Bong Joon-Ho – La Rivincita degli Umili contro le Istituzioni

Luca Mancini

10.09.2019

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Finito sotto le luci della ribalta dopo la vittoria al Festival di Cannes di quest’anno con il bellissimo Parasite, Bong Joon-ho è un regista che lavora a livelli altissimi da anni. Dopo il discreto film d’esordio Barking Dogs Never Bite, ha realizzato una serie di grandissime opere la cui principale caratteristica è l’eterogeneità.

Un poliziesco, un horror fantascientifico, un thriller, un film d’azione tratto da un fumetto, un’avventura comica e un dramma grottesco. Opere così diverse per tematiche, ma simili per modo in cui infrangono gli schemi classici della narrazione, a favore di un utilizzo inedito dei generi cinematografici. Una filmografia non particolarmente ingente sul piano numerico, ma stratificata, in cui il regista riflette sui temi contemporanei in maniera sottile e spietata, spesso sopra le righe senza mai risultare esagerato.

Sebbene la grande varietà di temi renda difficile una classificazione univoca, c’è un elemento ricorrente in quasi tutte le pellicole del regista coreano, che emerge con particolare forza in almeno 3 di esse: The Host, Memories of Murder e Mother. Queste opere mettono in scena un’ossessiva ricerca della verità da parte dei protagonisti, costretti a scontrarsi con una polizia inadeguata e impreparata, incline alla faciloneria e alle accuse premature, spesso incapace di gestire situazioni complesse legate alla sicurezza pubblica.

Bong Joon-ho

Bong Joon-ho

Casi di omicidio (come in Memories of Murder, Mother e Parasite), creature animali che si ribellano o proteste pubbliche (The Host o Okja), ma anche furti, truffe, estrema povertà ed eccessiva ricchezza. La Corea del Sud raccontata da Bong Joon-ho è un Paese solo apparentemente sano, che nasconde sotto la superficie problematiche profonde. La diffidenza nei confronti delle istituzioni e dello Stato, inteso come autorità politica, affonda le proprie radici nella dittatura militare che ha governato il Paese fino alla fine degli anni Ottanta e si traduce in una diffusa sfiducia nei confronti della polizia, primo rappresentante diretto dell’ordine pubblico.

Gestire una rivolta: The Host e Okja

La coscienza sociale della Corea del Sud ha incontrato notevoli difficoltà nell’esprimersi a causa delle repressioni perpetrate dai regimi militari che si sono susseguiti negli anni, fino alle grandi manifestazioni degli anni Ottanta, che hanno contribuito a far emergere un sentimento collettivo di dissenso nei confronti della politica. Con l’avvento della democrazia, il Paese ha potuto esprimersi più liberamente, e, negli ultimi anni, sempre più spesso un gran numero di cittadini si è riversato nelle strade per protestare contro diverse questioni. Nel 2018, per esempio, l’arrivo di circa mille migranti yemeniti ha suscitato una forte opposizione, culminata in una petizione contro la loro accoglienza firmata da oltre mezzo milione di sudcoreani. Se le manifestazioni di protesta erano relativamente rare nel secolo scorso, oggi fanno parte della vita politica e sociale sudcoreana in modo quasi naturale.

In The Host, il diverso è rappresentato dal mostro che terrorizza le rive del fiume Han: una creatura affamata e, almeno apparentemente, violenta, generata dalla negligenza umana. Nel finale del film, dopo aver trascorso giorni interi nel vano tentativo di rintracciare e uccidere il mostro, le autorità decidono di ricorrere all’Agent Yellow, un agente chimico letale che, nelle loro intenzioni, dovrebbe stanare la creatura, costringendola ad abbandonare il fiume, mettendo al contempo in pericolo ogni forma di vita presente nell’area contaminata. Le proteste si fanno sempre più accese: la folla si oppone all’utilizzo dell’Agent Yellow e all’esercito spetta il compito di sedare la rivolta per portare a compimento il proprio piano.

The Host

The Host di Bong Joon-ho (2006)

Prima l’incapacità di individuare la tana del mostro, compito che una normale famiglia di lavoratori riuscirà invece a svolgere; poi l’elaborazione di un piano pericoloso e inutile, dal momento che la creatura non si nasconde nel fiume, ma nelle fogne; infine, la difficoltà nel gestire una rivolta. La polizia e l’esercito fanno una pessima figura nel monster movie di Bong Joon-ho, mostrando un’incompetenza inaccettabile nella gestione di una minaccia che mette a rischio la sicurezza pubblica.

Okja non estende la rivolta all’intera nazionale, ma si concentra sullo scontro tra i cattivi della Mirando Corporation e i membri dell’Animal Liberation Front (ALF), impegnati nella difesa degli animali. Al centro della loro disputa si trova Mija, la bambina cresciuta insieme al supermaiale Okja. Quando la creatura viene portata via e inizia la sua fuga, saranno le forze private della Mirando ad affrontare gli animalisti dell’ALF, mentre Mija verrà a conoscenza degli oscuri segreti che si celano dietro la produzione di carne della compagnia.

Okja

Mija e Okja in Okja di Bong Joon-ho (2017)

In uno scontro che mette in discussione i diritti degli animali e il rapporto tra gli esseri umani e creature allevate a fini commerciali, la polizia ricopre un ruolo marginale e assolutamente inefficace. Interviene quando Okja si introduce in alcuni negozi di Seoul, scatenando il caos, ma si dimostra incapace di gestire la situazione e di fermare una ragazzina accompagnata da un maiale gigante. Saranno le forze della Mirando a catturare Okja; tuttavia, Mija riuscirà infine a portare alla luce la malvagità che si nasconde dietro le politiche aziendali della compagnia, dimostrando ancora una volta come le istituzioni non riescano ad arrivare dove, invece, i semplici cittadini possono spingersi.

In entrambi i film, gli organi dello Stato ricoprono un ruolo marginale, limitandosi a tentare, senza successo, di trovare soluzioni tardive a problemi che non sono in grado di comprendere. La soluzione sembra passare loro accanto mentre continuano a guardare nella direzione sbagliata, e sono sempre i cittadini ad agire in modo intraprendente e incisivo. In The Host individuano la tana del mostro e, infine, riescono a ucciderlo; in Okja portano alla luce l’illegalità e la crudeltà dei metodi di produzione della Mirando. In entrambi, sono dunque i singoli individui a trovare una via d’uscita, escogitando un espediente che consenta di affrontare concretamente il problema, laddove le istituzioni si sono dimostrate incapaci di intervenire in maniera efficace.

Caccia all’assassino: Memories of Murder e Mother

Tra il 1986 e il 1991, la Corea del Sud fu teatro di una serie di omicidi attribuiti a un unico uomo. Si tratta del caso Hwaseong, considerato il primo caso di omicidi seriali di grande risonanza nella storia del Paese asiatico. Se negli Stati Uniti i serial killer erano già da tempo oggetto di indagini e di attenzione mediatica, con numerosi assassini seriali in carcere e altri ancora in attività, la Corea del Sud non aveva ancora affrontato un fenomeno di tale portata. L’impatto emotivo della vicenda è evidente anche osservando la produzione cinematografica degli anni Duemila, quando i serial killer hanno assunto un ruolo sempre più rilevante nei cinema sudcoreano. Una perdita di innocenza che ebbe pesanti conseguenze in un Paese impreparato a fronteggiare un simile evento, anche a causa dell’arretratezza tecnologica e dei limiti metodologici e culturali delle forze dell’ordine.

In Memories of Murder, due detective locali vengono incaricati di risolvere un caso di omicidio che si rivelerà il primo di una lunga serie. Il detective Seo Tae-yun arriva volontariamente da Seoul per aiutare la polizia locale a risolvere il caso, ma si scontra ben presto con i metodi discutibili dei colleghi, inclini alla violenza durante gli interrogatori. L’opera di Bong Joon-ho presenta una situazione preoccupante, in cui la polizia di provincia, limitata sia per numero di agenti sia per capacità investigative, è costretta a inseguire un killer che sembra sfuggente e ineffabile come un’ombra. Inoltre, la crescente pressione dell’opinione pubblica spinge gli agenti a identificare i sospettati in modo forzato e approssimativo, arrivando ad accusare persone che si riveleranno innocenti. L’agitazione aumenta mentre il colpevole continua ad agire indisturbato.

Memories of Muder

Memories of Muder di Bong Joon-ho (2003)

Il problema non risiede soltanto nella difficoltà di identificare e catturare il serial killer, ma soprattutto nell’arretratezza dei metodi investigativi della polizia sudcoreana, impreparata ad affrontare una nuova tipologia di criminale, il cui movente risulta difficile da individuare. La società è cambiata e lo stesso è accaduto alla criminalità, che si sottrae agli schemi tradizionali e mostra una crescente capacità di pianificazione. L’identikit dell’assassino tradizionale non corrisponde più a quello del serial killer moderno, mentre la violenza, le confessioni estorte e le tattiche di cattura convenzionali si rivelano poco efficaci contro un individuo che sembra sempre un passo avanti rispetto agli investigatori. La polizia fatica ad adeguarsi al proprio tempo.

Elementi simili sono presenti anche in Mother, che racconta la storia di una donna il cui figlio, con una disabilità intellettiva, viene accusato di un omicidio a sfondo sessuale. Una volta che il ragazzo viene rinchiuso in carcere, sarà la madre l’unica a continuare a credere nella sua innocenza e a cercare di scoprire la verità. Nel frattempo, la polizia si accontenta di accusare il sospettato più immediato, costruendo il caso sulla base di speculazioni e inganni, senza procedere a un’analisi scrupolosa degli indizi. La colpevolezza del ragazzo viene così stabilita attraverso un procedimento investigativo fallace, nonostante soltanto nel finale emerga la sua effettiva responsabilità nell’omicidio.

Mother

Yoon Do-joon e sua madre in Mother di Bong Joon-ho (2009)

Un delitto di questo genere sconvolge l’opinione pubblica e la cattura del colpevole diventa uno strumento fondamentale per riaffermare la sicurezza della comunità e la credibilità delle forze dell’ordine. Per questo motivo, durante il primo interrogatorio, i detective inducono Yoon Do-joon a firmare una dichiarazione di colpevolezza attraverso uno stratagemma che fa leva sulla sua disabilità. Nel corso delle indagini, la madre arriverà a parlare con un testimone oculare, clamorosamente ignorato dalla polizia, scoprendo così l’orrenda verità sul figlio. Una verità raggiunta da una donna comune, estranea alle istituzioni, e non dall’organo incaricato di mantenere l’ordine pubblico.

In entrambi i film, Bong Joon-ho mostra una polizia impotente e sbrigativa nelle indagini, incapace di assicurare alla giustizia il colpevole attraverso metodi corretti e trasparenti, spesso responsabile di accuse infondate o formulate prematuramente. Una mancanza inaccettabile da parte di chi dovrebbe rappresentare il punto di riferimento per la sicurezza dei cittadini e, al tempo stesso, garantire il rispetto dei loro diritti fondamentali.

Gli ultimi saranno i primi

In tutti e quattro i film analizzati, Bong Joon-ho mette in scena la rivincita del popolo sulle istituzioni, colpevoli di aver permesso l’insediamento dei governi militari e di non essere riuscite a superarne pienamente l’eredità. L’occhio del regista coreano si concentra sui poveri, sui lavoratori e sugli emarginati, restituendoci l’immagine di una nazione incapace di valorizzare le qualità individuali di chi non possiede nulla, se non la propria forza intellettuale ed etica. Il riscatto degli umili avviene attraverso la valorizzazione delle loro qualità, in contrapposizione alle istituzioni, incapaci di riconoscerle e di agire efficacemente.

Evidentemente, il passaggio storico dalla dittatura alla democrazia non è stato accompagnato da un adeguato rinnovamento delle forze dell’ordine. Sul piano tecnologico e morale, la Corea del Sud rappresentata nei film di Bong Joon-ho è una nazione divisa tra aspirazioni al progresso e tendenze regressive, in difficoltà di fronte a una criminalità sempre più complessa e a una popolazione dotata di una crescente coscienza sociale. Un passaggio problematico nella storia di un Paese segnato da un lungo periodo di governi militari, la cui eredità continua a influenzarne le istituzioni e il rapporto con i cittadini.

Che si tratti di mostri inumani, proteste popolari o omicidi, il crimine dilaga indisturbato, mentre una polizia inconcludente tenta di tappare le falle del sistema con il nastro adesivo.

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