Ferdinand – un manifesto contro la virilità tossica

Giuseppe Turchi

03.03.2021

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Correva l’anno 1938 quando la Disney proponeva al pubblico Ferdinand the bull, breve adattamento cinematografico del libro La storia del toro Ferdinando di Munro Leaf. Venti di guerra cominciavano a spirare in Europa e poche cose potevano sembrare così controcorrente come un toro che amava annusare i fiori anziché azzuffarsi con i suoi simili. Non a caso la Spagna bandì il libro e la Germania nazista lo bruciò.

Nel 2017 la 20th Century Fox decide di riproporre la storia di Leaf, ma questa volta con un lungometraggio vero e proprio. Nell’epoca in cui le questioni di genere hanno conquistato una rilevanza di primo piano nel dibattito culturale, Ferdinand lancia un messaggio che va ben oltre la tematica pacifista e ridefinisce i canoni della virilità.

La gentilezza e l'altruismo del toro Ferdinand sembrano contronatura, ma in realtà ci aiutano a riflettere sul modello tossico di mascolinità.

Ferdinand the bull (Disney, 1938).

La pellicola inizia proponendo allo spettatore un contesto dai confini ben delineati: in Spagna si tiene la corrida e ci sono allevamenti che crescono tori appositamente per questo. Più i tori sono grandi, forti e aggressivi, più lo spettacolo sarà eccitante. Il destino di questi animali, insomma, è segnato e i vitelli stessi crescono con il mito della forza.

Quello che non sanno è che, nell’arena, il toro perde sempre.

Ferdinand è mite e sensibile. A lui non piace inzuccarsi con gli altri, ma ama i fiori e prendersi cura di loro, per questo viene denigrato dai suoi pari. Ha un padre affettuoso, che tuttavia perderà non appena verrà scelto per la corrida. A quel punto Ferdinand scapperà dall’allevamento e troverà una nuova casa nell’azienda di un floricoltore.

La gentilezza e l'altruismo del toro Ferdinand sembrano contronatura, ma in realtà ci aiutano a riflettere sul modello tossico di mascolinità.

Nina è la figlia del floricoltore. Lei e Ferdinand crescono nella reciproca dolcezza.

Ferdinand rappresenta un’anomalia, una sovversione dell’ordine naturale che destabilizza le consuetudini acquisite. Consuetudini che gli sceneggiatori mettono bene in luce nelle asserzioni dei personaggi:

Paco: «Una gallina è una gallina, il toro e il cane non possono essere fratelli!»

Bones: «Guapo è mio rivale!»

Angus: «Io sono la concorrenza»

Valiente: «O sei d’arena, o sei ciccia»

Il tema filosofico sotteso a queste esternazioni è tutt’altro che banale. Ferdinand tratta infatti di convenzioni sociali giustificate tramite una forma di naturalismo etico: dato uno stato di cose, se questo è naturale, allora è automaticamente buono e deve essere mantenuto così com’è. Andare contro natura significa incorrere in spiacevoli conseguenze o in sanzioni (p.s. i tori non adatti finiscono al mattatoio).

Secondo questa logica, i tori devono essere forti, competitivi, insensibili alla bellezza, perché questa è la loro natura. Non ci sono alternative, né bisogna sforzarsi di trovare nuovi modi d’essere.

Peccato che questo argomento sia stato decretato come fallace prima da David Hume, nel 1740, e poi da George E. Moore nel 1903. Il primo sosteneva che fosse illecito passare dal piano dell’essere (le cose come stanno) a quello del dover essere (prescrizioni); mentre il secondo trattò la questione da un punto di vista più prettamente logico: l’enunciato “x è naturale” non implica automaticamente “x è buono” perché alla domanda “Come mai x è buono?”, rispondere solo “Perché è naturale” non ci dà alcuna informazione utile.

La gentilezza e l'altruismo del toro Ferdinand sembrano contronatura, ma in realtà ci aiutano a riflettere sul modello tossico di mascolinità.

A sinistra, David Hume (1711-1776). A destra, George Edward Moore (1873-1958).

In quanti abbiamo sentito dire che l’OGM e l’omosessualità sarebbero da osteggiare perché contro natura? Eppure, dovendo argomentare, i sostenitori di queste tesi sono costretti a specificare la propria posizione aggiungendo proposizioni del tipo:

  • Dobbiamo impedire la coltivazione di OGM perché questi prodotti fanno male alla salute umana
  • L’omosessualità è immorale perché destabilizza la struttura sociale fondata sulla famiglia

Questi argomenti, assai controversi e in gran parte fallaci, mostrano come il concetto di “naturale” abbia sempre bisogno di altre premesse per funzionare in un ragionamento morale. L’esperienza, inoltre, mostra chiaramente che ci sono elementi naturali tutt’altro che buoni come le malattie, la miopia, gli eventi atmosferici, l’impoverimento dei terreni agricoli, che contrastiamo attivamente con strumenti artificiali!

È lo stesso Ferdinand a contrastare “l’ordine naturale” quando, anziché competere con il toro irlandese Angus, capisce il suo problema e gli dona un’opportunità. Angus è infatti goffo e si muove in modo scoordinato perché ha una frangetta che gli ostacola la vista. Ferdinand gli sposta i capelli con una leccata, ed ecco che Angus riesce finalmente a muoversi senza fare danni.

Nessuno ci aveva mai pensato prima. Ma anche dove il contesto impone la morte certa per i tori, Ferdinand cerca una scappatoia per tutti, un nuovo modo di vivere, come lui stesso ha imparato dopo essere fuggito alla fattoria di Nina.

Quello è il luogo in cui ciascuno può essere se stesso “senza andare al mattatoio”.

L’affettuoso toro del film ci mostra come andare fuori dagli schemi consolidati non sia necessariamente un male, il che mette in luce uno degli aspetti più marcati della pellicola, ovvero la critica della virilità tossica. Perché l’atteggiamento dei tori, in fin dei conti, non è che la metafora di quello maschile in generale.

La gentilezza e l'altruismo del toro Ferdinand sembrano contronatura, ma in realtà ci aiutano a riflettere sul modello tossico di mascolinità.

Gli amici di Ferdinand. Da sinistra: Guapo, Bones, Valiente, Angus e Maquina.

I compagni di Ferdinand sono tutti rosi da un forte senso d’inferiorità. Valiente è il più riottoso, ma arriva sempre secondo; Bones è troppo magro; Guapo è troppo emotivo e quindi destinato al macello. Il modello maschile che hanno in mente è quello del vincente col fisico robusto, possibilmente imperturbabile e coraggioso. Questa sarebbe la natura del maschio, quindi ciò che il maschio dovrebbe essere, se seguiamo la fallacia naturalistica.

Ma a cosa ha portato questa rigida categorizzazione (il cui reciproco, bisogna precisare, ha colpito duramente anche il mondo femminile)? Ha fomentato il senso d’inferiorità, l’astio nei confronti del diverso, la denigrazione e il bullismo. Ha incoraggiato un’idea che molto si avvicina al darwinismo sociale, dove chi non è adatto viene scartato (ovvero mandato al macello), e promosso l’ideale distorto del superuomo che impone la propria volontà di potenza.

Eppure è proprio Ferdinand, il toro contro natura, a rompere il fallace aut-aut “o sei d’arena, o sei ciccia”. È lui che salva i propri compagni senza imporre loro un nuovo modello. All’amico che gli chiede se, fuori dall’allevamento, avrebbe dovuto annusare i fiori come lui, il protagonista risponde: «No, quello lo faccio io. Tu puoi essere te stesso».

La gentilezza e l'altruismo del toro Ferdinand sembrano contronatura, ma in realtà ci aiutano a riflettere sul modello tossico di mascolinità.

Ferdinand oppone la non violenza a El Primero.

Ed è sempre Ferdinand, con la sua indole non violenta, a disarmare l’antagonista, il famoso toreador El Primero. Una volta entrati nell’arena di Madrid, il toro si siede senza reagire alle provocazioni del nemico. Ferdinand viene persino ferito, ma nemmeno l’impeto di rabbia che questo gli suscita lo porterà a colpire l’uomo che ha davanti. A quel punto El Primero non potrà che riconoscere la virtù dell’animale e rendergli tributo.

Ferdinand è il primo toro ad aver vinto una corrida e non l’ha fatto con la forza bruta. Il toro ha vinto perché ha donato agli altri una nuova consapevolezza. La parola “naturale” non ha senso se non la si mette in un contesto relazionale, se non si guarda alle conseguenze dei fatti. Doveri e ruoli non vanno accettati acriticamente solo perché ereditati dalla tradizione. Ogni norma morale dovrebbe semmai essere sottoposta al vaglio della ragione e della phronesis (saggezza), così che non si stabiliscano tristi destini, ma nuove opportunità.

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Autore

  • Giuseppe Turchi

    Laureato in Filosofia all'Università di Parma, sono stato cultore della materia e attualmente insegno alle scuole superiori. Appassionato di neuroetica e psicologia, ho pubblicato due racconti morali e scrivo saggi divulgativi. Mi batto con le unghie e con i denti per una riforma scolastica incentrata sull'educazione affettiva, digitale e al pensiero critico. Dragon Ball è stato il mio maestro di vita, anche se poi ho dedicato il mio cuore a Neon Genesis Evangelion e Attack on Titans. L'Inter è la mia croce e la mia delizia.

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