Primo film sudcoreano a vincere la Palma d’Oro al Festival di Cannes, Parasite è l’ennesima conferma della qualità che il cinema dell’Estremo Oriente ha saputo esportare e continuerà a esportare nel mondo. Bong Joon-ho, regista di The Host, Madre e Snowpiercer, è destinato a diventare il primo regista sudcoreano a poter ambire all’Oscar al Miglior film straniero, un riconoscimento che nomi come Kim Ki-duk, Wong Kar-wai o Park Chan-wook non sono mai riusciti a sfiorare.
Parasite è un film dalle molte facce, che posa lo sguardo su quell’insito bisogno della mente umana di classificare, operare distinzioni, tracciare confini e dividersi: ieri come oggi, ora come allora. Perché, pur attraverso una brillante ironia, è proprio questo ciò che mostra la prima parte del film: una famiglia povera, destinata a vivere confinata in un lurido seminterrato di periferia, e una famiglia ricca, sospesa in una villa su una collina, fresca, luminosa e quasi inconsapevole dell’esistenza di interi strati della popolazione per i quali una simile esistenza non è altro che un sogno irraggiungibile.
E, come ci racconta lo stesso Bong Joon-ho, le due famiglie entrano in contatto nell’unico modo a loro consentito: attraverso una relazione lavorativa.
L’elemento della casa, il cui valore semantico è stato più volte esplorato dal cinema orientale – emblematici, a questo proposito, gli dei già citati Kim Ki-duk e Wong Kar-wai -, diventa un mezzo di sospensione dalla realtà, una navicella nella quale si intrecciano le vite e le storie di personaggi apparentemente simili, accomunati dal medesimo contesto storico, ma in realtà profondamente diversi, separati da una barriera antropologica ardua da abbattere.

Parasite di Bong Joon-ho (2019)
Una volta entrati nella navicella, non ci si chiede più nulla: si naviga sulle onde di una commedia che tocca le corde della tragedia, di un dramma dai tratti anche vistosamente grotteschi. Ci sono momenti in cui, senza apparente ragione, risuona In ginocchio da te di Gianni Morandi durante uno slow motion in salone, e altri in cui la suspense e la tensione impediscono quasi del tutto qualsiasi tentativo di ricondurre il film a un singolo genere, per quanto un simile tipo di classificazione si riveli ormai raramente efficace.
«Nella società capitalista contemporanea ci sono ranghi e caste che sono invisibili ai nostri occhi. Le teniamo nascoste e lontane dalla vista, superficialmente si può pensare alle gerarchie di classe come a una reliquia del passato, ma la realtà è che ci sono linee di separazione tra le classi sociali che non possono essere attraversate. Credo che questo film descriva le inevitabili fratture che si creano quando due classi sociali entrano in contatto nella società d oggi, sempre più polarizzata».
(Bong Joon-ho in un’intervista per High on Films)
Dietro un’apparente solidarietà e tolleranza, sono i dettagli a rendere visibili i malumori e le fratture. Il tema dell’odore, o meglio del fetore del padre della famiglia povera, che il suo corrispettivo ricco non sopporta e attraverso il quale finisce per discriminarlo, si intreccia con quello del sotterraneo, ricorrente nella seconda parte del film. Elementi che, da semplici dettagli della quotidianità, si trasformano in manifestazioni tangibili di una distanza sociale che sembra impossibile da colmare.
In definitiva, ciò che il film mostra e racconta è la metafora di un’intera società, racchiusa in due famiglie e quattro mura, costretta a una convivenza pacifica solo in superficie. Una società nella quale diventa difficile distinguere chi siano i padroni e chi i parassiti.

Parasite di Bong Joon-ho (2019)
Un cast funzionale e coinvolgente, dal feticcio del regista Song Kang-ho – già presente in The Host e Snowpiercer – ai talenti cristallini dei giovani Choi Woo-shik e Park So-dam, contribuisce a dare forma a quello che molti hanno definito il film dell’anno.




