Stranger Things si è conclusa dopo nove anni, lasciando dietro di sé tracce di un classico contemporaneo, emozioni che vanno ben oltre il ricordo di una serie di successo. Dal 2016 al 2025, le cinque stagioni ideate dai fratelli Duffer hanno costruito un universo narrativo che ha attraversato generazioni, intercettando lo sguardo di chi era cresciuto negli anni Ottanta e, allo stesso tempo, parlando con sorprendente precisione emotiva a chi quell’epoca l’ha conosciuta solo per via indiretta.
In un panorama che, dopo l’età dell’oro segnata da The Walking Dead, Breaking Bad e Game of Thrones, faticava a trovare nuovi immaginari condivisi, Stranger Things è riuscita nell’impresa complessa: diventare un racconto collettivo, un’esperienza globale di crescita, dubbio, riconoscimento e legame.
Nel corso delle stagioni, distribuite con una calibrazione chirurgica lungo un decennio, la serie ha seguito Mike, Lucas, Dustin, Will, Eleven, Max e l’intera comunità di Hawkins, accompagnandoli dall’infanzia all’adolescenza, fino a quella soglia fragile e inquieta che separa il mondo dei ragazzi da quello degli adulti: ogni stagione aggiunge un peso, una ferita, una perdita. E mentre loro cambiano, anche lo spettatore è chiamato a fare i conti con il tempo che passa.
Stranger Things non è stata soltanto una storia estetica o narrativa, ma anche emotiva e psicologica. Il fantasy cupo, con suggestioni horror di un immaginario anni Ottanta, ha saputo riportare al centro una sensibilità tipica del racconto che sembrava dimenticata. Sotto la superficie dell’avventura e del mistero, la serie ha sempre parlato di trauma, perdita, crescita.
Vecna: quando il trauma non è elaborato

Il confronto con Vecna/Henry Creel, al centro dell’ultima stagione, non è un climax o uno scontro tra forze opposte, ordinate secondo la grammatica del bene e del male. È la messa in scena di un conflitto radicale tra la materializzazione del trauma quando smette di essere esperienza condivisa e la sua trasformazione in identità chiusa, autosufficiente, assoluta. Vecna non è tanto il “nemico” da sconfiggere, quanto la forma che il dolore può assumere quando non è espresso o condiviso in parola. In questo senso, la sua genesi è profondamente umana: non nasce dalla malvagità, ma dalla solitudine.
Henry Creel diventa Vecna nel momento in cui la sua sofferenza smette di essere relazione e si cristallizza in visione del mondo solitaria e autosufficiente.
Questo era stato intuito da Freud, quando parlava del trauma come di un evento che ritorna, ripetendosi perché non simbolizzato. Vecna è questo ritorno del rimosso elevato a sistema, del sintomo assunto a verità psichica personale. In questo senso, il legame tra lui e Will, il suo “tramite”, testimonia delle similitudini e delle differenze tra entrambi, un po’ come quello tra Voldemort e Harry Potter.
Con Eleven, invece, il rapporto di Vecna è centrale proprio perché mette in scena due destini opposti a partire da una ferita simile. Entrambi sono bambini violati, cresciuti sotto il segno dell’esperimento, del controllo, della riduzione dell’umano a funzione. Ma mentre Eleven riesce a costruire legami, a trovare parole, a essere vista e nominata, Henry sceglie l’isolamento come forma di potere. Qui risuona Nietzsche: la volontà di potenza che nasce non dalla forza, ma dalla ferita. Vecna incarna quella degenerazione della potenza che si nutre di risentimento, trasformando la vulnerabilità in dominio e la solitudine in superiorità morale.
Il Mind Flayer, artefice dell’Abisso e delle vicissitudini che coinvolgono Hawkins, può essere interpretato come una proiezione amplificata della volontà di controllo di Vecna. Non un dio, ma un’ideologia del trauma: un sistema che fagocita, connette, annulla le differenze. È il sogno totalizzante di chi non ha mai imparato a stare nella fragilità della relazione. L’abisso che governa non è cosmico, ma psicologico.

In questo tipo di visione, anche il rapporto con Max assume un valore decisivo. Vecna tenta di reclutarla non perché sia debole, ma perché è ferita; perché il suo dolore è ancora aperto, non cristallizzato. La differenza è sottile ma fondamentale: Max soffre, ma non si identifica con la sofferenza. Il suo salvataggio non avviene per forza, ma per la memoria condivisa, la musica, la voce degli altri. È la dimostrazione che il trauma può essere abitato se resta in relazione.
La corruzione che Stranger Things mette in scena non è dunque soprannaturale: è umana, troppo umana. È la deformazione della debolezza quando viene lasciata sola. Vecna non rappresenta il male assoluto, ma il destino possibile di ogni ferita non riconosciuta. In questo senso, la serie non demonizza il dolore, ma l’isolamento; non condanna la fragilità, ma la sua trasformazione in chiusura. Il vero antagonista, allora, non è Vecna o i Demogorgoni che popolano il Sottosopra, ma la solitudine che impedisce al dolore di diventare esperienza condivisa.
Crescere è attraversare il dolore

Il passaggio all’età adulta è uno dei nuclei più profondi della quinta stagione di Stranger Things, ed è raccontato come una soglia ambigua e instabile. Il college, la ridefinizione dei ruoli e dei legami non sono passaggi di trama, ma dispositivi simbolici. Chiedono la perdita di certezze, la dissoluzione delle protezioni dell’infanzia. In questo spazio di transizione, ciò che non è stato elaborato ritorna. Non come evento eccezionale, ma come peso silenzioso che accompagna la crescita.
La serie riesce così a nominare una verità spesso rimossa: il trauma non è sempre un’esplosione improvvisa. Più spesso è fatto di microfratture quotidiane. Stranger Things si rivolge a una generazione sospesa tra promessa e smarrimento, tra il desiderio di diventare qualcuno e la paura di non essere all’altezza.
Max resta una delle immagini più potenti di questa stagione. Il corpo sospeso tra presenza e assenza, diventa la rappresentazione del blocco traumatico: quando il dolore non trova parole, congela il tempo psichico. Non è solo una ferita, ma un’interruzione del movimento interiore. La sua possibile “ritornanza” non è mai trattata come un miracolo narrativo, ma come un gesto relazionale: avviene perché qualcuno resta, veglia, chiama. Stranger Things ribadisce così una visione profondamente anti-eroica della guarigione: nessuno si salva da solo.
Eleven attraversa forse la trasformazione più radicale. Da figura liminale, costretta fin dall’infanzia a coincidere con il proprio potere, giunge a una consapevolezza decisiva: la forza, da sola, non basta. Il suo potere nasce dal dolore, ma può diventare cura solo se attraversato dalla vulnerabilità. Il vero atto di maturità non è il controllo totale, ma l’accettazione di ciò che sfugge e di ciò che non può controllare.
Mike, spesso in ombra rispetto ai conflitti più spettacolari, rappresenta una funzione essenziale: la parola che tiene insieme. È colui che nomina l’amore quando il caos rischia di inghiottire tutto, che trasforma l’esperienza emotiva in racconto condivisibile. In termini psicologici, incarna la funzione simbolica: dire ciò che fa paura per renderlo abitabile. Dustin e Lucas completano questa costellazione affettiva: il primo con la capacità di trasformare il dolore senza negarlo, il secondo con responsabilità e affidabilità.
Il discorso di Dustin al momento del diploma rappresenta uno dei punti retorici più alti della stagione e della serie. Qui, l’adulto precedente è rifiutato come persona capace di affidabilità e cura, perché solo chi vive nel presente, come i giovani, può essere in grado di trovarsi all’interno del caos corrente.

ùNancy affronta una delle evoluzioni più complesse: divisa tra ambizione, senso di colpa e desiderio di verità, smette di essere la “ragazza razionale”. Steve continua il suo percorso di decentramento: da figura narcisistica a adulto capace di cura, sempre meno definito dal ruolo romantico e sempre più da quello relazionale. Jonathan vive il conflitto della distanza e dell’inadeguatezza, l’ansia di non essere abbastanza quando i legami cambiano forma. Robin, con la sua intelligenza emotiva e la sua vulnerabilità esposta, incarna la possibilità di un’identità che non chiede più di essere giustificata.
I personaggi più giovani, come Holly, e i nuovi ingressi come Derek, ampliano ulteriormente il discorso generazionale: mostrano che il ciclo non si interrompe, che la fragilità si trasmette ma può anche trasformarsi. L’infanzia osserva l’adolescenza, l’adolescenza anticipa l’età adulta, in un continuum emotivo che rifiuta le cesure nette.
Il cuore della quinta stagione non è la battaglia finale, ma ciò che viene dopo: la lenta ricostruzione. Stranger Things rifiuta l’idea di una guarigione totale e propone invece una convivenza consapevole con ciò che ci ha cambiati. In un mondo segnato da crisi e isolamento, il vero antagonista non è Vecna, ma l’idea che si debba affrontare tutto da soli.
Il finale chiude il cerchio con il riconoscimento che la magia dell’infanzia e dell’adolescenza può essere tenuta viva da adulti solo se scegliamo di crederci, passando il testimone ai più giovani e a chi verrà dopo, lasciando nelle loro mani il mondo che resta e tenendo a cuore ciò che resta dell’esperienza vissuta.
Si tratta di elaborazione, di amicizia, di riconoscimento. E i nostri eroi ci sono riusciti dannatamente bene.




