Nel 2025 un film cinese, Ne Zha 2, ha superato i due miliardi di dollari di incasso, seminando colossi come Zootropolis 2 e Inside Out 2 e siglando il primato come film di animazione più visto di sempre. Eppure, in Italia quasi nessuno ne ha parlato e gli incassi sono stati piuttosto irrisori davanti a un fenomeno di questa portata.
Le ragioni sono diverse. Molti film come Ne Zha 2 sono pensati per il mercato interno cinese, e faticano a raggiungere lo spettatore europeo con la stessa forza emotiva e culturale che hanno in patria. A questo si aggiunge un advertising che privilegia sistematicamente le distribuzioni americane, a scapito spesso delle produzioni italiane, figuriamoci per quelle cinesi.
Ma la barriera più profonda è un’altra: la percezione stereotipata e spesso del tutto immaginaria che lo spettatore medio ha nei confronti del cinema cinese.
Basti pensare al successo che ha avuto nel 2019 Parasite di Bong Joon-ho, che poi non ha lasciato traccia all’uscita di Mickey 17, come se il pubblico italiano si fosse del tutto dimenticato del maestro sudcoreano nel giro di sei anni. Se questo vale per la Corea del Sud, per la Cina il pregiudizio è ancora più radicato.
Il giornalista ed esperto di Cina Simone Pieranni a questo proposito parla di “distopia immaginata”: l’italiano medio sa poco o nulla della Cina, imbeccato da informazioni sommarie e spesso faziose, eppure non esita a percepirla aprioristicamente come uno stato distopico.
E dentro a questo circolo vizioso continuiamo a guardare sempre gli stessi film, assumendo come neutrale una narrazione atlantista che neutrale non è — e che ci accompagna, plasmando il nostro pensiero da oltre ottant’anni.
«una volta superata quella barriera di sottotitoli alta un centimetro, scoprirete un mondo di film meravigliosi»
Ma forse è meglio stare fuori dalle questioni politiche, non è vero, Wim?
Ho visto Light Pillar di Xu Zao qualche giorno fa, in anteprima alla Berlinale. Non so ancora se sarà distribuito in Italia, da chi verrà distribuito, come verrà pubblicizzato e se e come se ne parlerà. Ma in quel film ho visto un’estetica e una visione di mondo e di cinema che nessun altro film ha saputo farmi arrivare nell’ultimo anno.
Il protagonista è Lao Zha, un triste inserviente di mezza età che passa le sue giornate a spazzare la neve di una cittadina-set, composta da svariate ricostruzioni dei più famosi monumenti del mondo. Light Pillar è ambientato in un futuro vicino in cui il cinema è sul viale del tramonto, e dunque il piccolo microcosmo del protagonista è in rovina: nessuna troupe si reca più lì per girare film.

La svolta arriva quando Lao Zha, che deve ricevere il pagamento degli arretrati, ottiene dai suoi capi un visore di realtà aumentata perché hanno finito i soldi. Quando il povero inserviente accende il visore può finalmente sfuggire dalla realtà piatta e bidimensionale del cartone in cui è tenuto prigioniero, per guadagnare i volumi e i colori della vita reale. Xu Zao realizza queste sognanti sequenze di evasione in live action, in un dialogo serrato con The World di Jia Zhangke — film del 2004 ambientato nel parco a tema di Pechino di monumenti in miniatura, dove sequenze animate irrompevano nel live action per dare corpo ai sogni impossibili dei personaggi.

Xu Zao ribalta quella logica punto per punto: se in Jia Zhangke l’animazione era la fuga dalla realtà concreta, qui è la realtà concreta stessa — la prigione bidimensionale in cui Lao Zha è intrappolato.
Al contrario, il sogno, il mondo tridimensionale e colorato a cui il protagonista non ha accesso senza il visore, è il live action.
In questo binario di realtà alternativa Lao Zha incontra una ragazza bellissima con cui progetta di fare un viaggio spaziale, frontiera del turismo ormai consolidata nel non lontano futuro di Light Pillar. La realtà aumentata, però, non si rivela più clemente di quella animata: la ragazza non esiste, è uno scammer minorenne che ha usato l’immagine di sua madre per raggirarlo.
Anche l’amore, come il cinema, sembra non avere alcun futuro nell’immaginario di Xu Zao.

Un giorno una troupe telefona e prenota tutte le location della città. Un regista in sedia a rotelle, che ha girato ben 400 film, ha deciso di concludere la sua carriera con un’ultima fatica che metterebbe in scena la lotta finale tra carbonio e silicio — l’ultimo strenuo e illogico tentativo della materia organica di resistere a quella inanimata.
Il regista misterioso, del quale non ci è mai dato di vedere il volto, proclama che per la realizzazione del suo film testamentario sarà necessario far saltare in aria l’intera città. Le finanze sono così poche in questa realtà paradossale che i termini dettati dal grande regista vengono accettati e la cittadina viene evacuata dai suoi esiguissimi abitanti.
Mentre una pioggia di silicio apocalittica preannuncia la fine, il più enigmatico degli abitanti si lascia attirare da un segnale di pericolo che recita “danger zone”. Estrae una bomboletta dalla tasca e procede a correggerlo in “filming zone”.
Di cosa parla davvero Light Pillar? Della morte del cinema? Dell’apocalisse? Della morte dell’amore?
Niente di tutto ciò.
Light Pillar vuole essere intimamente e intrinsecamente solo una storia, un film di animazione che per sua natura rifugge ognuna di queste letture, facili e autoconclusive, che da buoni spettatori occidentali non riusciamo proprio a non ipotizzare.
Subito dopo il bombardamento che rade al suolo la città, appare una scritta a tutto schermo che ci traghetta negli ultimi minuti di film.
Primavera.
Fade in. Le nevi invernali si sono sciolte, tutti gli abitanti sono al lavoro in un boschetto di alberi giovanissimi.
Sulle ceneri del cinema verdeggia la vita. Quella bomboletta spray, quel gesto minimo e ostinato di ribattezzare la zona del disastro come zona delle riprese, torna qui alla mente in tutto il suo simbolismo: il cinema non muore, si trasforma, ricoprendosi di foglie, un po’ come fa il Romita di Alberi di Frammartino per fare ritorno al bosco.
A margine della proiezione, Xu Zao ha parlato dell’IA in una maniera in cui non avevo mai sentito fare a nessuno. Ha detto tranquillamente che non vede in esso uno strumento apocalittico e che anzi, gli interessa poco, perché l’imperativo resta sempre e solo quello di arrivare allo spettatore e quando un libro, un film o un algoritmo che sia, è capace di farlo, allora l’obiettivo è stato raggiunto.
Non c’è una risposta sul cinema che muore o sulla vita che continua. Light Pillar non sembra averla, e probabilmente non è neppure importante. C’è solo un contrappunto poetico che si materializza davanti ai nostri occhi — la neve, la distruzione, gli alberi.
L’apocalisse è un concetto estraneo all’immaginario cinese.
Xu Zao non sta difendendo il cinema dalla minaccia del silicio, né piangendo la fine di un’epoca — sta semplicemente raccontando un ciclo. Forse, visto dal nostro sistema di pensiero finalista e para-cattolico, sembra incomprensibile — ma i cinesi non ragionano in maniera escatologica, bensì per cicli. Quando il sole tramonta spunta la luna e poi di nuovo il sole, al termine dell’inverno arriva la primavera e, conclusa una dinastia, ne sorgerà un’altra.

«Nel subconscio cinese l’universo esiste in una linea temporale che si estende senza fine e senza cambiamenti»
(Simone Pieranni)
Per rendere l’idea: il grande poeta Du Fu, vissuto nell’VIII secolo d.C., fu costretto a vagabondare senza potersi stabilire in nessun luogo a causa delle guerre e delle carestie che sconvolsero il paese in quegli anni. Le stime sono difficoltose, ma le fonti censimentarie parlano di almeno 15 milioni di morti. Eppure Du Fu scrisse:
«Il regno è infranto, restano monti e fiumi, la città è in primavera, fitti l’erba e gli alberi»
(Du Fu, Sguardo in Primavera)
Forse un giorno il mondo finirà, ma non la Cina.
E a me va bene così.




