Michael Corleone. Figlio e padre, oltre che padrino. Custode inquieto della sorte tragica di una stirpe maledetta, prosecutore indomito di un destino inevitabile. La parabola del mafioso cinematografico per eccellenza non è altro che quella di un antico eroe tragico. Tante sono le “incarnazioni” di questo personaggio, diverse le fasi che lo hanno portato a essere ciò che era, fin dal principio, destinato a diventare.
Un figlio, un padre e un padrino, con tutta la sacra accezione che ognuno di questi termini porta con sé. Sacra perché, in fin dei conti, l’intera impalcatura narrativa di Michael sconfina più volte nel divino. Cosa c’è di più divino del fato, del destino che inesorabilmente si compie, in tutta la sua ineluttabilità, malgrado le accortezze e i timidi accenni d’amore che promettono false speranze di redenzione? La saga de Il padrino, alla fine, parla proprio di questo: di una dinastia incapace di rompere gli schemi precostituiti. E qual è la figura tormentata che, meglio di tutte, ha incarnato questo permanere entro limiti invalicabili, se non quella di Michael?
Figlio ed erede di un progetto di rovina
Don Vito Corleone ebbe quattro figli, tre maschi e una femmina. Uno solo tra questi era il suo favorito: Michael, il terzogenito, l’unico che, insieme a sua sorella, non viene coinvolto negli affari di famiglia. Lui deve seguire un’altra strada, più onesta, diventando la redenzione della famiglia, l’iniziatore di un’era di pace e rettitudine, duramente conquistata a colpi di mitragliatrici e imboscate sanguinose. Questo è il destino di Michael Corleone o, per meglio dire, il destino che gli altri, suo padre in primis, vorrebbero per lui. Ma, purtroppo, si sa che le macchinazioni del fato non consentono alcuna possibilità di evasione.
Michael non può sfuggire al suo reale scopo esistenziale e la cosa più tragica di tutte è che ne è perfettamente consapevole. È proprio questa consapevolezza a designarlo come l’erede perfetto, come se fosse una sorta di prescelto, naturalmente destinato alla dannazione. Lui lo sa e, come il più nobile degli eroi tragici, prova a ribellarsi agli ingranaggi del destino. Si arruola nell’esercito, giura fedeltà al Paese, si innamora di Kay, la dolce e innocente ancora di salvezza a cui aggrapparsi per non affondare, promettendole che lei sarà al primo posto. Accenna perfino ai primi progetti di insperata felicità. E, naturalmente, fallisce.

Ciò che è inevitabile bussa alle porte della sua esistenza con la stessa violenza delle pistole scaricate sul corpo di suo padre. E tutto cambia. I timidi piani di fuga sfumano e Michael prende possesso di quel posto che, in fin dei conti, è sempre stato suo. Organizza la sua prima epurazione, come uno spietato angelo vendicatore. Preme il grilletto: uccide Sollozzo e McCluskey per un tornaconto personale, per devozione nei confronti della sua famiglia. Uccide delle persone per un bene superiore, il suo: chiaramente, il punto di non ritorno.
A nulla servirà la fuga in Sicilia, nient’altro che un idillio le cui forme sfocate rievocano i dolci tratti di Apollonia, una tenera divagazione prima di riprendere il cammino lungo il sentiero della notte più buia. Questa è la parabola del figlio Michael. Colui che, nonostante tutto, ci ha provato, cercando di rompere le catene della predestinazione, senza riuscirci, per poi ritornare figlio ed erede. Figlio ed erede di un infallibile progetto di rovina.
Michael: «Mio padre non è diverso da qualunque altro uomo di potere».
Kay: «Già».
Michael: «Da chiunque abbia la… responsabilità di altri uomini, come un senatore, un presidente».
Kay: «Non vedi come è ingenuo quello che dici?».
Michael: «Perché?».
Kay: «Senatori e presidenti non fanno ammazzare la gente».
Michael: «Chi è più ingenuo, Kay?».
Padre tragico dalle urla silenziose
Si dice che le colpe dei padri ricadano sempre sui figli. Così è accaduto tra Don Vito e Michael. Così accadrà tra Michael e sua figlia Mary. Anche se, forse, più che di colpe si dovrebbe parlare di conti da pagare. Michael paga le colpe del padre e il prezzo è il totale assoggettamento a una vita di violenza e morte. Assumendo il ruolo di padre, Michael, la cui gelida consapevolezza lo aveva giù contraddistinto, sa dell’amara eredità ricevuta dal proprio genitore. La stessa che, prima o dopo, dovrà trasmettere ai suoi figli.
Michael Corleone (a sua figlia Mary): «Io venderei l’anima al Diavolo per farti stare al sicuro».
Ecco perché, senza tradire affatto la propria natura di personaggio tragico, cerca in tutti i modi di ridurre il più possibile questa possibilità, che sembra inevitabile. Nel corso dei vari capitoli della saga, Michael si macchia dei più orrendi crimini. Mai ci sono stati così tanti omicidi come sotto la sua egida. Chiunque possa rappresentare anche solo una vaga minaccia per la sua famiglia va eliminato senza pietà. Michael, il cui destino era comunque già scritto, sceglie con estrema lucidità la dannazione eterna per proteggere coloro ai quali deve sparuti momenti di incondizionata felicità.

Ma, esattamente come quando era figlio, anche nella sua veste paterna fallisce, nel modo più miserabile di tutti. Sua figlia Mary, la persona a lui più cara, viene uccisa, per giunta dallo stesso ingranaggio malsano di cui proprio lui è sempre stato un componente fondamentale. La morte di sua figlia è la punizione finale, il definitivo compimento di quella colpa ereditata dal padre, il lascito mortifero di chi resta solo con i propri rimpianti: un dolore immenso, una disperazione silenziosa. Urla interminabili che non producono suono.
Michael Corleone: padrino e profeta della sua fine
Perché Michael ha dovuto subire questo destino? Semplicemente perché lui è il padrino, figlio di quella stessa sorte infame che lo ha condannato, padre di tutte le sue sventure. Chi è il padrino? Il padrino, in fondo, è Dio. Il padrino è il godfather, il Dio-Padre, la figura a cui tutti si rivolgono in cerca di aiuto. Ed è lui che, in un atto di impietosa misericordia, usa il proprio potere per esaudire i desideri, naturalmente chiedendo qualcosa in cambio: l’anima. Il padrino è una profetica figura, nonché il diligente sacerdote di una religione a sé stante.
Tutto ciò è Michael. Figlio e padre, infine anche padrino. Michael è uno e trino, e tutte le azioni, tutti i pensieri e i gesti che hanno caratterizzato la sua vita devono la loro esistenza a questa sua natura. Una natura che, malgrado il potere, è destinata alla sconfitta, perché è proprio attraverso di essa che la sua aura tragica assume i contorni definiti di una sorte divina.

Michael Corleone: «Connie, per tutta la vita ho cercato di elevarmi socialmente, perché credevo che in alto tutto fosse legale e corretto. Ma più in alto salgo, e più il fetore aumenta. Dove andremo a finire?».
Michael è quindi figlio del mondo di cui diventa padre, sintesi perfetta di queste figure: un ruolo dalle sembianze di una sentenza, che condanna lui e tutti coloro che gli sono accanto. Egli altri non è che il padrino per antonomasia, colui che si è trovato a giocare una partita persa in partenza, ma che, nonostante tutto, ha provato a vincere, fallendo ancora una volta, fino alla sua morte solitaria e afflitta, propria di tutti gli sconfitti. In quel momento, nell’ultimo istante della sua esistenza, Michael Corleone ha visto finalmente compiersi la sua ultima definizione: quella di un oracolo che ha profetizzato la propria sorte. Quella di un Dio serafico che porta in sé non le origini della vita, ma i germogli della propria apocalisse.




