Quanto ci si può sporgere oltre il confine delle vite d’altri?
Cosa puoi afferrare di quelle case lontane al di là delle recinzioni che dicono no trespassing?

Alla ricerca di Vivian Maier è un documentario del 2013 di John Maloof e Charlie Siskel.
Nominato all’Oscar al miglior documentario nel 2015, il film è il tentativo di afferrare un’identità, un’artista, una figura fugace e controversa.
L’opera indaga come Maloof ha scoperto i lavori della fotografa Vivian Maier, realizzati per lo più tra gli anni ’50 e ’90, quasi completamente sconosciuti durante la sua vita di bambinaia anonima a Chicago, attraverso racconti dell’autore e interviste a persone che l’hanno conosciuta.

Il film si apre su una serie di volti.
Volti che hanno forse solo incontrato Vivian, eppure non sono stati in grado di vederla, capirla davvero.
Volti che ancora cercano, aspettano risposta.
E ad essi si accompagnano voci: voci che tentano di pennellarla, afferrarla.
«Paradossale. Coraggiosa. Misteriosa. Eccentrica. Insolita. Riservata. Non avevo idea che facesse foto.»
«È incredibile, non credi? Essere amica di qualcuno per dieci anni e non sapere niente di quella persona.»
(Carol, amica di Vivian)

John Maloof è l’eroe che ha compiuto il grande viaggio, la scoperta, il folle volo.
La macchina da presa non può mancarlo: è lui che ha oltrepassato il confine.
E si racconta.
Nel 2007, il ragazzo, figlio di un rigattiere, volendo fare una ricerca sulla città di Chicago e avendo poco materiale iconografico a disposizione, decide di comprare per 380 dollari, ad un’asta, un box zeppo di oggetti appartenuti a una certa Vivian Maier, tra cui cappelli, vestiti, scontrini, assegni di rimborso delle tasse mai riscossi, e, soprattutto, una cassa piena di negativi e rullini ancora da sviluppare.
Dopo aver stampato alcune foto, Maloof le pubblica su Flickr, ottenendo un interesse entusiastico e virale e l’incoraggiamento della community ad approfondire la ricerca.
Ma Vivian Maier è una ricerca senza risultati sulla schermata Google di Maloof, al tempo.

Eppure, nascerà, presto, un amore impossibile e bellissimo, fondamentale per poter definire oggi Vivian come una delle fotografe più sensibili del ventesimo secolo.
Maloof si dedicherà con tutto se stesso alla ricerca, alla raccolta, alla divulgazione della sua opera.
Senza di lui, non saremmo qui a parlarne.
È l’Ulisse dantesco – e penso al Canto XXVI dell’Inferno – ma è solo, senza la sua compagna picciola, – e le colonne d’Ercole potrebbero recitare anch’esse no trespassing se Dante raccontasse il Novecento – e parte alla volta dei mari di una vita. Una vita perduta, dimenticata. Una vita sola.

Vivian Maier è stata un’antesignana della street photography.
Una fotografa magistrale, autentica, un occhio incredibile, un personaggio primario.
Nella sua opera vi è il connubio agrodolce della tragedia e commedia umana.
Sono corpi, sono spazi, sono arie grigie e mani. Sono braccia strette, respiri.

All’interno di una cornice che dice un grande senso dell’inquadratura, una capacità di porsi nell’ombra, nascondersi, celarsi, per poter mostrare la luce di un incanto, di un frammento dentro cui infiltrarsi.
E trovare, anche se forse non un senso, almeno uno spiraglio vero, un ritaglio d’amore, e dolore, e bellezza, nell’assurdo e nel grottesco del reale.

E questo sottrarsi costante, questo divenire ombra, l’ha mangiata per tutta la vita.
Vita e arte si abbracciano sempre, alla fine: così è stato per Stanislavskij, il grande maestro, il padre della regia teatrale nel pieno senso della parola, o per il suo discepolo più alto, Mejerchol’d, e così via, per tutti i grandi artisti che hanno saputo intrecciare il mondo delle cose e quel loro meraviglioso Iperuranio. Quel loro altrove. Quella loro stanza tutta per sé, piena di tesori e spazi interminati.

E Vivian si rincantucciava nelle stanze chiuse a chiave, tra pile di giornali, e polvere, e nei quartieri degli emarginati, tra i quali si riconosceva; si mascherava dietro falsi nomi; viveva come un personaggio secondario, una comparsa, una spettatrice della sua stessa vita, come direbbe la splendida protagonista norvegese di La persona peggiore del mondo: eppure era una protagonista, lo è sempre stata, ma sempre a modo suo.
Un po’ come una ragazza da parete parallela al Logan Lerman di The perks of being a wallflower che vede e sente le cose. Le comprende.

Forse si sentiva davvero se stessa solo divenendo ombra, guardando le vite d’altri, la bellezza, oltrepassando quel confine che gli altri non potevano nemmeno avvicinare.
E per lei vita era vedere, dev’essere stato questo. Un po’ come l’antropologia di cui parla Sorrentino in Parthenope.

No trespassing: così recita un cartello affisso fuori una delle case dove Vivian ha lavorato, Tides’ End, presso Southampton, e così aleggiava il divieto di lei ad accedere alle sue stanze tutte per sé spesso agli ultimi piani delle dimore presso cui era bambinaia o governante, e così ancora dice l’incipit emblematico e programmatico di Citizen Kane (1941).
Vivian Maier, in un altrove, sta a Charles Foster Kane come, a sua volta, John Maloof sta a Orson Welles, così come al giornalista Jerry Thompson, incaricato di scoprire il significato di quell’ultima parola pronunciata dal grande magnate della stampa Kane in punto di morte, Rosebud.

E non a caso i due film – Alla ricerca di Vivian Maier e Citizen Kane – si muovono nello spazio del giallo introspettivo: entrambi senza spargimenti di sangue, entrambi enigmi irrisolti.
Il mistero più grande è l’individuo umano: in un’indagine condotta su due binari paralleli, a distanza di decenni, risalendo alle radici delle figure da sviscerare, raccontando due vite a ritroso, partendo dalla fine e giungendo poi alle origini attraverso analessi, quello che più emerge, in fin dei conti, è l’impossibilità di giudicare un uomo.
Non oltrepassare allora quella porta d’accesso al mondo d’altri: questo ci dicono Vivian e Kane, e così anche Maloof e Welles. E forse ancora direbbero: non capiresti, o non potresti capire.

E così quella montagna di scatole recuperate da Maloof rispecchia perfettamente quella piramide di chincaglierie ammassate nel finale del capolavoro del 1941: è l’interiorità imperscrutabile umana, sfaccettata, contraddittoria, ineffabile.
Anche se un gruppo di giornalisti setacciasse ogni angolo del tuo castello interiore o della tua stanza privata, ciò che resterebbe sarebbe comunque il deserto.
Il silenzio dell’impossibilità di traduzione dei moti dell’animo, dei ricordi, delle emozioni, del tempo soggettivo di ogni individuo.

Citizen Kane è l’opera prima di Orson Welles – Autore nel pieno senso della parola, capace di emergere dall’omogeneità del contesto della Hollywood classica, enfant prodige, genio unico e provocatorio, definito non a caso giovane iconoclasta da Martin Scorsese – con cui apre la strada al cinema moderno e riflette sulla relatività della verità, sulla vanitas, sulla dissolubilità dei gesti nel nulla e così ancora su temi universali ed esistenziali, quali vita, amore, morte.
Alla ricerca di Vivian Maier è a sua volta opera prima di Maloof e Siskel, realizzata attraverso il procedimento della raccolta e montaggio di materiale che rappresenta un vero e proprio archivio cui attingere, facendosi testimonianza, secondo le modalità caratteristiche del cinema contemporaneo.

Ed è una ricerca di un tempo perduto, di una sagoma la cui verità è informe, quasi quanto un’ombra, o un riflesso su una vetrina affollata, o un nome storpiato senza motivo, in Mayer, Meier, Meyer o Viv.
Forse solo perché Vivian cercava se stessa, in qualche modo, come Maloof cercava lei, quando ormai per la donna era tardi, ma non per l’arte, forse mai per l’arte. Non è mai tardi per l’arte.
E Vivian era una donna sola, una donna innamorata della vita e dei bambini che accudiva, e della bellezza, e dell’assurdo meraviglioso umano, troppo umano.
«Disse di aver portato con sé la sua vita, ovvero una quantità di scatole.»
(Membro di una famiglia datrice di lavoro di Vivian)
La sua vita: una quantità di scatole.

Come puoi definire una persona? Trovarla?
Tra le sue scatole? Nelle lettere che ha lasciato?

O anche solo conoscerla, per davvero, una persona: come si fa?
Puoi provare a definirla tramite la sua ultima parola, forse la sua Rosebud wellesiana; o tramite i segni tracciati su un libro; o la sua roba rimasta in giro – e ripenso a Rosso Malpelo di Verga -; o forse provando a indossare i suoi vestiti, e cercandone l’odore, o le pieghe ancora increspate seguendo le onde delle sue dita; o setacciando le orme e le ombre disseminate sui sentieri battuti dal fantasma; o per via delle sue mani sulla carta o sulla pellicola, che lasciano arte, o forse solo un gesto, un’emozione, un frammento di sé.
E, alla fine, siamo forse tutti bimbi sperduti, tutti stranieri insondabili le cui vite si intrecciano per il tempo di un incanto, e va bene così.

Annie Ernaux, in un libercolo squisito che lessi nella traduzione inglese come Simple Passion, dice: «From the very beginning, and throughout the whole of our affair, I had the privilege of knowing what we all find out in the end: the man we love is a complete stranger.»
E perfino la dolcissima, apparentemente ingenua eppure sorprendentemente sagace e acuta, Charlotte di Sex and the City esordisce in un dialogo con Carrie nella prima stagione con la domanda: «Conosciamo davvero le persone con cui andiamo a letto?»
Forse no, forse in Closer hanno ragione a salutarsi con Ciao straniero. Forse bisogna amarsi tra gli intermezzi e gli intervalli che non potremo mai colmare del tutto, ricordarci i veli, l’ignoto, regalarci ancora i forse e i silenzi. Accettare che non tutto può essere spiegato, razionalizzato.

Alla ricerca di Vivian Maier è un documentario profondamente esistenziale: un viaggio nei bianchi e nei neri del vivere di una donna, senza risoluzioni.
Una donna che forse non è mai stata qui, forse non è mai appartenuta a nessuno, se non a se stessa.
E alla sua arte.
E quanto ha lasciato. Quanto ci ha regalato.

È la ricerca di un io ineffabile, un fumo leggero come un fiato.
È il tempo di una vita, di un respiro: si condensa una nuvola quasi perfetta, si alza il vento, e ce ne andiamo.
Come spiegarlo? Come dare un senso?

Vivian è stata qui, forse. E anche noi.
Non abbiamo le risposte.
Ma è stato bellissimo.




