«Esiste un ponte, chiamato Sirāt, che unisce inferno e paradiso.
Chiunque tenti di attraversarlo, deve sapere che è più sottile di una ciocca di capelli, e più affilato della lama di una spada.»
Esiste un ponte, chiamato Sirāt, che unisce la morte e la rinascita.
Esiste un ponte, chiamato Sirāt, che collega l’inizio e la fine del mondo.
Esiste un ponte, chiamato Sirāt, che trova nel trauma la rivelazione.
Esiste un ponte, chiamato Sirāt, che conduce verso uno sconfinato e pericolosissimo spazio liminale, dalle fattezze del deserto del Sahara, che, imperturbabile, aspetta solo di essere attraversato.
Il cammino, in Sirāt, è impervio, e non consente ripensamenti: una volta iniziato il viaggio, non è più possibile tornare indietro.
Il ponte che collega la vita all’ascesi scorre sopra il fiume della morte.
O si va avanti, o si precipita.
Nessun’altra scelta.

Sirāt – Verso la fine del mondo
/a·po·ca·lìs·se/, dalla voce greca ἀποκάλυψις (apokálypsis), composta da ἀπό ‘via, da’ e κάλυψις ‘velo, copertura’, significa letteralmente ‘togliere il velo’, ‘svelamento’. Solo dopo assume l’accezione catastrofica sulla fine dello stato di cose presenti. L’apocalisse, dunque, è una rivelazione. E come ogni rivelazione, è traumatica, al contempo meraviglia e sgomento.
Luis ed Esteban — padre e figlio — sono ad un rave nel deserto marocchino alla ricerca di Mar, figlia e sorella, scomparsa cinque mesi prima proprio durante una di queste feste. Pista dopo pista, finiscono per inseguire la voce di un altro raduno, ancora più remoto, ancora più grande. Mar deve essere lì. Forse.
Ecco dunque che un gruppo di raver, fuggiaschi e disertori nei confronti dell’attualità, parte verso il cuore del Sahara con i propri camion sgangherati — lontani cugini dei convogli di Mad Max — e Luis ed Esteban decidono di seguirli.
Diffidenza iniziale, qualche attrito, poi il gruppo si compatta: si sopravvive insieme.
Senza rendersene conto, però, stanno già attraversando qualcosa di molto diverso da una semplice distesa di sabbia. Ogni tappa li spinge un po’ più lontano da ciò che erano prima. Ogni chilometro aggiunge fatica, perdita, consapevolezza.
E indietro, ormai, non si torna più. Lo spazio-tempo del Sirāt è in movimento.
«Con Sirat, stavo esplorando la mia ferita. Appartengo a una confraternita Sufi, e andare ai rave significava esplorare la mia ferita, danzare sulla mia ferita, celebrarla. In un certo senso, fare questi film, appiccare dei veri incendi come in Fire Will Come o organizzare un rave per delle riprese è esplorare la mia nevrosi. Quando giri, sei di fronte alla tua follia, e lo sai.»
(Oliver Laxe)

Sirāt – Un inferno banale
Vi è, infatti, un denominatore comune tra i protagonisti di Sirāt: sono tutti distrutti. Ciascun occhio è avvolto da una patina di dolore incommensurabile, che non necessita di essere esplicato. Esiste, e tanto basta.
Cosa invece non si trova sono ciuffi di capelli o spade.
Ma c’è l’inferno.
E no, non è il Sahara, seppur sia teatro di orizzonti psichedelici e inattuali, palcoscenico di sfide simboliche e tragedie fatali.
È un inferno più banale.
È un inferno condiviso, concreto, lontano e vicino al tempo stesso.
È la terza guerra mondiale. Che non ha nemmeno bisogno di entrare nello schermo per distruggere vite. Basta percepirla come una lontana eco, fatale e incontrovertibile.
E forse, l’inferno, non è mai solo individuale. È qualcosa che si vive assieme.
E come può, allora, non essere un inconscio dolore collettivo quello che si ritrovano ad affrontare Luis, Esteban, Bigui e compagnia bella?
Ecco dunque che il viaggio inizia.
E comincia lì, nel dolore, unica forza motrice di un mondo alla deriva, che si ostina comunque ad andare da qualche parte, seppur la fine sia ormai giunta.
Lontano, nel deserto.
«C’è così tanto dolore nel mondo, e penso che l’arte – il compromesso del cinema – possa essere curativa. Siamo in un momento in cui dobbiamo contenere il dolore che ci circonda. Non importa la bandiera, non importa il genere, non importa la classe sociale. Voglio dire, siamo tutti distrutti. Sì, lo siamo. Abbiamo questo dolore che ci accompagna fin dall’infanzia – il dolore della nostra stirpe è sempre più forte.»
(Oliver Laxe)

Sirāt – Die trying
Jade: «È così che ci si sente alla fine del mondo?»
Josh: «Non lo so, è da molto tempo che è la fine del mondo.»
Quando il mondo finisce, resta soltanto l’umano. E l’umano, attraversando l’arido ignoto, perde pezzi di sé.
Non trova risposte, non ottiene redenzione.
Scopre soltanto ciò che non è più.
Il deserto, del resto, altri non è che il post-mortem, dove fine e inizio finiscono per coincidere.
L’abisso.
Non ci sono soluzioni, non ci sono appigli, non ci sono nemmeno simboli.
Esistono speranze ma, nemmeno a dirlo, vengono infrante.
Troviamo però delle prove, degli ostacoli da superare.
Duri, durissimi. Agli occhi di chi guarda anche crudeli.
Ma l’abisso, di per sé, non è crudele. L’abisso fa tutto quello che è necessario fare. Indipendentemente dal giudizio umano.
Non c’è modo di contrastarlo.
Non si può combattere un “nemico” tanto invisibile quanto immanente come una sconfinata distesa di sabbia e rocce.
Lo si può solo guardare negli occhi. Dritto, nel profondo.
E no, non è facile. L’abisso è orribile, fa male e soprattutto fa una paura tremenda.
Ma nascondersi non salverà nessuno, anzi. L’orrore ha occhi ma non ha volto. Non ha braccia ma colpisce ugualmente. Non ha corpo, e proprio per questo è ovunque.
Altro non ti resta che guardarlo.
Guardalo.
Guardalo.
Guardalo.
Nessuna distrazione: musica, parole, danza non ti salveranno. Anzi.
Distrazione è fuga e fuga è morte.
Non si torna indietro.
O si va avanti, o si precipita.
«La vita mi ha spinto sull’orlo dell’abisso, come tutti. Realizzando Sirat, sono felice di essere saltato nell’abisso»
(Oliver Laxe)

Sirāt – Il non più
E Luis lo guarda.
E Stef anche.
E Josh pure.
Fissano l’abisso con la massima intensità possibile. Si fanno avvolgere da tutto il dolore che esso ha loro da offrire. Il dolore della stirpe, il dolore del mondo. Si fanno irrorare dalla sofferenza.
Poi chiudono gli occhi, e ci si gettano a capofitto.
E camminano, dritti, seguendo una linea retta.
Un percorso più sottile di una ciocca di capelli, e più affilato della lama di una spada.
Si fanno contenitori. Ma allo stesso tempo si svuotano.
Un passo.
Poi un altro.
Non sanno dove andare. Sanno solo dove non andare.
Un passo.
Poi un altro.
Non sanno chi sono. Sanno solo cosa non sono più.
Un passo.
Poi un altro.
Non sanno chi troveranno. Sanno solo chi non ci sarà.
Un passo.
Poi un altro.
Non sanno quando arriveranno. Sanno solo che è impossibile il ritorno.
Un passo.
Poi un altro.
Ed eccola.
L’altra estremità.
Ce l’hanno fatta.
Hanno attraversato il Sirāt.

Sirāt – Dopo il nulla, niente
«Nulla ci vela il Vero, se non occuparci non dell’esistenza in sé, ma di noi stessi. Perché, dimenticata la nostra esistenza, troveremmo Colui che è all’origine di ogni esistenza, vedendo nello stesso momento che noi non esistiamo affatto. Il Vero non è velato da qualche realtà che esiste accanto a Lui, ma ciò che Lo vela è solo l’illusione che vi sia una qualche realtà, oltre.»
Luis ha finalmente smesso di cercare altrove.
Ha abbracciato il dolore. La perdita. L’ignoto.
Ha abbracciato l’abisso.
E ha capito che dall’abisso non si fugge.
Si precipita.
Sirāt serve a rendere impossibile qualsiasi ritorno.
E Luis indietro non può più tornare.
Alle sue spalle il nulla.
Davanti pure.
Ma Luis sa, e per questo non teme.
Per questo, alla fine, vive.
Un passo.
Poi un altro.
Poi un altro ancora.
Verso la fine, che è il nuovo inizio del mondo.

«Viva la crisi. È l’unico modo che abbiamo noi esseri umani per guardarci dentro. L’unico modo. Quando qualcuno muore, siamo tristi, ma allo stesso tempo dialoghiamo con la vita. È agrodolce. La vita ti chiede, ti domanda: chi sei? Chi sei tu?»
(Oliver Laxe)




