11 gennaio 2026, il mondo volge il suo sguardo verso la patinata Beverly Hills per la notte dei Golden Globe. La cerimonia funge da antipasto per i possibili risultati degli Oscar, che si terranno tra un paio di mesi, ma soprattutto rappresenta l’apice del prestigio per la serialità televisiva, ormai inevitabile e sostanziosa componente della cinematografia contemporanea.
Nella compagine del già-visto e del già-conosciuto, emerge l’opera di un ragazzo neanche trentenne di cui si sa poco o niente, che al momento delle premiazioni probabilmente si svegliava a casa sua in una fredda mattinata giapponese. L’autore della miglior serie dell’anno.

Uoto, è il nome d’arte di un misterioso mangaka di appena 28 anni, che ha collaborato con il rinomato studio Madzhouse per la serializzazione del proprio manga, Orb – Il movimento della Terra (Chi: Chikyū no undō ni tsuite), serie sbarcata quest’anno in tutto il mondo grazie a Netflix.
La scelta di un colosso come Netflix di proporre un’opera sconosciuta ai più, al di fuori del Giappone, è segno di un occhio di riguardo per la costante espansione dell’animazione giapponese in termini di pubblico, e quindi di profitto, ma anche di un’attenta analisi della qualità intrinseca di un’opera, in particolare della scrittura.
Questo sembrerebbe andare in parte in controtendenza con l’aspirazione di sbancare una cerimonia di premiazione, o forse no?
Le titaniche e spaventose piattaforme non guardano più solo al profitto e a possibili riconoscimenti, come gli stessi Golden Globe. Avere fiuto per la qualità è l’altro lato della medaglia, che poi questo sia di matrice artistica o commerciale è tutta un’altra, e gigantesca, questione.
Perché se in buona parte l’animazione sta tendendo sempre di più alla spettacolarizzazione, talvolta a discapito della profondità narrativa, per fortuna esistono ancora opere cinematografiche in grado di emozionarci grazie alle parole di cui sono costituite.

Ma dopo tutto questo preambolo vi chiederete: ok, ma che diavolo è Orb?
Parte tutto dall’importanza delle parole, della scrittura. In principio fu il verbo, disse qualcuno.
Il carattere katakana “Chi”, scelto da Uoto come titolo per la propria opera, significa allo stesso tempo “Terra”, “conoscenza” e “sangue”. Tre cardini dell’esistenza umana che rappresentano alla perfezione il rapporto con l’ambiente circostante, con l’Altro e con noi stessi.
Orb – Il movimento della Terra si basa sulla costante lotta per la verità tra progresso e censura, in particolare analizzando la fondamentale ambivalenza umana che risiede nel rapporto tra dubbio e fede. L’opera presenta un passato che richiama quello dell’Europa medievale, in cui sostenere o anche solo studiare l’eliocentrismo è considerato eresia, a causa del volere della Chiesa di mantenere una visione geocentrica.
Pur essendo un racconto prevalentemente di finzione in termini di luoghi e personaggi, la scelta dell’autore di ambientare il tutto in un contesto così distante dalla propria cultura sottolinea ulteriormente la portata dell’opera stessa, che non vuole conoscere confini o barriere, bensì essere uno spaccato universale sulla natura umana e sulle sue radici esistenziali.
«Ignorando il passato, perdiamo la strada»
(Nowak, Orb – Il movimento della Terra)

Se da un lato immagini di cieli stellati e vuoti cosmici rimandano ad un senso di sospensione, dall’altro è una scrittura profonda e complessa che permette l’insinuarsi del dubbio, il ragionamento sulla fede, e la tendenza alla verità.
Il tono è sospeso tra incertezza e forza: la Terra non è un punto fermo, ma movimento tra questi due concetti, e la narrazione si costruisce proprio su questo doppio asse. Il dubbio non è mai passivo, bensì appare come un moto che spinge ad interrogarsi.
La narrazione attraversa il tempo e le vite di varie persone, che si trovano davanti allo stesso ostacolo, ad un percorso fondamentale per ogni essere umano. Rafal, Nowak, Badeni, Jolenta, Oczy, Draka e Schmidt. Nomi che non conosciamo né abbiamo mai sentito, ma che rappresentano alla perfezione l’asse dell’esistenza umana su cui orbitano dubbio e fede.
Ogni personaggio diventa una sfumatura del dubbio: vacillando di fronte al senso dell’esistenza, mettendo in discussione l’autorità, contestando la fede stessa.
In questo dubbio c’è una forza profonda, il mettere in crisi le proprie certezze che diventa scoperta di una nuova verità interiore.
«Le radici del dubbio sono profonde quanto quelle della certezza. Il dubbio però è più raro, raro come la lucidità e la vertigine che l’accompagna»
(Emil Cioran, Un apolide metafisico, 1995)

Le convinzioni dei vari protagonisti si piegano alle verità dell’astronomia, scienza connotata da meraviglia e curiosità, sostenuta da faticosi e interminabili processi matematici e di osservazione, portando a credere che possa esistere una verità differente da quella ecclesiastica, una realtà imperfetta ma non per questo meno affascinante.
È qui che entra in gioco la fede, intesa come risposta al vuoto lasciato dal dubbio. La fede non si pone come dogma, ma si svela un atto di coraggio. I protagonisti non si affidano a verità immutabili, ma scelgono comunque di credere: negli altri, nel movimento della Terra, nell’ignoto.
La fede emerge dal dubbio, nella consapevolezza di questo come un passo verso una verità più elevata, interiore e circostante.
La fede della Chiesam, invece, è mostrata come rifiuto e negazione. L’inquisizione è rappresentazione della cieca e violenta repressione, brutale e immutabile come solo la verità può sembrare a chi crede senza dubitare.
Le uniche armi a disposizione in questa guerra spirituale ed esistenziale sono la resilienza e il sacrifico.
«La cosa importante è saper scegliere a cosa rinunciare»
(Rafal, Orb – Il movimento della Terra)

Scegliere di sacrificare sé stessi per preservare le fondamenta di una nuova conoscenza, con la consapevolezza granitica che il proprio percorso è solo un passo per la razza umana. Affinché il progresso continui non sono indispensabili le persone, bensì le basi che queste hanno gettato, fondamenta su cui poter continuare a costruire.
Con il sacrificio si diventa martiri, manifesto dell’incrollabile convinzione data dal credere e dal desiderio di conoscenza, componenti imprescindibili dell’insaziabile curiosità umana.
La capacità di sacrificare sé stessi in nome della verità, di rinunciare alla vita in favore di una speranza, riecheggia in tutta l’opera di Uoto.
«La verità non vuol altro dio all’infuori di sé. La fede nella verità comincia con il dubbio in tutte le verità credute sino a quel momento»
(Friedrich Nietzsche, Umano troppo umano, 1878)

Le diverse motivazioni e traiettorie con cui i personaggi, e quindi gli esseri umani, arrivano a questa apertura, al proprio movimento interiore, sintetizza perfettamente individualismo e collettivismo, l’Io e l’Altro.
Il dubbio e la fede, il movimento e la stabilità, tutte queste parole non rappresentano altro che la complessa ambivalenza dell’essere umano e del suo modo di affrontare il mondo.
I personaggi, e gli spettatori, sono viaggiatori dentro i propri dubbi, dentro una forma di fede che non è chiusura ma apertura. Il movimento perpetuo della Terra è la metafora di un processo interiore, in cui non bisogna fermarsi al dubbio, né cercare rifugio nel dogma, ma abbandonarsi all’universo, al fine di coesistere con l’incertezza.
Molto probabilmente chi si occupa delle nomination per i Golden Globe non ha mai sentito parlare di Uoto, né letto o visto la sua opera.
Mi piace pensare che all’autore un riconoscimento “globale”, proprio come è il respiro della sua opera, avrebbe fatto piacere, specialmente riguardo alla sceneggiatura. O forse non è importante, perché i premi in ambito artistico lasciano sempre il tempo che trovano, ma è il peso dell’opera in questione che conta più di ogni altra cosa.
A prescindere da tutto, l’atto di fede conclusivo è destinato allo spettatore: se credere in un autore giovane ed intraprendente come Uoto, nella bellezza e profondità della sua arte, e nella strada che ha davanti a sé.




