C’è un fascino perverso nella figura del fuggitivo, di chi se ne va, nottetempo, senza lasciare spiegazioni o un bigliettino di scuse. Credo che abbia molto a che fare con l’innata tensione umana verso il vuoto: l’incapacità di comprendere il senso del nulla, interiore o fisico che sia, ci attrae e ci atterrisce al tempo stesso. È un po’ come se il vuoto che abbiamo dentro sia calamitato dal vuoto lasciato da chi se ne va.
Zoom In Zoom out, in concorso alla Settimana Internazionale della Critica, nonché film di debutto al lungometraggio del giovane autore cinese Dong Jie, segue la vicenda di Shi, uno sviluppatore di videogiochi che decide di vederci chiaro sulla scomparsa improvvisa del suo coinquilino Gao.
Shi, infatti, non sembra neanche avere chissà che simpatia per il suo coinquilino Gao, eppure sente l’irreprimibile bisogno di risolvere l’enigma legato alla sua sparizione, un po’ come se il vuoto improvviso che invade l’appartamento intrattenesse con lui conversazioni molto più profonde di tutte quelle che lui e Gao abbiano mai avuto. L’indagine arriva a rappresentare per Shi un’importanza così capitale che neanche la scoperta della morte di Gao è una risposta soddisfacente.
«Poi ti cerco in ogni megapixel che ho davanti
Ma non esisti, come mai? Yeah
Tu non esisti come Atlantide, ah
E fa più freddo che all’Antartide, ah
Ma come hai potuto andartene?
Io non ho più un posto dove andare, yeah»(Atlantide, Ele A)
Mi sono chiesto varie volte quale fosse la motivazione narratologica alla spasmodica indagine di Shi.
L’ossessione per portare a termine un compito prefissato? Il senso di colpa verso l’amico preso sottogamba? Forse un tentativo di redimere sé stesso di fronte alla superiorità morale di Gao? O ancora un disperato tentativo di fare colpo su YY?
Nessuna di queste risposte, così come tutte loro insieme, è sufficiente a scacciare la sensazione endemica di incompletezza che Zoom In Zoom Out trasmette. La risposta a cui Shi arriva, un tassello alla volta, è che la realtà è un quadro parziale, illusorio, insufficiente a una qualsiasi parvenza di verità, ammesso che ne esista una.
Chissà se a questa spiegazione era arrivato anche Marc Fisher, autore tedesco del libro Hobalala, sulle tracce di Joao Gilberto.
Joao Gilberto, genio musicale e inventore della bossa nova, si chiuse per gli ultimi 30 anni della sua vita in una sorta di isolamento da pariah autoimposto. Nessun concerto, nessuna apparizione pubblica, visse per 30 anni di cibo a domicilio aumentando all’infinito il mistero e la sua leggenda per le strade di Rio. Ma torniamo a Fischer, che nella speranza di incontrare Gilberto e intervistarlo racchiude tutti gli indizi e il resoconto del suo viaggio nel libro sopra citato, ma c’è di più. La settimana prima che il libro venga pubblicato Marc Fischer si suicida.
È su queste premesse che nasce Where are you, Joao Gilberto?, documentario di Georges Gachot, che camminando funambolicamente tra metacinema e le pagine di Hobalala cerca un fil rouge nel complesso dedalo dei destini incrociati di Fischer e Gilberto.

Come nella più quintessenzialmente brasiliana delle storie il filo non può che essere la saudade, concetto che rasenta l’intraducibilità più assoluta. Si potrebbe azzardare, nel marasma di significati che la parola può assumere, che è il tentativo di ottenere qualcosa che si sa fin dall’inizio essere irraggiungibile. Il ritmo della bossa nova è saudade, la scelta di vita di Gilberto è saudade, così forse come il folle gesto di Marc Fischer.
«My close scrutiny of the book and its adaptation into a film has brought to light a few questions about my own work, especially that of the past few years, focused on Brazilian music. Why does one do something? What is it one does? – these are questions that can never be answered in any comprehensive fashion.»
(Georges Gachot)
La lettura di Gachot vale tanto per il suo film, quanto per Zoom In Zoom Out. Laddove la bossanova diventa lo specchio poetico in cui cercare un senso di completezza e di verità davanti alla finitezza del reale, in Zoom In Zoom Out quello specchio è il videogioco. O forse, più che uno specchio, è una finestra che si apre su una realtà alternativa: la realtà virtuale.

Gao andandosene lascia acceso il suo computer aperto sul suo videogioco preferito. Il gioco è open world, multiplayer e in terza persona, una vera e propria realtà parallela. Il suo corpo verrà ritrovato livido su una spiaggia, segni di annegamento. Quello che il film ci dice è però sottile e diverso: se la realtà è davvero uno specchietto per le allodole allora è vero che Gao non c’è più, ma la sua morte è tanto verosimile quanto pensare che sia fuggito in un’altra realtà, in una virtuale, usando il suo computer come portale. Shi lo sa e capisce che l’unica cosa che può fare per riportare un equilibrio in una realtà scompensata per sempre dal vuoto lasciato da Gao, è sostituire le fibre dell’amico con stringhe di bit, per far sì che Gao viva per sempre dentro al suo gioco preferito.
Un po’ come Joao Gilberto, che si consegna alla leggenda per assenza, trovando nell’irrazionale l’unica strada possibile per sfuggire alla realtà.




