Balcanica: l’odissea del nostro tempo

Pietro Turchi

26.10.2026

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Nello stesso anno in cui Nolan porta nelle sale la sua Odissea, con Balcanica Nicola Sorcinelli racconta, nel suo film d’esordio, una traversata ben più terrena: quella che ogni anno migliaia di migranti tentano di compiere ai margini d’Europa.

La rotta balcanica è la grande “porta sul retro” della fortezza europea, ma è prima di tutto una frattura geostorica mai rimarginata. Quel corridoio che risale dalla Turchia e dalla Grecia verso i rilievi impervi di Serbia e Bosnia-Erzegovina attraversa una terra che per secoli è stata il confine armato tra imperi, e che negli anni Novanta ha conosciuto il massacro fratricida e la dissoluzione dell’ex Jugoslavia. I boschi e i varchi in cui oggi si muovono i migranti sono gli stessi suoli zuppi della memoria di quel conflitto.

Il passaggio verso la Croazia, la Slovenia e infine Trieste si fa così trappola militarizzata, scandita da droni termici, recinzioni di filo spinato e silenzi complici delle istituzioni europee. È in questo limbo ghiacciato che chi si mette in cammino deve sopravvivere ai continui pushback illegali delle polizie di frontiera. Ogni fallimento coincide con una sistematica deprivazione: essere ricacciati indietro significa venire spogliati di scarpe, telefoni e dignità, subendo le violenze delle pattuglie. È ciò che i migranti chiamano «the Game»: una crudele roulette in cui ogni tentativo mette a repentaglio la vita stessa.

Con uno stile asciutto e schietto, lo sguardo non si accontenta della cronaca, ma si sposta su ciò che resta invisibile: lo sforzo fisico, la spossatezza e le atrocità da affrontare anche solo per intravedere una prospettiva di vita migliore. Il film si ancora a questa fatica senza mai speculare sul dolore, seguendo Nazar e suo figlio Jalil lungo la rotta balcanica e Greta, dottoressa che lungo il cammino inizia a rifiutare la distanza asettica imposta dal proprio ruolo.

In un’opera visivamente e cromaticamente gelida, l’unico barlume termico è quello dell’attrito umano. Gli incontri lungo il cammino incrinano la solitudine del viaggio, mentre l’empatia di Greta si oppone alla disumanizzazione imposta dalla frontiera: quei volti e quei corpi non sono ombre passeggere, ma presenze che si fanno pensiero fisso, un’angoscia etica che non le permette di distogliere lo sguardo.

Balcanica Nicola Sorcinelli

«Dopo tutto questo, che senso ha tornare?».

Nella domanda che Nazar rivolge al figlio non c’è semplice stanchezza, ma la presa d’atto di una metamorfosi irreversibile. Più che una fuga individuale, il loro cammino è una staffetta vitale: Nazar appartiene a un mondo che non gli permette più di esistere secondo la propria volontà, ma cerca di salvare almeno per il figlio la possibilità di un futuro diverso.

Attraversare i Balcani significa allora preservare non soltanto la vita di Jalil, ma anche la sua vocazione musicale. Quando si decide di rischiare l’intera esistenza, il ritorno cessa di essere un’opzione contemplabile: ripiegare verso una terra che nega la tua voce significherebbe trascorrere il resto dei giorni soffocato dal rimorso. Arrivati a quella soglia, la scelta di proseguire non nasce dalla certezza di una meta, ma dall’impossibilità etica di ammettere che ogni sacrificio sia stato vano.

Lungo la rotta i ruoli finiscono per sfumare: la fragilità fisica del padre cede il passo all’accudimento silenzioso del ragazzo, in un patto di mutuo soccorso che resiste alla ferocia del confine. Questa ostinazione a non indietreggiare si riflette con coerenza nella messa in scena.

Sorcinelli sceglie di non frammentare il dolore attraverso il montaggio tradizionale, preferendo il respiro ininterrotto del piano sequenza: una cinepresa mobile che aderisce alla carne stanca dei protagonisti, trasformando il cammino in un blocco unico di tempo e fatica. La continuità dello sguardo cinematografico diventa così il corrispettivo di un tragitto in cui ogni arretramento è negato a priori.

Balcanica Nicola Sorcinelli

Se la frontiera spoglia i corpi di ogni diritto, riducendoli a pura materia da respingere, l’arte diventa ciò che resiste alla disumanizzazione. Nazar e Jalil non scappano semplicemente per sopravvivere: fuggono per non vedere azzerata la propria esistenza. Nel loro Afghanistan, la musica è stata bandita, gli strumenti musicali dati alle fiamme in pubblica piazza e il silenzio imposto come dogma di regime. Portare con sé una tuba, trascinarla nel gelo e custodirla tra i boschi balcanici come fosse un arto supplementare non è un vezzo: è un atto di resistenza.

La musica diventa così l’antidoto alla disumanizzazione del fenomeno migratorio. I respingimenti possono sottrarre beni, diritti e dignità, ma non cancellano la spinta a esprimersi. Il contrasto visivo e acustico è lancinante: da una parte l’urlo sordo delle percosse, il fruscio dei passi nel fango e gli ordini dei soldati; dall’altra il fiato caldo che entra nell’ottone, una scintilla che ricorda come quei corpi respinti custodiscano un mondo intero di cultura, bellezza e dignità.

L’Odissea racconta il tormentato ritorno di un uomo verso la propria casa, la traversata di Nazar e Jalil è il cammino di chi una casa deve ancora trovarla per la prima volta. La loro Itaca non è alle spalle, ma davanti ai loro passi: a frapporsi non sono gli dèi del mito, ma altri uomini, che decidono chi abbia diritto a una terra da chiamare propria. La loro meta non è soltanto un luogo in cui fermarsi, ma uno spazio del mondo in cui poter finalmente esistere senza dover più difendere il diritto di essere se stessi.

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