Nel 1986 Stephen King scrisse It, il romanzo che più di ogni altro ha fatto la storia della sua personale produzione letteraria, inserendosi tra i principali e più rilevanti contributi mai portati alla letteratura horror.

Con un capolavoro del genere, registi e sceneggiatori non hanno potuto fare a meno di trasportare sul piccolo e sul grande schermo questa grande opera.
Nel 1990 ci aveva provato Tommy Lee Wallace (con Tim Curry nel ruolo di It) con una miniserie televisiva di due episodi da novanta minuti, riscuotendo una popolarità tale da renderla una delle opere cult degli anni Novanta.
Nel 2017 ha tentato invece Andrès Muschietti, mettendo in scena un gruppo di ragazzini costretti a confrontarsi con le loro peggiori paure e, conseguentemente, con la creatura malvagia interpretata da Bill Skarsgård. Il film si presenta come il primo di due capitoli, perché il secondo (in uscita nel 2019) esplorerà la parte del romanzo in cui i bambini, diventati ormai adulti, affronteranno nuovamente Pennywise.
Cosa ci ha lasciato l’It di Muschietti?
La pellicola inizia con la celebre scena della barchetta del piccolo Georgie, fratello del protagonista Bill, in uno scenario crudo e ansiogeno che potrebbe far pensare a un classico film horror.
In realtà It non può essere classificato precisamente in questa categoria; la creazione della suspense e la tecnica dello jumpscare, pilastri portanti del modo attraverso cui il film è costruito, permettono di individuarlo più come un “film di spavento” che un film dell’orrore.
Classiche dell’horror, invece, sono alcune tecniche di ripresa utilizzate da Muschietti, tra cui sicuramente spiccano le riprese a mano nei momenti di fuga o di attacchi del clown, che conferiscono quell’ansia e tensione fondamentali per scene simili.
Lo spettatore (fatta salva ovviamente la soggettività di ognuno), quindi, è scosso e spaventato in determinate scene del film, ma non rimane inquietato o terrorizzato a lungo, tantomeno all’uscita dalla sala.
Fatta questa necessaria premessa, preme sottolineare l’aderenza che Muschietti ha provato (insieme agli sceneggiatori Palmer, Fukunaga e Dauberman) a dare a determinate tematiche del romanzo di King, soprattutto in quello che è il messaggio finale.

Innanzitutto emerge uno dei temi portanti del romanzo, cioè la totale assenza degli adulti.
Con questo non ci si riferisce alla loro assenza fisica, ma a quella psicologica e partecipativa alle dinamiche della storia. Gli adulti, come sottolineano i ragazzini, «fanno finta di niente».
In realtà, dietro questa passività c’è qualcosa di più profondo: gli adulti non sanno più cosa significa essere bambini, non soffrono delle loro stesse paure. Anzi si potrebbe dire che gli adulti non sono più capaci di provare le paure dei bambini. Perciò per It è molto più facile attaccare questi ultimi, con la complicità involontaria degli adulti inabili nel notare ciò che succede.
La paura, dunque. È evidente che essa rappresenti la chiave di lettura della storia, visto che dalla sua assenza o presenza dipende l’andamento e la vita dei protagonisti.
Pennywise, lo dichiara lui stesso, si nutre della paura ed è proprio l’unione dei bambini spaventati che renderà costoro immuni alla creatura malvagia. Senza la paura, It non ha poteri; e se alla paura si sostituisce l’immaginazione, i ragazzini riescono ad avere la meglio su di lui, esattamente come lui crea le illusioni. È un’arma a doppio taglio di cui It paga le conseguenze.
I bambini in It sono perciò forti insieme, ma diventano invincibili se combattono insieme senza paura.

A proposito dei ragazzini, è giusto fare una menzione alle interpretazioni: Bill, Stan, Ben, Beverly, Richie, Eddie e Mike (il sedicente Club dei Perdenti) sono personaggi ben resi dai rispettivi attori. In particolare il protagonista Bill (Jaeden Lieberher), l’unica ragazza Beverly (Sophia Lillis) e l’irriverente Richie (Finn Wolfhard, già star di Stranger Things) sembrano avere una marcia in più degli altri.
Ad ogni modo, la tematica della preadolescenza, con i frequenti riferimenti sessuali ma al tempo stesso la consapevolezza di essere ancora bambini, rappresenta un aspetto del libro che viene toccato ma non approfondito, come fa King nella sua opera. L’assaggio del tema è sufficiente a rendere bene l’idea di cosa passa per la testa di un bambino a undici/dodici anni.
Veniamo dunque al villain del film di Muschietti, il clown danzante. Bill Skarskård fa un ottimo lavoro, ben aiutato dagli effetti speciali che ne aumentano la mostruosità in alcuni momenti, e da un trucco che lo dipinge molto fedelmente alla creatura del romanzo.
Tuttavia ci viene fatto intuire che dietro It ci sia un’intera mitologia (le ricerche di Ben sono un esempio) che però non viene toccata in questo film: sarà tale compito affidato al sequel? La sensazione, infatti, è quella che il momento in cui i ragazzini accettano di combattere questa entità malvagia avvenga attraverso passaggi troppo bruschi: accettano la realtà e sembrano sapere come combattere It senza però conoscerlo veramente.
La sua presenza comunque risulta essere costantemente ansiogena; il doppiatore (Emiliano Coltorti) fa un buon lavoro nella resa delle diverse tonalità che la voce del pagliaccio assume in ogni frase. È un clown che fa paura fin dal momento in cui lo si guarda (a differenza, invece, del pagliaccio di Tim Curry che aveva proprio nell’apparente simpatia uno dei suoi aspetti più inquietanti). Sembra una vera e propria incarnazione del Male.

Menzione doverosa per il compositore Benjamin Wallfisch, che riesce a inserire le sue note in un contesto già spaventoso. Egli ci fa intuire la frequente rottura dello schema classico dell’alternanza “scena di tensione – scena di rilassamento” attraverso l’inserimento di spie musicali, le quali fanno presupporre che la tensione non sia effettivamente terminata.




