Il finale di Il sapore della ciliegia tra Kiarostami, Pavese e Ginzburg – Non fate troppi pettegolezzi

Viola Niccoli

Novembre 10, 2025

Resta Aggiornato

Un uomo muore suicida perché della vita non riesce più ad apprezzare niente, neanche le ciliegie che aveva mangiato con tanto gusto.

Queste parole si addicono non a un uomo soltanto, ma a due: uno guida per le colline sopra Teheran, l’altro si strugge in una stanza d’albergo a Torino; uno è il signor Badī, l’altro è Cesare Pavese.

«Pavese si uccise un’estate che non c’era, a Torino, nessuno di noi.»

(Natalia Ginzburg, Lessico Famigliare, Einaudi, 1963)

Così Natalia Ginzburg annuncia la morte del caro amico in quello che è diventato il suo libro più famoso, Lessico Famigliare. Cesare Garboli vede «un solo errore» nella prosa della scrittrice: i «ritratti fuori misura» di Balbo e Pavese («ma si perdonano volentieri. A confondere e tradire la Narratrice è stata l’amicizia»). È proprio in questi ritratti che il lettore viene a conoscenza di un dettaglio giocoso, tenero e un po’ futile sul poeta: andava matto per le ciliegie.

«Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliegie. Amava le prime ciliegie, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, “sapore di cielo”. Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliegie e scagliava i nòccioli contro i muri con un tiro secco fulmineo.»

Cesare Pavese
Cesare Pavese

«Aveva parlato, per anni, di uccidersi. Nessuno gli credette mai. Quando veniva da me e Leone mangiando ciliegie […] già allora ne parlava.»

Prima di compiere l’estremo gesto Pavese si sarà posto la fatidica domanda del signor Bagheri?

«Vuoi rinunciare al sapore della ciliegia?»

(Il sapore della ciliegia, 1997)

È l’interrogativo finale che viene posto al signor Badī, il protagonista del film di Abbas Kiarostami Il sapore della ciliegia (anche se, per onor di cronaca, bisogna ammettere che quella che in italiano è tradotta come “ciliegia” sarebbe, in lingua originale, il frutto del gelso).

Della vita di Badī lo spettatore non sa niente, se non che vuole mettervi fine. Si aggira così in macchina per le strade e le colline della periferia di Teheran, alla ricerca di un complice disposto a seppellirlo dopo la sua morte.

Incontra tre sconosciuti, i primi due (un militare e un seminarista) rifiutano l’incarico, il terzo accetta: è il signor Bagheri. Ma egli, in cuor suo, spera che l’uomo non attui veramente il proposito, e prova a dissuaderlo facendo ciò che Badī non farà mai nel film: racconta la propria storia.

«Ero agli inizi del mio matrimonio, avevo passato tanti di quei guai, di tutti i tipi. Alla fine ero talmente esausto che ho deciso di farla finita, di liberarmi da questi problemi e basta.»

E così Bagheri una mattina prende una corda, la carica in auto e guida fino a una piantagione di gelsi. Prova a gettare la corda a un ramo, varie volte, ma non riesce ad appenderla. Si arrampica allora sull’albero per legarla, e lì tocca una cosa con la mano… Un gelso.

«E che gelso, dolcissimo… Il primo l’ho mangiato, ho mangiato pure il secondo e anche il terzo… A un certo punto ho visto il cielo che si stava schiarendo, il sole era sorto sopra la montagna: che bel sole, che vista, quanto verde. […] Ero andato a suicidarmi e sono tornato con i gelsi. Capito? Mi ha salvato un gelso.»

"Il sapore della ciliegia" di Abbas Kiarostami e il suicidio
Il sapore della ciliegia (1997)

Alla stregua del signor Bagheri, anche Natalia Ginzburg avrebbe forse potuto fare un discorso simile all’amico se ne avesse avuto l’occasione. Perché anche lei, nell’estate del 1945, aveva tentato il suicidio, e ne ricorda i dettagli – seppur senza indicazioni onomastiche, cronologiche e geografiche esplicite – nel racconto Estate, pubblicato nel 1946 sulla rivista «Darsena Nuova»:

«Io volevo morire per un uomo…»

Natalia non è né un’Arianna né una Didone, non è un’eroina sedotta e abbandonata. L’uomo in questione è il marito Leone Ginzburg, ucciso il 5 febbraio 1944 dalla Gestapo nel carcere di Regina Coeli.

«…ma poi anche per tante altre cose, perché dovevo del denaro a mia madre, e perché la portinaia della pensione puzzava, e perché l’estate era calda, avvampante, nella città piena di ricordi e di strade, e perché pensavo che così com’ero non potevo giovare a nessuno. […] La ripugnanza e la vergogna ci assalgono a un certo istante della nostra vita, e nessuno ha il potere di aiutarci allora. Fu nel pomeriggio di una domenica, avevo comperato del sonnifero in una farmacia.»

Ginzburg ingerisce tutte le pastiglie della confezione, e se sopravvive è perché all’indomani viene ritrovata, priva di sensi, proprio da quella portinaia puzzolente.

Si salva ma è ancora incapace di vivere, fino a quando riceve una lettera che le comunica che i suoi figli hanno la scarlattina, e «l’antica angoscia materna» le «paralizzò il cuore», richiamandola ai suoi doveri, ai suoi sentimenti e alla vita:

«Cosí ripresi a guardare la gente mentre oziavo nei caffè e per le strade, uomini e donne con i loro figli, forse qualcuno aveva avuto una volta quella ripugnanza nel cuore, poi era passato il tempo e l’aveva dimenticato. […] Mi domandavo con meraviglia come avessi potuto interessarmi di cose tanto futili per tutta un’estate.»

Natalia Ginzburg
Natalia Ginzburg

Quale morale possiamo ricavare dal film (posto che morale voglia esserci)? Cosa possiamo trarre dal suicidio di Pavese? E da quello tentato di Ginzburg?

A tal proposito la parte finale del monologo del signor Bagheri risulta emblematica:

«Hai perso la speranza? Stamattina, quando ti sei svegliato, hai dato un’occhiata in giro? Hai guardato il cielo? Non vuoi vedere il sole all’alba? Il rosso e il giallo del sole al tramonto non lo vuoi più vedere? Hai visto la luna? Non vuoi guardare le stelle al chiaro di luna? Quel cerchio tondo tondo della luna, non lo vuoi più vedere? Vuoi chiudere gli occhi?»

Il monologo prosegue con un invito a riflettere sulla bellezza e la ricchezza che la natura offre all’uomo: l’acqua fresca, le stagioni con i loro frutti…

«Tutto questo lo vuoi cancellare? Lo vuoi eliminare? Vuoi rinunciare al sapore della ciliegia? Non rinunciare, io dico “amico mio, non rinunciare”.»

Le parole di Bagheri sono un inno alla vita, un incoraggiamento a trovare un germe di felicità anche nelle piccole cose. Ma a queste parole luminose ne seguono altre più oscure e ambigue:

«Vuoi rinunciare? Rinuncia.»

(Il sapore della ciliegia)

È la libertà di scelta, anche di quella più estrema. Scegliere di vivere o di morire è un atto che nessuno può compiere al posto di un altro, e che non dovrebbe essere giudicato. Se le motivazioni della volontà di morte di Badī fossero esplicitate potrebbero essere valutate come futili, perciò non far conoscere allo spettatore le ragioni di questo gesto è un modo, in primis, per escludere il giudizio.

Se il signor Badī avesse lasciato un messaggio di addio, probabilmente sarebbe stato simile a quello  scritto da Pavese sulla prima pagina del suo Dialoghi con Leucò:

«Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi»

(Cesare Pavese)

Leggi anche: Ci vuole un mito per Cesare Pavese, Alice Rohrwacher e Lazzaro

Autore

Share This