Partner – Sull’importanza della sperimentazione linguistica, del doppio e dell’inconscio

Eugenio Grenna

03.12.2020

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A partire dai titoli di testa, Partner, uscito nel 1968, si presenta come un film estremamente sperimentale e, per certi versi, avanguardista. È probabilmente l’unica opera a potersi definire tale all’interno della filmografia di Bernardo Bertolucci, stratificata a tal punto da prestarsi a molteplici letture, che riguardano non soltanto il film in sé, ma anche le ragioni che si possono individuare dietro la sua realizzazione.

Una delle interpretazioni è legata al solo aspetto politico, criticato dallo stesso Bertolucci anni dopo. Un’altra, decisamente più interessante, riguarda invece l’elaborazione della paura e, dunque, il ruolo predominante dell’inconscio in alcune specifiche fasi della vita, durante le quali tutto viene messo in discussione e le scelte, prima affidate al caos ed al caso, vengono ora prese in mano da un individuo/non-individuo.

Si fa strada, dunque, il tema predominante di Partner: il doppio.

Bertolucci crea attorno alla figura di Giacobbe, modestissimo ma ambiguo insegnante di recitazione, una nuova e disturbata convivenza con una versione di sé stesso, talvolta evidente nella sua cupezza e crudeltà, talvolta confusa. Pierre Clémenti, sopra le righe, fa propri i registri dell’assurdo. Come spesso accade nelle narrazioni che ragionano attorno al doppio, questa nuova figura rappresenta un lato nascosto, oscuro e forte. Bertolucci gioca con questo stilema classico, stravolgendolo non soltanto attraverso il lavoro sugli attori e sui loro corpi, ma anche mediante un certo uso delle scenografie e, più in generale, della messa in scena.

Fondamentale, in questo discorso, si rivela la stanzetta di Giobbe, per certi versi angusta e confusa.

Spesso immersa nelle ombre della notte – basti pensare alla scena chiave del temporale notturno -, oppure trasformata in qualcos’altro: uno spazio teatrale riempito di libri, luci ed effetti visivi volutamente assurdi, quasi fumettistici. Non a caso, il film è realizzato in collaborazione con il noto fumettista e autore satirico, Francesco Tullio Altan. Tutti questi elementi creano un legame indissolubile, per il Bertolucci dell’epoca, tra teatro e cinema.

Il rapporto tra teatro e cinema costruisce infatti una condizione e un elemento senz’altro evidenti all’interno di Partner, così come si potrebbe dire dell’intera filmografia di Bertolucci. È la condizione esistenziale di chi ama scambiare la vita con il cinema, il teatro e la letteratura. Il temporale notturno, con i personaggi seduti e i quattro bicchieri, ne è in qualche modo metafora e, allo stesso tempo, chiave d’interpretazione.

Torna il tema della cinefilia.

Una condizione essenziale per riconoscere l’alterità e gli individui e, subito dopo, per riconoscersi in essi, identificandosi. Individui che amano farsi altro, allontanandosi anche soltanto per un attimo dalla loro versione quotidiana, per poterla vivere attraverso un filtro differente, provando sensazioni ed emozioni lontane, varie, estreme e folli.

È interessante analizzare il processo di identificazione dello spettatore durante la visione di Partner: un film che compie qualsiasi scelta pur di deviare da questa prassi narrativa e cinematografica, creando, per esempio, un personaggio principale volutamente in lotta costante con sé stesso e con il mondo, dunque molto difficile da avvicinare.

Giacobbe è fin da subito un personaggio complesso, stratificato e frammentato.

Proprio a causa di questa frammentazione nasce la figura del doppio, apparentemente integra, priva di paure, colma di certezze e libera da filtri e compassione nei confronti di sé stessa. Una riflessione, dunque, attorno al tema dell’inconscio, ancor prima che a quello del doppio; così come attorno a tutte quelle volontà forti ed esistenti, ma celate e messe a tacere per il timore di affrontarle, del giudizio altrui e del terrore di non poterle soddisfare.

Pierre Clémenti costruisce, attraverso la teatralità del movimento e dell’interpretazione, un’anima solitaria e cupa, sognatrice ma anche limitata da sé stessa. Bertolucci si interessa a queste figure sognanti, che si muovono febbrilmente negli spazi, conservando nel profondo la nostalgia di qualcosa che avrebbe dovuto essere, ma che per il momento non è stato e che dovrà, però, cominciare a manifestarsi, in vista di un’evoluzione tanto desiderata.

In tutto questo, Partner si dimostra un film volutamente contrario alle logiche del mercato cinematografico, ma anche al sistema della narrazione e dell’impostazione filmica.

Per questo è un film fortemente anarchico e battagliero, nella sua evidente volontà di opporsi anche al proprio pubblico, presente e futuro.

All’apparenza può quasi sembrare una pellicola antologica, in quanto ogni sequenza sembra autosufficiente e pienamente realizzata, nel fallimento o nel successo. Partner si muove infatti tra teatro e cinema, proponendo segmenti, conclusioni e ripartenze, senza però scegliere mai una dimensione unica. E per questo fallisce, nell’attuazione di una volontà registica affidata quasi totalmente alla teoria e molto poco alla pratica.

È un film che fa della sua fortissima componente teorica e teatrale una vera e propria sperimentazione di linguaggio e di forma, destinata ad appartenere, più avanti negli anni, a un modello cinematografico moderno e postmoderno. Pur nella sua parziale riuscita, è dunque un’opera in largo anticipo sui tempi, come d’altronde è sempre stato il cinema di Bernardo Bertolucci.

In conclusione, a distanza di molti anni dalla sua uscita nelle sale, è sicuramente interessante analizzare Partner e rivederlo più volte, per cogliere non soltanto la potenza metaforica e narrativa del riferimento letterario esplicitato fin dal principio, ossia Il sosia di Dostoevskij, ma anche e soprattutto i numerosi riferimenti, prima teatrali e poi cinematografici, a partire da Godard, Cocteau e Minnelli.

Così come si conferma tutt’oggi interessante quest’ennesima variazione sul tema del doppio, giocata qui sulla contrapposizione tra teatro e cinema, centrale nella filmografia di Bertolucci, da Strategia del ragno a Il conformista e ancora a Novecento. A ciò si aggiunge la folle ricerca di un registro a tratti drammatico, a tratti comico e, ancora, da black comedy, di cui sembra essere parte integrante una forte e totale improvvisazione.

Partner segna la fine di una fase registica decisiva e l’inizio di una nuova, altrettanto importante. Bertolucci definirà questo passaggio: «Dal cinema del monologo al cinema del dialogo».

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  • Eugenio Grenna

    "Andare al cinema è come andare in Chiesa per me, con la differenza che la Chiesa non consente il dibattito, il cinema sì. "
    Martin Scorsese

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