«Muoio come uno stronzo e ho fatto solo tre film.»
Claudio Caligari
A te Claudio, martire e profeta.
Manifestazione somatica di un dolore insito e invisibile nell’Italia post Pasolini e Aldo Moro,
t’infili come un dentista, senza anestesia, nelle pieghe di un cinema italiano fondamentalmente non pronto,
impaurito da quanto in profondità si spingeva la tua indagine antropologica e sociale,
documentarista del nord adottato dai bassifondi di Roma.
Droga, criminalità, censura, morte.
Tutto parte di un racconto umano, intimo e violento,
che snodi nell’arco di tre film e una manciata di sceneggiature non realizzate,
ostracizzate da un paese afflitto dalla paura di doversi guardare allo specchio.

«Fai la guerriglia in un paese col capitalismo avanzato, è chiaro che perdi.»
Claudio Caligari
Amore tossico è dissezione cruda e autentica di un sottobosco periferico e marginale corroso da un male che non è più solo sostanza, bensì irreversibile malattia della vita.
L’odore della notte è ferrosa e ardente ribellione, nell’eterna tensione mai così tagliente tra borgata e borghesia.
Non essere cattivo è un flebile sussurro di speranza, che non intercetta quanto Amore tossico ma ricostruisce, mette in scena un male simile contrastandolo col potere salvifico dei legami umani.

Dieci anni fa sei scomparso,
e forse suona ridondante porre l’accento su quanto il cinema italiano ti debba delle scuse.
Dunque che l’eco delle tue opere e del tuo grido nel silenzio possa continuare a crescere,
anno dopo anno, più rumoroso, più assordante.
L’eco di un autore fuori posto e fuori orario, eppure perfettamente in tempo.




