«Perché il mare, come l’amore, non si lascia imprigionare»
(Stefano Lorenzi)
Afrodite, nuovo film di Stefano Lorenzi, è un melodramma sommerso.
Nei meandri della superficie profonda propria del mare e della coscienza umana, le onde marine si intrecciano con flussi emotivi che vagano tra desiderio e libertà.
Siamo nella Sicilia degli anni ’90, ma lontani da cartoline immaginarie, sulle tracce di una storia vera. Ludovica – interpretata da Ambra Angiolini – sommozzatrice costretta a recuperare un carico misterioso da un relitto della Seconda Guerra Mondiale chiamato “Afrodite”, e Sabrina – interpretata da Giulia Michelini – sono le protagoniste del film e le non-protagoniste di una vita che non hanno scelto. Insieme, nello spazio liminale offerto dal mare, tra prigionia e libertà, troveranno insieme una via di fuga.
Prodotto da Dakota Film Lab con RAI Cinema e in collaborazione con GreenBoo Production, distribuito da Pathos Distribution, il film ha ottenuto nomination nelle short list dei David di Donatello per il Miglior Compositore (Bruno Falanga) e Miglior Acconciatura (Francesca Tampieri).
Oggi ne parliamo con il regista Stefano Lorenzi.

Ciao Stefano, come stai? E come sta il vostro Afrodite?
STEFANO LORENZI
Sto bene, grazie. E voi?
Afrodite sta facendo la sua strada. È un film che non ha mai cercato scorciatoie e anche ora, mentre è in corsa ai David di Donatello come Opera Prima, è entrato in short list per il compositore e per le acconciature e concorre in tutte le altre categorie, tra cui Miglior Film, Regia, Cast, Fotografia, Sceneggiatura e Montaggio, dove non è prevista una shortlist, continua a fare quello che sa fare meglio: respirare sott’acqua e credere nella propria verità, che piano piano viene a galla.
Afrodite è liberamente ispirato a una storia vera. Ci racconti com’è nato il processo del racconto? Quando e come hai capito che questa vicenda non era solo cronaca, ma materia cinematografica?
STEFANO LORENZI
Quando ho letto quella notizia mi ha colpito un dettaglio preciso: erano in due, su una barca, in mezzo al mare, a recuperare tritolo. Due poveracci anonimi, costretti a farlo per salvarsi la pelle e forse garantirsi un futuro decente. Non c’era eroismo, c’era sopravvivenza. E quella fragilità mi ha affascinato.
Poi c’è stato un momento chiarissimo. Un giorno ero al mare con la maschera e ho visto due bambine che facevano le facce sott’acqua, giocando con le bolle e con quei suoni ovattati che esistono solo lì sotto. Ridevano libere, senza freni. Appena riemergevano cercavano di trattenersi, di non ridere, come se l’acqua fosse il loro segreto e la superficie l’apparenza.
Quella scena mi ha colpito profondamente. Ho immaginato due donne che sulla terra sono prigioniere e che sott’acqua, senza parole, comunicano solo a gesti e con il respiro. In quel momento ho capito che non era più un articolo di giornale. Era cinema.
Io non amo i dialoghi inutili. Se fosse per me il cinema sarebbe quasi muto, fatto di pochissime parole. Vorrei che fossero le immagini a parlare, i corpi, i silenzi. Per certe storie, come Afrodite, il silenzio è più potente di qualsiasi battuta.

Perché raccontare la Sicilia degli anni ’90 oggi? Cosa ne pensi di quello spazio-tempo e della nascita di quel cinema degli eroi dell’antimafia?
STEFANO LORENZI
Perché, come diceva Sciascia, «la Sicilia è una metafora»: ciò che accade lì non riguarda solo un’isola, ma anticipa e riflette le contraddizioni dell’Italia intera. La Sicilia è una lente potentissima. Dentro c’è tutto: il potere e la paura, la bellezza e la ferita, la luce e l’ombra.
Io dico spesso che è come una donna bellissima, violentata. Forse la regione più ricca d’Italia per storia, stratificazione culturale, paesaggio, energia umana. Una terra attraversata da greci, arabi, normanni, spagnoli. Ogni civiltà ha lasciato oro, arte, lingua, memoria. Eppure è una terra vessata da sempre, sfruttata, usata, tradita.
Questa contraddizione mi interessa profondamente. La Sicilia non è uno sfondo, è una creatura viva, ferita e orgogliosa. Raccontarla significa raccontare una bellezza che resiste nonostante tutto. Ed è questo che attraversa Afrodite: la possibilità di rialzarsi, di non accettare la violenza come destino, di trasformare una ferita in coscienza.
Gli anni Novanta in Sicilia sono stati un terremoto morale prima ancora che politico. In quel momento storico era necessario un certo tipo di cinema, quello che ha costruito gli eroi dell’antimafia. Servivano figure luminose, serviva un racconto capace di dare un volto al coraggio e di restituire dignità alla parola “giustizia”. Quel cinema ha avuto una funzione civile enorme: ha creato memoria, ha educato, ha dato speranza.
Ma ogni stagione ha il suo linguaggio. Dopo l’eroe, a me interessa l’essere umano. Mi interessa cosa succede prima del gesto eroico, nel dubbio, nella paura, nella contraddizione. Mi interessa chi non nasce eroe ma diventa coscienza.
Afrodite non racconta l’epica dell’antimafia. Racconta il momento in cui una persona decide di non accettare più la violenza come destino. È un cinema meno dichiarato, più intimo, forse più scomodo. Non ci sono proclami, ci sono corpi, silenzi, scelte.
Il film è talmente essenziale, due location e quattro attori, che quasi non percepisci di essere negli anni Novanta se non stai molto attento. Questa sottrazione lo rende senza tempo. I personaggi vivono in una bolla, concentrati sulla loro ossessione di sopravvivere. Noi entriamo piano nella loro dimensione folle, malata, vera, contraddittoria, attraversata dal dolore e dall’odio ma anche dall’amore.
Ed è proprio l’amore l’unica forza capace di salvare le due protagoniste e portarle fuori da lì, attraverso il mare. È una storia universale perché parla di rinascita. Quando un film racconta coscienze che si risvegliano, non appartiene a un’epoca sola.
Credo che oggi abbiamo bisogno anche di questo: non solo di eroi, ma di responsabilità diffuse, di risvegli individuali. Forse è proprio questa prospettiva più umana che sta facendo trovare ad Afrodite uno spazio nel dialogo contemporaneo.
E devo dire che quando mi ha chiamato Claudio Fava, attuale presidente della Commissione Antimafia e autore de I cento passi, uno dei film simbolo di quella stagione, per dirmi che Afrodite gli era piaciuto molto e che si meritava di essere ai David, mi ha riempito il cuore. Perché significa che non è una rottura con quel cinema, ma una sua evoluzione.
Nel film il mare non è mera cornice, ma linguaggio. Quale significato simbolico e quale evoluzione ha avuto nella narrazione?
STEFANO LORENZI
Nel mare non ci si specchia, si sprofonda. Sott’acqua non puoi mentire. Non puoi parlare. L’immersione è verticale perché scendi negli abissi, ma è anche orizzontale perché è il respiro che ti attraversa insieme al battito del cuore. È un’esperienza totale. È il viaggio di chi sceglie di non restare in superficie.
Girare trentacinque minuti reali sott’acqua, senza piscina e senza effetti digitali, non è stato un vezzo tecnico. Era l’unico modo per rendere fisica quella verità. Reale, non posticcia. Il pubblico lo percepisce quando qualcosa è davvero accaduto e non simulato.
Entrare nella stiva del relitto, per le due protagoniste, è come entrare nel loro inconscio. È lì che si avvicinano per la prima volta. È lì che si salvano. È nel buio che nasce la loro luce.
Anche il loro carceriere, interpretato magistralmente da Gaetano Bruno, è legato al mare in modo tragico. Impazzisce perché lo ha perso. Non può più immergersi: un’esplosione gli ha fatto perdere il timpano, ma in realtà ha perso molto di più. Ha perso l’amore, ha perso la parte viva di sé, quella che sotto l’acqua respirava libertà.
Senza il mare è rimasto solo con la violenza, con un silenzio deformato che dentro di lui è diventato rumore sordo, rabbia, ossessione. Quella privazione lo ha trasformato. Perché quando perdi il luogo in cui eri libero, in cui potevi rinascere ogni volta, rischi di diventare prigioniero di te stesso.
Solo nel finale Rocco trova una forma di pace proprio quando si lascia affondare, come un Cristo immerso, a sua volta vittima di quella mentalità mafiosa che divora tutto, anche chi sembra vincere.

Il relitto dell’Afrodite sembra quasi un personaggio. Ci vuoi parlare della sua potenzialità narrativa?
STEFANO LORENZI
Il relitto è memoria. È ciò che resta quando tutto affonda. Afrodite è un nome che evoca nascita e bellezza, e invece qui è una carcassa. Questa contraddizione mi affascinava. Dentro quella struttura c’è il passato, ma anche una possibilità.
Un relitto non è solo fine. È una soglia. Entrarci significa attraversare la paura. Uscirne significa cambiare. Rinascere.
Ludovica e Sabrina sono due donne prigioniere in modi diversi. Volevi raccontare una storia d’amore o una storia di alleanza?
STEFANO LORENZI
Le etichette non mi interessano. Mi interessa il legame. È una storia d’amore se l’amore significa riconoscersi quando tutto intorno ti vuole divisa. È un’alleanza perché, in un mondo violento, manipolatorio e individualista, scegliere di stare insieme è un atto rivoluzionario.
Non volevo raccontare due vittime. Volevo raccontare due coscienze che si svegliano. Oggi siamo troppo spettatori passivi, quasi anestetizzati. Guardiamo, commentiamo, ma spesso non scegliamo. Subiamo. E forse qualcuno ci preferisce così.
Sto scrivendo il mio prossimo film e mi accorgo che torno ancora lì. Anche lì ci sono due solitudini che si incontrano e cambiano. È come se fosse un filo rosso nel mio lavoro: persone che si risvegliano attraverso un legame. È l’amore, è il coraggio, che ci risveglia. Coraggio viene da cuore. Avere cuore significa esserci davvero, non vivere da assenti, non lasciare che la paura e l’indifferenza decidano per noi.
Oggi siamo soli anche se siamo circondati da tutto, immersi in un’ipercomunicazione continua. Ma comunicare non significa toccarsi, sentirsi. E io continuo a raccontare storie in cui qualcuno, finalmente, sceglie di farlo.

Ambra Angiolini e Giulia Michelini portano con sé un immaginario molto forte. Come hai lavorato con loro?
STEFANO LORENZI
Ho chiesto loro di dimenticare l’immaginario, non il talento. Volevo riportarle al corpo, al respiro, a una verità essenziale. Abbiamo lavorato mesi per l’immersione, non solo fisica ma psicologica, e abbiamo curato le scene terrestri con la stessa intensità e precisione. Non c’era differenza tra acqua e terra: in entrambi i casi si trattava di scendere dentro se stesse.
Sott’acqua non esiste “essere qualcuno”. Non esiste il nome, la carriera, l’immagine. Esiste la fragilità e il proprio respiro. E quella fragilità, quando la attraversi fino in fondo, diventa forza.
È stato un set duro, faticoso. Tutti abbiamo attraversato le nostre paure. Ma proprio per questo, alla fine, abbiamo fatto qualcosa che in Italia non era mai stato realizzato così, con questa radicalità e questa esposizione.
Io posso solo essere grato ad Ambra e a Giulia per essersi fidate fino in fondo. E aggiungo grazie anche a Gaetano, per la profondità e l’umanità che ha portato nel suo personaggio. Amo lavorare con attori che si tuffano davvero con me, mettendo in gioco tutto se stessi in un’avventura che si costruisce giorno dopo giorno, con fiducia, rischio e cuore.

Ci racconti il processo di costruzione visiva e sonora?
Il suono nasce dall’ascolto interiore di quando si è sott’acqua: il respiro, il battito del cuore, le bolle che salgono lente. Nel mare il suono ti raggiunge da ogni direzione, ti attraversa, ma non sai mai da dove provenga. Un po’ come la vita, che ti colpisce all’improvviso e ti costringe a reagire.
Ho chiesto a Bruno Falanga un canto fatto di due voci femminili, come un respiro sospeso tra ansia e richiamo di sirene. Lui è andato oltre la richiesta e ha creato una partitura mai invasiva ma necessaria, che non accompagna semplicemente le immagini ma le fa vivere. Non è un caso che la colonna sonora sia entrata in short list ai David di Donatello, ed è un riconoscimento che mi emoziona profondamente. Anche la cover finale di Kingston Town, interpretata da Angelica e registrata da Bruno, è un dono prezioso. La musica di Bruno attraversa il corpo e l’anima del film, restituisce allo spettatore tensioni e silenzi interiori amplificati, suggestivi, quasi fisici.
Visivamente abbiamo lavorato in totale sintonia tra fotografia, scenografia e costumi. Toni freddi per il mare, toni caldi per la salina. La casa è una tana da fuggiaschi, poco più di una stalla. Rocco e Sabrina sognano il riscatto, il lusso, un altrove possibile. Ludovica, invece, vive quella prigionia come una forma di espiazione.
Con il direttore della fotografia Fabrizio La Palombara abbiamo costruito un linguaggio essenziale. La regola era una sola: less is more. Andare all’osso, togliere il superfluo, lasciare che fossero i corpi, la luce e il silenzio a parlare. In entrambi i casi, sulla terra e sott’acqua, abbiamo lavorato il più possibile con la luce naturale, cercando l’essenziale. Sott’acqua Simone Trecca e la sua crew ci hanno guidato con passione e competenza, accompagnandoci in un territorio delicato e complesso, dove ogni gesto deve essere preciso e ogni errore si paga caro. È stato un lavoro collettivo, vero, fatto di fiducia reciproca e di una visione condivisa.
E devo ringraziare profondamente Fabrizio La Palombara e Simone Trecca per il lavoro straordinario e per la sintonia quasi fraterna con cui abbiamo realizzato il film. Senza quella complicità umana, oltre che professionale, Afrodite non avrebbe avuto la stessa anima.
Dopo aver raccontato tante storie legate alla realtà sociale italiana, come si inserisce questo film nel tuo percorso autoriale?
STEFANO LORENZI
Per me questo film rappresenta una maturità conquistata. Dentro quel relitto non c’era solo la storia dei personaggi, c’era anche una parte del mio passato. C’erano sogni che qualcuno, in modo non proprio onesto, aveva provato a portarmi via per interesse, privandomi per un momento di ciò per cui vivo ogni giorno: il cinema.
Durante la lavorazione ho elaborato molto. Ci sono stati momenti di solitudine, momenti in cui mi sono sentito poco capito, tranne da poche persone che porto nel cuore e che mi sono state davvero vicine. Ma oggi Afrodite parla anche di me, di come sento e di come guardo il mondo. E questo mi fa stare bene.
Con Afrodite ho imparato a difendere con il coltello fra i denti quello che sento. Ho imparato soprattutto a non farmi più violare, a non permettere che mi venga portato via ciò che ho creato, come è accaduto in passato. Questo film mi ha donato silenzio e coraggio. Silenzio per capire chi sono davvero. Coraggio per proteggere il mio lavoro, la mia voce, la mia dignità.
E se oggi Afrodite, dopo essere stato in concorso internazionale al Bif&st, sta facendo la sua strada in Italia e all’estero, se è entrato nel circuito dei British Independent Film Awards, se è in due short list ai David di Donatello ed è un’Opera Prima che molti stanno apprezzando, se ha ricevuto recensioni generose e inaspettate, se il pubblico lo ama e ogni volta che siamo riusciti a proiettarlo abbiamo fatto sold out, allora significa che quella verità è arrivata.
Adesso sta camminando verso i David di Donatello, e poi vedremo dove arriverà. Afrodite non ha mai urlato. Sott’acqua non si può urlare. Ma le sue vibrazioni, silenziose e profonde, stanno lentamente arrivando. E permettetemi di ringraziare Pathos Distribution, che sta vibrando con noi.





