Da Scarface a Carlito’s Way – La Poetica del Gangster

Andrea Vailati

Aprile 21, 2016

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Da Scarface a Carlito’s Way – La Poetica del Gangster

Tony Montana: «Voi avete bisogno di gente come me. Vi serve la gente come me, così potete puntare il vostro dito del ca**o e dire Quello è un uomo cattivo. Beh? E dopo come vi sentite, buoni? Voi non siete buoni. Sapete solo nascondervi, solo dire bugie. Io non ho questo problema. Io dico sempre la verità, anche quando dico le bugie. Coraggio, augurate la buona notte al cattivo, coraggio. È l’ultima volta che lo vedete un cattivo come me, ve lo dico io. Forza, fate passare l’uomo cattivo. Attenti sta arrivando il cattivo!».

C’è stato il tempo di Tony Montana, il tempo dell’ascesa al potere, dell’avidità, dei soldi, della droga, della follia di onnipotenza.

C’è stato poi il tempo di Carlito Brigante, il gangster romantico, saggio e con la speranza di poter scegliere una vita di felicità, di scappare dal quel mondo sempre voglioso di riprenderti.

È questo l’incipit adatto per un articolo che vuole vedere questi due film come un unico grande progetto di narrazione, come due film complementari: l’irrequieta gioventù e la saggia maturità mostrata in due personaggi, con uno stesso meraviglioso interprete.

Gangster
Al Pacino in “Scarface”

Al Pacino ci racconta per prima la storia di Tony Montana, un emigrato sudamericano che giunge in America voglioso di viverne il sogno, sogno rivolto all’implacabile criminalità. È un personaggio cinico e senza cuore, o meglio, che sceglie di rinunciarvi, annebbiato dal potere. The World is Yours è la frase che lo ricopre di onnipotenza, onnipotenza che lo renderà grande, ma vacillante nell’oscurità della droga, della diffidenza, di un delirio egocentrico, tutto forché machiavellico.

Tony Montana è il ritratto di una gioventù senza valori, gioventù ricca di potenzialità, ma destinata a disperdersi in un mondo dove l’oscurità e il marcio sono troppo allettanti e accessibili.

Il regista sceglie di mostrarci il suo palazzo crollante, il suo impero incenerire ed egli decadere in una morte sola, senza più amore al suo seguito, ucciso a sangue freddo.

Ma poi ecco l’inaspettato: Scarface è un film che si conclude, per così dire, in se stesso, senza l’ipotesi di un sequel, eppure vediamo arrivare Carlito’s Way.

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Tony Montana

Bisogna dire che quest’ultimo è anch’esso un film compiuto, unico, eppure qualcosa mi fa credere che sia l’altra faccia di una storia, l’altro animo di un uomo che ha scelto il male.

Carlito Brigante è un gangster uscito di prigione grazie ad artifizi legali splendidamente congegnati dall’avvocato Sean Penn, premio oscar per quell’interpretazione memorabile.

Egli non ha più voglia di vivere la strada, egli è sapiente di quel mondo, ma vuole scegliere un’altra vita, non vi è più nulla per lui lì.

In qualche modo è un gangster rinato, consapevole dei suoi errori, forse troppo più in gamba di molti, ma proprio per questo deciso a scappare lontano.

Ecco che qui ci viene mostrata l’altra faccia, più matura, una prospettiva romantica dell’uomo gangster, un romanticismo nato dalla consapevolezza del mondo, cresciuta nelle sue vie più oscure, un romanticismo nato da un amore già perso una volta.

Se in Scarface vi era l’idea di donna (Michelle Pfeiffer) vista come oggetto trionfante, qui, invece, abbiamo una storia fatta di emozioni, l’idea della donna amata (Penelope Ann Miller) come bianca, angelica, danzatrice capace di poter redimere una vita oscura, di poter salvare un’esistenza sporca, dando al saggio Carlito una nuova occasione.

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Carlito

Nonostante Carlito cerchi di fuggire, egli è un destinato, per lui non esiste redenzione. Sarà l’allontanarsi dal suo mondo che lo porterà tristemente alla fine.

Analizziamo il dualismo tra i due protagonisti: Tony muore nel sangue, nel delirio e nella solitudine di una morte ormai certa, di cui anche lo spettatore è consapevole; la morte di Carlito, invece, è data da un meraviglioso primo piano malinconico, con luci soffuse e colori che, pian piano, si attenuano. Il suo sguardo è infinito e dal suo volto traspare la consapevolezza di essere troppo stanco per continuare a vivere.

Nel caso di Carlito lo spettatore tange la sua rinascita, vivendo un’emozione unica e rendendosi conto che egli non è un gangster, ma un romantico nato nel momento e nel luogo sbagliato.

Carlito Brigante: «L’ultimo dei moki…ricani… Be’, forse non proprio l’ultimo… Gail sarà una brava mamma: un nuovo e migliore Carlito Brigante… Spero che li userà per andarsene, quei soldi: in questa città non c’è posto per una che ha il cuore grande come il suo. Mi dispiace, amore: ho fatto quello che potevo. Davvero. Non ti posso portare con me in questo viaggio… Me ne sto andando, lo sento: ultimo giro di bevute, il bar sta chiudendo, il sole se ne va… Dove andiamo per colazione? Non troppo lontano… Che nottata! Sono stanco amore, stanco».

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La scena finale di “Carlito’s Way”

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