Rosebush Pruning – Noi odiamo il sorriso dei ricchi

Salvatore Gucciardo

25.02.2026

Resta Aggiornato

Sono poche le immagini rese pubbliche in cui Jeffrey Epstein non sorride. E anche tutte le centinaia di ricchi uomini immortalati insieme a lui, di fronte al flash di una camera, sorridono. Non c’è sincerità ma neanche sforzo in questi sorrisi. Quelle bocche che concedono il bianco bagliore di qualche dente, quegli occhi quasi socchiusi, quelle sopracciglia leggermente inarcate, comunicano potere.

Sorriso da Salò o le 120 giornate di Sodoma
(Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini, 1975)

È un sorriso prevaricatore e malevole, sicuro e rilassato. È il ghigno della ricchezza. La strafottenza della menzogna. La sicurezza del potere. Quello anarchico di cui parlava Pasolini; quello, di conseguenza perverso, compiuto da Epstein; quello politico che la Storia moderna svela. E ha solo un comun denominatore: la ricchezza. Quella strana realtà intersoggettiva che è stato scelto di ergere a valore, dando infine un’esistenza materiale a ciò che vi è di più astratto e metafisico: il denaro.

Immagine da Salò o le 120 giornate di Sodoma
(Salò o le 120 giornate di Sodoma, Pasolini, 1975)

In Rosebush Pruning, di Karim Ainouz, presentato alla 76esima edizione della Berlinale, ogni componente della famiglia protagonista ha quello stesso sorriso stampato in faccia.

E noi, per tutto il film, lo odiamo quel sorriso.

Rosebush Pruning - Noi odiamo il sorriso dei ricchi
(Rosebush Pruning, Karim Aïnouz, 2026)

Tony Montana diceva che gli occhi non mentono mai, i sorrisi invece mentono. Ma se viviamo in un’epoca in cui il falso è un momento del vero, la menzogna è più che mai dichiarata e a volte abbiamo anche bisogno, come scrive Houellebecq, di meravigliose menzogne, allora anche il sorriso più costruito, può rivelare qualcosa.

E in Rosebush Pruning i sorrisi rivelano qualcosa.

(Teorema, Pasolini, 1968)

L’opulente esistenza di una famiglia con una inquantificabile ricchezza, viene scombussolata da Martha, la nuova ragazza di Jack che, il fratello Ed, narratore della storia, definisce differente. Lo scombussolamento genera invidie, smaschera incestuosità e fa venire a galla, piano piano, alcuni degli scheletri sepolti di questa famiglia.

Scena da Festen di Thomas Vinterberg
(Festen, Thomas Vinterberg, 1998)

Ma solo alcuni, perché della famiglia di Jack, Ed, Robert, Anna e il padre e la madre – che non hanno nomi – si sa e si saprà ben poco. Solo ciò che serve per far andare avanti la storia che Ed racconta registrando la sua voce, a mo’ di podcast, perché lui non legge, non scrive e non sa guidare. Per un capriccio racconta la storia della sua famiglia e per noia, perversione e un subdolo divertimento, ordirà un piano per far fuori la sua famiglia.

Scena da I pugni in tasca, Marco Bellocchio, 1965
(I pugni in tasca, Marco Bellocchio, 1965)

L’autodistruzione di questa famiglia però non ha nulla a che vedere con I pugni in tasca di Bellocchio che ha ispirato Karim Ainouz per questo film. Ma non banalmente perché l’uno era ambientato negli anni ’60 e l’altro oggi, o per questioni meramente stilistiche – anche se sono diametralmente opposti a riguardo – ; la distanza insormontabile sta nella ricchezza raccontata, nella borghesia di riferimento.

Non si tratta di una famiglia né borghese né aristocratica, è un altro livello di ricchezza. È quell’1% più ricco della popolazione mondiale che detiene circa la metà della ricchezza netta globale. Quella inquantificabile ricchezza che non si sa da dove arriva, da cui è impossibile risalire all’accumulazione originaria, alla fonte.

Allora in Rosebush Pruning, tra le case scintillanti, i vizi, la moda, e qualsivoglia genere di consumo e ricco capriccio, questa inarrivabile ricchezza è racchiusa in un dettaglio: il sorriso.

Noi odiamo il sorriso dei ricchi. Scena da Il fascino discreto della borghesia, Luis Bunuel, 1972
(Il fascino discreto della borghesia, Luis Bunuel, 1972)

Tutti si scambiano sorrisi in casa. Ogni sguardo, che sia giudicante o meno, porta con sé un irritante ghigno. E il film gira attorno a tutti questi sorrisi, quasi come un ritornello o un inquietante dettaglio reiterato e portato ai limiti dell’assurdo.

È il caso del padre, per esempio, che è stato letteralmente accecato dal sorriso scintillante della moglie durante una lite. Oppure quando il padre è steso sulla sua bara gira la testa e, da morto, guardando in camera con gli occhi chiusi, sorride. Come se il regista con queste surreali scelte narrative stesse dichiarando che è il sorriso a svelare l’inarrivabile potere di quella ricchezza.

E noi spettatori non possiamo che odiare quei sorrisi, perché è come se ci insultassero.

Perché se la ricchezza è già difficile da accettare, apprezzare o comprendere, quella ricchezza che non ha inizio e fine, chiusa nella dimensione più anarchica del potere, senza freni o limiti, che può riflettere se far scoppiare una pandemia, compiere riti satanici coi corpi di bambini, soggiogare la geopolitica mondiale, o anche decidere di autodistruggersi, ma facendola franca, è inaccettabile.

Infinitamente odiosa.

Noi odiamo il sorriso dei ricchi. Scena da Triangle of Sadness, Ruben Ostlund, 2022
(Triangle of Sadness, Ruben Ostlund, 2022)

Rosebush pruning sarà anche un film paraculo e ammiccante, che sa sfruttare l’estetica contemporanea, quella colorata degli spot, dei reel e dell’ai; non avrà una storia rivoluzionaria e non impatterà radicalmente nella storia del cinema; però riesce a individuare ciò che distingue la ricchezza dal resto, ovvero il sorriso.

Eppure non tutte le ricchezze ridono allo stesso modo. Non tutte le ricchezze ci innervosiscono. I sorrisi di alcune ricchezze possono far sorridere anche noi.

Ma allora quando, anche noi, riusciamo a sorridere di fronte a un’accumulazione di capitale?

«The rich are different from you and me»

(Scott Fitzgerald da prefazione di John Updike in The rich boy)

Francesco Ghelardini è stato un gran rapinatore di banche. Figlio di madre casalinga e padre impiegato di banca che ad un certo punto ha lasciato il suo lavoro per aumentare la sua ricchezza, cominciando a fare il contrabbandiere. Francesco è figlio di una famiglia piccolo borghese che, come tante famiglie degli anni ’60, cerca di aumentare la propria ricchezza, di compiere la scalata sociale seguendo il boom economico; ma la famiglia Ghelardini non lo fa emigrando o ottenendo promozioni, bensì delinquendo. Così Francesco, da ragazzo, impara il mestiere del rapinatore e da buon mestierante, svolgendo il suo lavoro meticolosamente, pian piano accresce enormemente la sua ricchezza e di conseguenza la sicurezza di sé. Ma ricorda comunque da dove arriva tutta quella ricchezza.

«Quando lo stipendio di uno che lavorava in una fabbrica o in un ufficio era di 600, 700, 800 mila lire al mese, noi 1 milione lo spendevamo in un giorno … questa era la bella vita, alzarsi al mattino senza nessuna preoccupazione economica o di denaro. Quindi, che faccio? Faccio quello che me pare»

(Francesco Ghelardini)

Quando espone verbalmente la ricchezza, l’accumulazione anarchica e spregiudicata di capitale, come anche i modi con cui ha raggiunto questa ricchezza, sorride. Con quel ghigno di chi l’ha fatta franca e ora è sicuro di sè. Della sua posizione. Del suo potere.

Noi odiamo il sorriso dei ricchi. Scena da The wolf of Wall Street, Martin Scorsese, 2013
(The wolf of Wall Street, Martin Scorsese, 2013)

Eppure quel contesto narrato, la sua storia, il passato, lo giustifica, ancora più di un presente redento. Ancora più di una vita, quella che conduce oggi, dopo le pene, le colpe, i danni, lavorando come soccorritore. È cambiato, ha dei motivi, narra a parole e mostra solo col suo sguardo ed il tono di voce, la consapevolezza di un destino di sopravvivenza, educazione, che chiunque comprenderebbe.

Ha fatto del male? Forse, a qualcuno.

Ma noi sappiamo a chi rubava, sappiamo da dove deriva la sua peccaminosa accumulazione di capitale. Ricchezza. Allora quel sorriso, quel ghigno, fa sorridere anche noi. Ci immedesimiamo in un uomo che non saremmo mai, ma che forse potremmo aver avuto accanto.

Noi odiamo il sorriso dei ricchi. Scena da Catch me if you can, Steven Spielberg, 2002
(Catch me if you can, Steven Spielberg, 2002)

«E aveva un solco lungo il viso, come una specie di sorriso»

(Il pescatore, De Andrè)

Così nella menzogna dei sorrisi, sappiamo comunque distinguere tra ricchezza e ricchezza. Vediamo l’autodistruzione della famiglia di Rosebush Pruning e rimane in noi solo un viscerale senso di odio e fastidio.

Che si facciano fuori l’un l’altro, che disperdino inutilmente la loro ricchezza, a noi che importa? Tanto quel potere non redistribuirà la sua ricchezza. Speriamo che un altro Francesco Ghelardini decida di sottrargliela per stare bene. O magari che una collettività, prima o poi, si faccia giustizia da sola.

E, a quel punto, sorrideremo anche noi.

Leggi anche: Il caso Epstein o le 120 giornate di Sodoma

Autore

Share This