Sentimental Value e il valore affettivo della casa

Beatrice Roberto

Febbraio 3, 2026

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C’è sempre una casa, in Norvegia. E, da qualche parte, c’è sempre una Nora. Una bambolamessa male.

Nel 1879, una Nora se ne va, con un tonfo la sua porta si chiude.

Nel 2025, un’altra Nora, entra.

Sceglie di abitare quelle crepe, quel dolore, quelle ombre. 

È la sua casa, d’altronde. E, si sa, la casa è un luogo da cercare altrove, finché non ti accorgi che è sempre stata lì. Dentro di te.

Basta sapersi ritrovare.

Sentimental Value è l’ultima opera di Joachim Trier. 

Grand Prix Speciale della Giuria a Cannes nel 2025, candidato a 9 premi Oscar e vincitore del Golden Globe per il migliore attore non protagonista a Stellan Skarsgård nel 2026, il film è una poesia audiovisiva composta dal regista più sensibile del contemporaneo.

La persona peggiore del mondo (2021)

La persona peggiore del mondo (2021), qui, sembra trovare una sua naturale evoluzione. 

Sempre Oslo, sempre un cinema di sentire, sempre Renate Reinsve e le sue delicate fragilità: eppure, Julie, qui, si è fatta grande, più riflessiva, forse più ombrosa.

Non più trame amorose; ma sentimentali, come suggerisce il titolo,

Ed è una ragnatela che tutta s’impernia su un unico maestoso baricentro. Ed è lo stesso da più di un secolo, ormai, in Norvegia, se non da prima, calcolando miti e leggende del folklore locale, perché dalle proprie radici non si scappa.

La persona peggiore del mondo (2021)

Essendo scandinavi, non possiamo fare a meno di Ibsen o Bergman; fa parte del nostro Dna.

(Renate Reinsve)

Casa di bambola (1922)

Henrik Ibsen è, al tramonto dell’Ottocento, in Norvegia, il padre della drammaturgia moderna. L’inventore del teatro del salotto borghese. Uno dei tre grandi rivoluzionari del teatro con la rottura che fu il dramma borghese, insieme allo svedese Strindberg e al russo Čechov

È un teatro che si fa specchio critico della società, luogo deputato a dibattere seriamente, sede di discussione e analisi, dove il sediamoci e parliamo diventa quasi un diktat, un comando, o, forse, talvolta, una confessione dolente, uno scavo freudiano nell’inconscio. E quale spazio d’elezione migliore per quest’indagine se non il luogo più identitario in assoluto della famiglia borghese, fondamento d’ordine e civiltà, ambiente doppio, capace d’essere, come direbbe la Nora di Trier, pieno e leggero: la casa.

C’è sempre una casa, in Norvegia, dopotutto. Tanto che pure nei titoli ibseniani s’infiltra, quasi facendosi l’unica vera protagonista assoluta di questo teatro. Penso a Una casa di bambola (1879), Casa Rosmer (1886).

Ma anche agli Spettri (1881) che sempre vivono nelle nostre case dalle porte socchiuse

Quelle porte, Ibsen, le schiude, silente, per sgattaiolarci dentro. E raccontare. Non accade poi molto. Si parla, tanto. Si sente, soprattutto. Tutto è già successo, per lo più. Si può solo guardare indietro. Provare a tirare le fila della rete, per capire cosa è andato storto. Ed è un dialogo sospeso sempre, in una stasi incastonata nel dolore dell’incapacità di andare oltre

Rebecca e Rosmer potevano amarsi, potevano dirsi le parole giuste. Eppure non ce la fanno, compiono il gesto più tragico di tutti. Immotivato, inspiegabile, dettato da un senso di colpa per un adulterio mai avvenuto. Si gettano dal ponte, muoiono insieme. È la fine di Casa RosmerHedda Gabler (1890) pure: si chiude sul suicidio di lei.

Nora, la bambola, la lodoletta, invece, no. Forse non muore, forse crescerà. Ma, prima, deve ritrovarsi.

Si prega di non discutere di Casa di bambola: dicevano le postille sugli inviti delle famiglie altolocate scandinave, allora. Fu uno scandaloUna casa di bambola, dramma in tre atti, fu tacciato di un femminismo estremo. Riguardava la condizione femminile del tempo, una presa di coscienza sulla vita, sulla libertà, sull’amore.

Era la notte di Natale, la festa per eccellenza dell’intimità familiare. E, Nora, va via di casa

Non crede più alle bambole. E, forse, proprio, non crede più. E basta.

La persona peggiore del mondo (2021)

Sentimental Value è un dramma borghese ibseniano che forse ce la fa. 

Tutto torna. L’arte norvegese non può prescindere da quel suo grumo oscuro tragico intrinseco, quasi ancestrale. I padri restano assenti, i figli impauriti dalla vita. Il dolore è capace di farsi fratture su pareti, strappi su vestiti, drammaturgie, certo, ma mai può risolversi davvero, forse. O svanire del tutto. È una sofferenza connaturata dentro la vita, come una condanna eppure anche un talento, un potere, una sensibilità. Non possiamo scappare da quel dolore. Non possiamo mai lasciare davvero quelle case rotte. Quelle case di bambola.

Forse, però, possiamo imparare a restare. Ad abitare le crepe. Forse, farci un film.

Sentimental Value è Una casa di bambola al rovescio.

Trier inverte gli elementi, ci gioca, scombina i tasselli.

Nora entra in una sorta di casa di bambola proprio negli ultimi attimi del film, proprio quando l’altra Nora ne esce.

Un set metacinematografico può tradursi in una casetta per le bambole, se vogliamo.

Entrare significa credere.

È quello che la Nora disillusa dice al marito Torvald, nel dramma ibseniano: non credo più alle cose meravigliose.

Questo dev’essere un punto in comune tra le due Nora. Forse ci credevano entrambe, una volta, alle cose meravigliose, alle case meravigliose. Due eterne bambine, forse bamboleEppure bambine, quindi ancora in cerca di un’identità, di un’autodeterminazione. Per sempre incastrate in un tempo irrisolto. Per la Nora di Ibsen, il Natale non passerà mai, non ci sarà più una vita familiare, poi. L’arte non ci dice mai cosa viene dopo. Possiamo provare a immaginare, certo. Ma le due Nora saranno per sempre come le abbiamo lasciate. Una dentro. Una fuori.

 

Eppure, dicevamo, tutto torna. Ibsen, tra dentro e fuori, spesso, sceglie il mezzo. Quella terra sulla soglia, fatta di vani e porte. Porte socchiuse, appunto. La sua, si dice, è la poesia dell’origliamento.

Travalicamenti, oltrepassamenti di spazi: è lo strumento dei deboli, delle donne, soprattutto. Per sentire dall’altra parte, per tentare di ritrovarsi. Era un elemento diffusissimo nell’Ottocento, anche in Italia, se pensiamo all’opera di Praga, o Torelli. Alla fine: tutti origliano tutti. Pure la Nora di Trier origliava il padre nello studio attraverso una stufa comunicante con la sua stanza. Forse era la stessa stufa di maiolica della prima didascalia ibseniana. Chissà. Comunque: la Nora di Ibsen origliava il marito di continuo, anche lei.

Sono conflitti latenti, paure, invasioni di spazi.

Un po’ come quella di Rachel Kemp, in Sentimental Value, l’attrice hollywoodiana che interpreterà la protagonista del nuovo film del regista Gustav Borg, padre di Nora. Lo aveva scritto per lei, attrice di teatro, in realtà. Lei, aveva rifiutato. Non c’è comunicazione, aveva detto. È tutto così concatenato. Il film sarebbe stato girato nella loro casa. E parlava di Nora. O, forse, della madre di Gustav, morta suicida. Forse di entrambe. 

Tutto torna, dicevamo. In Una casa di bambola, è l’arrivo di un’estranea, la signora Linde, a scatenare una serie di sventure, che porteranno allo sgretolarsi di quella casa. C’è un contrasto nettissimo tra il polo interno, della famiglia, della sicurezza, e quello esterno, del pericolo, che irrompe da fuori. Rachel, potremmo dire, in questo gioco di richiami, è l’estranea.

Pure il suicidio è un tassello ritornante.

Ibsen, nei suoi drammi, c’incappa sempre. Ma: le cose non vanno mai due volte allo stesso modo. Anche la Nora di Trier, aveva tentato il suicidio, una volta (e, sempre, guardiamo al passato). Il film di Gustav si chiude sul suicidio della protagonista.

Eppure, penso che Trier voglia salvarci, in qualche modo

Trier salva Nora. Riscrive la storia. Lei entra nella casa. Non ne esce.

Pare quasi un’ucronia tarantiniana.

Once upon a time… in Hollywood (2019)

La vita si rispecchia nell’arte e nell’arte si raddoppia. Fino a guarire. A perdonare. 

E, allora: la casa della vita si fa casa dell’arte, in un viaggio circolare tutto interiore.

Sentimental Value è un abbraccio. 

Ci sono Bergman e il suo doppio, Fellini, Ibsen, pure Woody Allen e il Zemeckis di Here (2024), se vogliamo. E c’è una casa.

Persona (1966)

La casa ibseniana campeggia monumentale dall’incipit fino alla fine

Si svela a noi quasi come un corpo da vivisezionare, pornograficamente forse. O come un segreto custodito da un bambino. Nora, forse, già lo aveva capito, allora. Aveva scritto, in un tema di prima media, che, se avesse potuto tramutarsi in un oggetto, quello, sarebbe stato la sua casa.

Era già tutto lì.

Sentuimental Value è il valore affettivo delle nostre case, dove dentro ci sono sempre crepe, da cui, poi, entra la luce.

Basta un abbraccio, una preghiera, un film.

È sempre stato questo, il punto, fin dall’inizio: essere casafarsi casadiventare casa.

Ma: come si fa ad essere casa quando ti senti perso? Quando ti senti messa male? E quel dolore fin dalle fondamenta manco lo sai dire? Si chiama solitudine, si chiama rabbia, si chiama paura. C’è un’incomunicabilità di fondo, in tutto questo spazio norvegese del sentire, dell’inazione, che dal teatro s’allarga al cinema e poi all’arte tutta, che sembra quasi un’ironia della sorteDobbiamo parlare è l’imperativo costante. Eppure, son sempre solo bocconi di parole. Come sigarette.

Nora, per tutto il film, cerca solo una casa. 
Sentimental Value è perdersi nelle case degli altri e dire non ce la facciovoglio un posto, una casa e tu ce l’hai fatta, tu hai una famiglia, una casa; per poi, capire. Solo tu puoi riempire davvero la tuaEntrare.

Nora voleva solo essere la sua casa. Fin da bambina. Eppure, guardava fuori

E, invece, era già tutto qui.

Alla fine, dalle crepe entra sempre luce.
Basta crederci.

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