Cosa vuol dire, oggi, comunicare ciò che si sente?
Questo si chiede Narciso, l’ultimo cortometraggio di un grande artigiano del cinema italiano contemporaneo, Ciro D’Emilio, prodotto da David Sassoli, Road To Picture Aps, Arci Solidarietà SCS in collaborazione con Pathos e distribuito da Pathos Distribution.
Filippo, nello sbocciare della sua adolescenza, ha deciso di non credere più nelle parole. Non sa comunicare con il verbo e allora non comunica con li verbo. Il suo corpo però cambia, prova sensazioni e comunica non verbalmente. Ma come gestire questi sentimenti? Nella strana e complessa comunicazione affettiva della nostra epoca, come dare importanza alla parola? Filippo deve solo imparare a riconoscersi e così comunicare.
Il lavoro di Ciro D’Emilio, già dai suoi due lungometraggi Un giorno all’improvviso (2018) e Per niente al mondo (2022), sembra essere uscito dalla bottega di un artigiano. E la sua strada prosegue con, oltre allo sviluppo di più progetti cinematografici, la realizzazione di Erica, una serie dramedy prodotto da RTI e 7Verticale, in uscita nel 2026.
Un autore che si approccia al cinema come ad una materia da modellare, in cui l’attenzione tecnica e la cura nel dettaglio si fanno custodi di un cinema profondamente narrativo, consapevole opera per opera della materia da modellare, dal lungometraggio alla serialità, fino al cortometraggio.
D’Emilio con Narciso costruisce una piccola storia di formazione che racconta, con la semplicità del cortometraggio, una microstoria generazionale, che fa i conti con la fragilità, la complessità e la difficoltà tanto dell’età adolescenziale quanto dell’affettività della nostra epoca. Un corto che fa del suono, dalla parola al rumore più insignificante, il motore metaforico di questo piccolo narciso ribaltato.
Noi di ArteSettima abbiamo intervistato Ciro D’Emilio sul suo lavoro, sui temi generazionali che attraversano Narciso e sull’importanza del cortometraggio.

Perché la metafora di Narciso per raccontare la piccola storia di incomunicabilità di Filippo?
CIRO D’EMILIO
Il progetto nasce grazie al percorso formativo Per Chi Crea – SIAE, svolto all’interno dell’Istituto Comprensivo David Sassoli. Avevamo una platea di ragazz* della scuola media, nello specifico le classi seconde. Quando abbiamo buttato giù lo script abbiamo pensato di ribaltare il mito di Narciso, in maniera provocatoria, e invitare Filippo a vedere la sua immagine riflessa, ma con il tentativo di spronarlo a vedere la sua reale bellezza.

Nel rapporto generazionale tra Filippo e la giardiniera si nasconde tanto l’incomunicabilità quanto la speranza affidata al silenzio delle piante: cosa volevi raccontare attraverso il rapporto tra questi due personaggi?
CIRO D’EMILIO
Mi divertiva e commuoveva come una donna concreta e pragmatica riuscisse a lasciare il segno nel cuore di un ragazzo che aveva deciso ad un certo punto di non comunicare più con le parole. Lei non lo biasima, non ha pena per lui. Anzi, ne vede il lati positivi e prova in tutti i modi a convincerlo che anche se vuole continuare così, non c’è nessun problema. L’importante è cambiare prospettiva e vedere sempre il lato positivo delle cose.

Il periodo pre-adoloscenziale quando si frequenta quell’oscuro imbuto scolastico che sono le scuole medie, rappresenta una delle fasi più complesse, difficili ed emotive della vita di un* ragazz, quant’è stato difficile restringere nel tempo di un cortometraggio questa complessità? Avendo avuto a che fare direttamente con ragazzin dodicenn*, pensi che l’incomunicabilità sia un carattere distintivo di quell’età o si stia amplificando nelle nuove generazioni?
CIRO D’EMILIO
Il periodo storico che stiamo vivendo è sicuramente complesso sul piano della comunicazione affettiva. Si hanno molti più strumenti di venti o trenta anni fa, ma sembra esserci un analfabetismo dei sentimenti, prova anche del fallimento educativo delle generazioni che hanno preceduto quella in questione. Ora non voglio fare di tutta un erba un fascio, però sicuramente noi adulti dovremmo sforzarci di più e comprendere che il linguaggio è cambiato, e lo sguardo anche.

Dal suono ovattato prima del morso alla mela fino al rumore del taglio delle rose, il comparto tecnico-sonoro è molto importante anche per il senso stesso del cortometraggio, tra l’incomunicabilità di Filippo e il mutismo di Maria. Come avete lavorato per valorizzare il silenzio attraverso il suono?
CIRO D’EMILIO
In tutti i miei lavori, dai primi cortometraggi fino ad arrivare ai miei film per il cinema e le serie che ho diretto per la tv, ho sempre dato parecchia importanza al lavoro del suono. Per me è necessario e fondamentale tanto quanto la luce, le scene, la recitazione e via dicendo. Affidandomi sempre alle stesse persone, avendo negli anni formato un team di grandi professionisti, dalla presa diretta fino ad arrivare al mix. Nel caso di Narciso siamo partiti proprio dal morso della mela, che poi ha condizionato le scelte di tutti gli altri elementi sonori fino ad arrivare al finale. Senza dimenticare che anche la voce di Filippo, che sentiamo solo alla fine, è fatta di suoni: anche questo ha condizionato e valorizzato il lavoro del comparto.

Pensi che l’arte del cortometraggio possa intercettare l’interesse anche de* dodicenn*?
CIRO D’EMILIO
Assolutamente si. Il problema è sempre quello di renderlo accessibile e di farlo arrivare alle fasce più giovani. Lavorando anche come formatore in ambito cinematografico, spesso mi trovo a porre questa domanda anche ai miei studenti e alle mie studentesse. E faccio sempre l’esempio dei bambini, che si dice che per partito preso odiano le verdure sin da quando sono svezzatti, e detestano qualsiasi cibo di colore verde. Nel mio caso mia figlia ha mangiato verdure dal primo giorno di svezzamento, e ne è diventata subito golosa. E lo è ancora oggi che è più grande. Attenzione però: il tempo di preparazione di quelle vellutate era molto lungo e curato, per renderlo – oltre che colorato – anche appetitoso.





