Venezia83: La ragazza con la Leica – l’ennesimo meraviglioso film della regista più sottovalutata d’Italia

Salvatore Gucciardo

05.09.2026

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Una volta Laura Samani, subito dopo della proiezione di Un’ora sola ti vorrei al Modernissimo di Bologna, con una sala mezza vuota, mi disse: «C’è un prima e dopo Alina Marazzi».

Chi fa cinema, e chi lo ama, il e la cinefila, come me, non può che essere d’accordo, ma pare che la Storia, ora come ora, non sia dello stesso parere. Non so se sia un problema di sottovalutazione, o più probabilmente di genere. Non so se sia l’aver lavorato sempre con l’archivio e l’aver sperimentato, ma Alina Marazzi è ancora oggi una regista di nicchia e La ragazza con la Leica è l’ennesima riprova che esiste realmente un cinema prima e dopo Alina Marazzi.

«Per far riaffiorare qualcosa, bisogna cercare nella memoria… che è sempre una forma della nostra immaginazione» fa dire Alina a Gerda Taro, nome d’arte di Gerta Pohorylle, una fotoreporter dimenticata e forse offuscata dall’ingombrante presenza del suo copia Robert Capa.

Una donna che si definiva opportunista, come ogni buona fotografa. Che ha lottato e sperato, ma anche ballato perché in fondo la Rivoluzione è un festa. È piena di vita. E la fotografia di Gerda Taro, pur fotografando un cadavere dopo l’altro, è sempre andata in cerca di vita. Di ogni straordinaria vita.

La ragazza con la Leica scava dentro quella memoria fotografica di Gerda Taro, che sembrava perduta, facendo riaffiorare la Storia. Ricordandoci, come sempre fa l’archivio, da dove veniamo e chi siamo. Intercettando le radici del male ma mostrando la speranza.

È un film che danza sul tempo anziché scolpirlo. Fatto di corpo cinematografico e di corpi che amano. Si toccano. Sospirano. Perchè “Mio il corpo. Mia la vita. Mie le scelte” come si legge scritto su un muro di Parigi alle spalle di Gerda Taro.

Lo sguardo non sarà mai neutrale.

Non basta far arte per essere politici. Non basta fotografare o filmare per testimoniare la Storia. Non basta usare l’archivio per far riaffiorare la memoria.

Bisogna avere un’idea di mondo.

E poi i film devono raccontare e non essere noiosi perché come dice a un certo punto Gerda Taro uscita dal cinema: «Se il comunismo nei film è così noioso, i reazionari vinceranno sempre».

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