ecco che Panahi entra in scena. In risposta alla condanna del 2010 che gli avrebbe impedito di fare film per i prossimi vent’anni, Jafar si mostra. Diventa protagonista e come per ogni suo protagonista, si cuce addosso un ruolo dal quale puntualmente si ribella.

Il regime iraniano vuole silenziare un regime cinematografico?
E lui si ribella.

Diventa tassista che accompagna presunti comuni passeggeri che con la sottile critica presente in ogni storia, ogni personaggio, ogni scelta registica di Panahi, raccontano lo stato delle cose in Iran.

Panahi svela sé stesso, svela il cinema e quindi svela la censura.

Panahi Jafar, 5 film da vedere
Frame da Taxi Teheran, Panahi, 2015, uno dei cinque film da vedere

Gli orsi non esistono, 2022

La finzione cinematografica non esiste?

Dopo anni a svelare il cinema, a sfidare la censura, a ribellarsi, Panahi arriva a questo dubbio. Lui che definisce Ladri di biciclette un «film che non mi mente», si chiede dove stia la verità? Lui che ha fatto del cinema la sua vita, e quindi un costante e materiale atto di libertà, si chiede quale legittimità possiede un immagine?

Un villaggio intero, questa volta, si ribella al regime cinematografico. Accusa lo sguardo di Panahi. Ma è la finzione cinematografica che non esiste? Gli orsi che si crede stiano al confine, non esistono?

Oppure è la nostra paura a farli esistere. Forse la paura che ci allontana dalla verità, dà potere agli orsi e alimenta il regime.

Svelare il cinema, la sua finzione, per svelare il regime, la sua realtà.
E se il cinema tornasse alla finzione?
Cosa succederebbe?

Frame da Gli orsi non esistono
Frame da Gli orsi non esistono, Panahi, 2022

A simple accident, 2025

A simple accident è vendetta. Quella più cruda, più vera, più violenta: la vendetta che non si realizza. Una storia che trasuda rabbia, che racconta la crudeltà senza mostrarla. Quel regime che in ogni opera di Panahi era la radice sotterranea, ora sta dirimpetto alla storia e ai suoi personaggi.

Quegli orsi che esistevano come leggenda, provocando paura, rabbia e ribellione, in A simple accident hanno un corpo, una voce e una gamba in meno.

What you’re going to do? Dice questo corpo senza gamba.
Lo domanda alle sue vittime, lo domanda agli iraniani e lo domanda a Panahi.

La sua risposta è, e sarà sempre: il cinema.

Panahi Jafar, 5 film da vedere
Frame da Un semplice incidente, Panahi, 2025, uno dei cinque film da vedere

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