«Un vero perdente è qualcuno che ha così tanta paura di non vincere che non ci prova nemmeno»
Little Miss Sunshine ha “compiuto” 20 anni, e la cosa più contemporanea che ha addosso è che non parla di quanto sia bello vincere. Affatto. Parla di quel momento prima. Quello che possiamo chiamare comunemente “crisi”, “plateau”, “periodo no”, e che invece nel film è un pezzo di strada: letterale (un viaggio in furgoncino) e mentale (un’educazione sentimentale fatta di imbarazzi, silenzi, scivolate, risalite).
Presentato al Sundance Film Festival il 20 gennaio 2006 – il film di Jonathan Dayton e Valerie Faris nasce come una piccola pellicola indie e finisce per diventare un “classico” pop, con un budget contenuto e un incasso enorme rispetto alle aspettative.
E in mezzo c’è l’idea più rivoluzionaria possibile, soprattutto per una commedia americana: fallire non è un difetto di fabbrica, è un momento di crescita. Non una morale smielata, però. Una cosa più sporca, più vera, dove il fallimento ti costringe a rinegoziare chi sei quando non puoi più appoggiarti al personaggio che ti eri costruito.

Se dovessi spiegare Little Miss Sunshine a qualcuno che non l’ha mai visto (e beato lui o lei, perché può ancora godersi la prima volta), direi che parla di una famiglia disfunzionale che parte dal New Mexico verso la California per portare la piccola Olive (Abigail Breslin) a un concorso di bellezza per bambine. Solo che lungo la strada si sfascia tutto, il mezzo, i piani, le convinzioni, le pose. Ed è lì che succede la magia. Il film non “ripara” i personaggi, ma li espone. Li mette in vetrina senza pietà e senza sadismo, come a dire: guardali, sono fatti di crepe, eppure camminano.
L’anno in cui è uscito il film, il 2006, riflette perfettamente l’atmosfera del tempo. È un momento in cui la retorica della performance – “sii il migliore”, “ottimizza tutto”, “vinci sempre” – sta diventando una vera e propria ossessione nella società americana. Nel film, questa ossessione ha un volto preciso: Richard (Greg Kinnear) e il suo corso motivazionale basato su una dicotomia tossica, “vincitori contro perdenti”, e il relativo culto della performance, talmente pervasivo che non ti comanda soltanto cosa fare, ti suggerisce cosa essere. Ti educa a un’idea di te come progetto in perenne aggiornamento: devi ottimizzarti, correggerti, venderti meglio. Little Miss Sunshine lo capisce benissimo e lo fa esplodere con una semplicità disarmante, mettendo insieme una famiglia che non riesce a “funzionare” come dovrebbe, e dimostra che proprio lì – nel malfunzionamento – c’è la verità.
La famiglia Hoover e l’arte di sbagliare insieme
La cosa più bella della famiglia Hoover è che non sono “simpatici” nel senso televisivo. Sono spigolosi. Sheryl (Toni Collette) fa da collante finché il collante non si scioglie. Frank (Steve Carell) è la depressione camuffata dall’ironia, ma anche la prova che si può sopravvivere a un fallimento enorme (un amore finito, una carriera che ti respinge, un’idea di te che non torna più). Dwayne (Paul Dano), voto di silenzio, è l’adolescenza come sciopero. Il nonno (Alan Arkin) è l’elemento anarchico: è quello che dice le cose sbagliate nel modo sbagliato, ma spesso è l’unico che dice la verità. E poi c’è Olive, che è il cuore non perché sia “pura”, ma perché è ancora in quella fase in cui desiderare non è un peccato. Lei vuole andare al concorso, punto. Non per diventare qualcuno, ma perché lo vuole. E il film la prende sul serio. Senza ironia da adulti che sanno già come finisce.

E in questa promiscuità succede una cosa rara: la famiglia, invece di implodere in tragedia, si ricompone in una forma nuova. Non migliore. Nuova. Più onesta. È come se il film dicesse: non esiste “la famiglia sana”, esiste “la famiglia che riesce a restare nella stanza mentre cade il soffitto”. E sì, fa ridere. Ma, come sappiamo, a volte la risata diventa una forma di sopravvivenza.
Little Miss Sunshine è una critica all’ideologia meritocratica sotto forma di commedia. La meritocrazia, quando diventa fede, trasforma la vita in un casting infinito: devi essere sempre “presentabile”, sempre “selezionabile”, sempre “vendibile”. Il concorso di bellezza è la metafora più ovvia e per questo perfetta: bambine truccate da adulte, corpi trattati come curriculum, sorrisi futili come moneta.
Ma la vera cosa interessante è che il film non si limita a “denunciare”. Mostra come quella logica contamini anche chi la rifiuta. Dwayne non parla, però sogna l’Air Force, e anche lui vuole una via d’uscita “meritata”. Frank è un intellettuale brillante, ma si sente scartato. Richard predica la vittoria perché teme l’invisibilità. Tutti, in modi diversi, sono ostaggi dell’idea che valiamo solo se qualcuno ci applaude. E il film li accompagna nel momento in cui l’applauso manca.
Il punto non è che “va bene perdere”. Il punto è che perdere può essere l’unica cosa che ti restituisce al reale. C’è una frase (attribuita spesso a Beckett) che gira da anni: “Fail again. Fail better”. Ma ora non importa chi l’ha detta per primo, importa che Little Miss Sunshine la mette in scena senza frasi a effetto. Quando Olive arriva sul palco e fa quella performance, succede una cosa meravigliosa: l’imbarazzo si trasforma in alleanza. La famiglia sale sul palco con lei. Non per salvarla. Per esserci.
Questa è la bellezza del fallimento: ti toglie la maschera e ti dà un senso di comunità. Nel mondo della performance, sei solo perché devi primeggiare. Nel mondo della figuraccia condivisa, improvvisamente non sei più un caso umano: sei un essere umano. E qui il film è più radicale di quella retorica “positiva” contemporanea che non trasforma il fallimento in un carosello per un post su LinkedIn (“fallisci con stile!”). Lo lascia brutto. Sudato. Scomodo. E proprio per questo liberatorio.

Perché ci parla ancora nel 2026?
Ma torniamo al 2006, perché c’è un dettaglio interessante da analizzare. Al tempo, la retorica della performance era già ovunque, ma aveva ancora una forma “analogica”: la carriera come scala, il successo come traguardo, la motivazione come poster appeso in ufficio. Era l’epoca in cui ti dicevano “devi credere in te stesso” con la stessa naturalezza con cui ti dicevano “devi svegliarti prima”. Il fallimento era una vergogna privata, qualcosa da gestire in silenzio, magari con un sorriso di circostanza. La performance, insomma, era una richiesta sociale, ma non era ancora un’ossessione in tempo reale.
E allora il film, oggi, colpisce più forte proprio perché non offre una “soluzione” da manuale. Ti mostra una famiglia che smette di recitare, non perché ha capito la lezione, ma perché non ce la fa più. E in quel momento succede una cosa rara: il fallimento smette di essere un verdetto e diventa un’esperienza condivisa. Il film non romanticizza la sconfitta, la rende abitabile. E se nel 2006 era una piccola critica al culto della vittoria, nel 2026 suona quasi come una boccata d’aria, un invito a non confondere il valore con la prestazione, la vita con la sua vetrina.
In questo panorama, Little Miss Sunshine è un antidoto perché ti dice che non sei rotto se non stai “vincendo”. Sei vivo.
Forse è per questo che, quando lo (ri)guardi oggi, la risata ti arriva con un retrogusto. Non si tratta di nostalgia, ma di riconoscimento. Perché forse abbiamo tutti un pezzo di Hoover dentro: il desiderio di essere “ok”, la paura di essere “troppo”, la tentazione di misurarci con un metro sbagliato. Il film non offre una cura, ma un gesto: sposta il baricentro dal risultato al percorso. Dal giudizio al legame. Dalla prestazione alla presenza.
E se c’è una chiusura possibile, potrebbe essere questa: il fallimento non è solo “una tappa propedeutica”. È spesso la tappa in cui impari a volerti bene senza condizioni. A ridere mentre ti tremano le ginocchia. A salire sul palco anche se non sei pronto. E soprattutto a scoprire che, quando ti succede qualcosa di umiliante, il mondo non finisce. A volte, (ri)comincia.




