Perché dovete assolutamente guardare Burning

Giuseppe De Santis

Marzo 14, 2020

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Burning è un film del 2018 diretto dal maestro sudcoreano Lee Chang-dong (Oasis, Poetry).
La storia narra di Jong-su, giovane dalle aspirazioni letterarie che si barcamena in lavoretti saltuari. Quando rincontra Hae-mi, sua amica d’infanzia, fra i due scoppia la scintilla. Lei, in procinto di partire per il Kenya, chiede al ragazzo di occuparsi del suo gatto in sua assenza. Al ritorno, per Jong-su è una doccia fredda: Hae-mi è infatti accompagnata da Ben, misterioso e ricco giovane che si inserisce tra loro creando un torbido triangolo di non detti e ambiguità. Finché Hae-mi scompare.

Burning

Ambiguità diegetica…

La parola che meglio descrive le opere di Lee e questo suo ultimo gioiello è senza dubbio ambiguità. Seguendo topoi a lui cari, il regista e sceneggiatore contrappone lotta di classe e amori impossibili, sentimenti inespressi ed enigmi riguardanti la vita stessa.
Jong-su è povero, Ben è ricco; Jong-su, cui aderiamo totalmente con lo sguardo, è ricercatore del mistero che avvolge l’esistenza, Ben sente la vita scorrergli nelle vene quando si dedica al suo bizzarro hobby di bruciare serre abbandonate; entrambi sono a loro modo intrusi in terra altrui e sentono la velata minaccia al loro status quo. I conseguenti colpi di coda psicologici che sferzano ne mettono alle strette ogni ideologia.

…e ambiguità strutturale

Ricalcando questo magma scuro ed enigmatico, la sceneggiatura di Lee Chang-dong si prende dei tempi molto dilatati nella narrazione.
Nella prima ora e mezza assistiamo a una stretta sulla definizione psicologica ed emotiva dei suoi personaggi. Di fatto, però, ciò che ci viene restituito sono solo abbozzi, contorni indefiniti, sagome nebulose che si muovono in mezzo al manto erboso delle campagne ammantate di brina.
Allo stesso modo, Burning rifugge ogni precisa catalogazione di genere, spaziando dal torbido triangolo amoroso, al thriller, all’ineluttabile tragedia.

Burning

Reale o immaginario?

Nella sua seconda metà, Burning assume un ulteriore carattere di inconoscibilità e surrealismo che si protrae fino alla conclusione e anche oltre. Come accade alla stregua dei grandi maestri dell’ambiguo come David Lynch, le domande si moltiplicano man mano che si prova a ricomporre i pezzi di un puzzle di cui ci vengono negati giocoforza dei pezzi.
Non esiste verità univoca e, forse, non esiste nemmeno una verità. Esiste la nostra sensibilità, la nostra interpretazione che non sarà mai giusta o sbagliata, sarà solo nostra.
I colpi inferti, gli incendi e i non detti sono reali o immaginari? Ai singoli l’ardua sentenza.

Burning

Burning è anche questo: una riflessione sul proprio posto nel mondo e sul modo in cui approcciamo la vita, le scelte cruciali e le loro conseguenze.

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