Ocean’s 8 – Un sequel senza particolari ambizioni
Debbie Ocean: «È stato uno sbaglio. L’ho commesso. E se mi dovessero rilasciare io vorrei condurre una vita semplice. Cercherei di tenermi un lavoro, farmi degli amici… e pagare le bollette».
Chi si pone l’arduo compito di fare critica cinematografica dovrebbe sempre lasciar fuori dalla sala i pregiudizi, le influenze e le passioni. Dovrebbe cercare di giudicare (per quanto questo sia possibile) ogni opera per quella che realmente è. Posso dire che questo monito è sempre stato per me una regola fondamentale. Se talvolta non è accaduto, trattasi di eventi casuali o non controllabili.
Tutto questo per dirvi, cari amici della settima arte, che, avendo amato (e non poco) la trilogia di Steven Soderbergh, all’annuncio di questo nuovo film, un po’ di paura l’ho avuta.
Ocean’s 8 di Gary Ross inizia con il totale capovolgimento della prospettiva, puntando su una squadra di abili truffatrici completamente al femminile.
Il film è di fatto un sequel a tutti gli effetti delle vicende narrate nelle opere precedenti. Ocean’s 8 ben si collega a questa nuova tendenza del contemporaneo ritorno al passato, che a Hollywood sta spopolando negli ultimi anni. L’idea è che attualizzare i vecchi capolavori (Soderbergh adattò agli anni 2000 il celebre Colpo Grosso con Sinatra e Dean Martin) possa attrarre di nuovo le folle oceaniche che fino al secolo scorso riempivano i cinema dell’intero globo.
Un pensiero, questo, che troppo spesso risulta un’arma a doppio taglio: se per Blade Runner 2049 l’operazione è stata ben realizzata (nonostante il basso riscontro al botteghino), tanti sono stati i fallimenti. Tra questi citiamo il Ghostbuster di Paul Feig, unicamente per il parallelo con il film oggetto di questo articolo, in cui l’attenzione per le donne (perfetto per i tempi del #MeToo) sembra essere più importante dell’opera stessa.

Debbie Ocean, uscita dal carcere con una folle idea partorita negli ultimi cinque anni, ritrova la vecchia compagna Lou (non prima di essere passata a salutare suo fratello Danny). Insieme assoldano una squadra di donne affamate di soldi, fama e adrenalina, tra cui Palla numero 9, interpretata da una sorprendente Rihanna.
Il regista Gary Ross divide Ocean’s 8 in due parti, dando spazio eguale sia alla fase di costituzione della squadra, che al colpo vero e proprio, cioè il furto di un collier firmato dalla celebre casa Cartier all’interno dell’annuale galà del MET di New York, uno degli eventi più celebri e mondani del pianeta.
Nonostante il film rimanga assolutamente godibile, la sensazione generale sembra non prendere mai lo slancio definitivo: l’operazione realizzata sembra svolgere il mero compitino, accontentandosi di ricalcare le situazioni emerse già nella trilogia originale, senza tentare il minimo slancio creativo.
Sandra Bullock e Cate Blanchett (al netto della loro presenza scenica) si accontentano troppo facilmente di assolvere al loro lavoro. Non riescono minimamente a emulare la coppia Clooney/Pitt, che attraverso la presenza scenica e carismatica, bastavano a coprire mezzo film.
A sorprendere sono la già citata Rihanna e Awkwafina (alla prima vera esperienza cinematografica). Non dimentichiamo però la meravigliosa Anne Hathaway, che nel ruolo di Daphne Kluger, bellissima e svampita diva dello show biz, sembra divertirsi non poco, concedendosi il lusso di un’interpretazione molto più slegata dalle ultime prove attoriali.




