La battaglia di Hacksaw Ridge – Il nuovo volto dell’eroismo

Francesca Casciaro

Marzo 31, 2017

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La battaglia di Hacksaw Ridge

Hacksaw Ridge
La battaglia di Hacksaw Ridge

Cosa definisce un eroe?

Il più grande merito del film è quello di dare compiuta e inedita risposta a questo interrogativo.

Nell’immaginario collettivo, infatti, l’eroe è un guerriero: questa, perlomeno, è l’eredità che ci è stata tramandata dalla letteratura e dalle arti di tutti i tempi. Sto parlando di uomini forti, coraggiosi e impavidi, come lo spartano Leonida, il pelìde Achille ed Ercole, figlio di Zeus. Si tratta di personaggi tanto leggendari da sembrare, ai nostri occhi, quasi non umani. Lo stesso William Wallace, l’eroe scozzese che, con Braveheart, ha coronato la carriera di Mel Gibson, incarna perfettamente quell’ideale di purezza d’animo e di abilità guerriera che costituiscono l’essenza stessa dell’eroismo.

Desmond Doss, però, non è un guerriero e, allo stesso modo, non può nemmeno essere definito propriamente un soldato: è un obbiettore di coscienza, un fervente avventista, ripugna la violenza in ogni sua forma e rifiuta categoricamente di imbracciare un fucile.

Eppure, quando i giapponesi attaccano Pearl Harbor, Desmond decide di arruolarsi nell’esercito come medico militare. Ed è proprio qui che riscopriamo la grandezza del suo personaggio, e quella straordinaria tempra morale che lo rende un genere diverso di eroe, ma non per questo meno eccezionale.

Perché Desmond Doss è un eroe moderno, un ragazzo che, in un mondo impegnato a farsi a pezzi da solo, desidera solo rimetterlo insieme. Per il suo rifiuto a imbracciare un fucile, i suoi commilitoni gli daranno del vigliacco e, credendolo un debole, lo sottoporranno a violenze e abusi. Ingenuamente, scambieranno la sua compassione per paura. Lo riterranno inferiore a loro poiché incapace di combattere per l’onore e la gloria del loro Paese e, troppo vigliacco, per proteggere le donne e i bambini, figli della loro grande nazione.

Desmond, però, in Hacksaw Ridge, non si arrende e, con eccezionale perseveranza, prosegue per la sua strada, non scendendo a compromessi con sé stesso nemmeno davanti all’amara prospettiva della prigione e della corte marziale.

Desmond lotta incessantemente contro i pregiudizi e contro quella spirale di odio e violenza che è connaturata alla guerra stessa, cercando di trovare una maniera alternativa per servire il suo Paese, senza tradire sé stesso. Il suo essere idealista lo porta a non nascondersi mai di fronte ai problemi e ce lo dimostra nel momento in cui decide di andare a Hacksaw Ridge, esponendosi in prima linea. Così, poeticamente, diviene leggenda.

Il monito della guerra

Per una generazione come la nostra, così lontana dalla violenza di una guerra mai conosciuta, e così attaccata a quei diritti umani che ormai consideriamo irrinunciabili, Desmond Doss non può che essere l’incarnazione stessa dell’eroismo: un eroismo che non uccide, ma salva, un eroe che non distrugge, ma che, con forza incessante, si adopera per costruire.

Interessante è il parallelismo che si sviluppa tra il protagonista e un suo commilitone, Smitty Ryker, il classico soldato perfettamente addestrato, colui che consideriamo eroe di guerra. Entrambi servono il loro Paese, ma, alla resa dei conti, tra i due è Desmond a trionfare: ben presto il suo coraggio diventa innegabile.
E così, nell’ultima fatica di Mel Gibson, è l’umanità a trionfare sulla brutalità, poiché, nell’orrore della guerra, è la compassione a emergere più della violenza.

E sono proprio le scene di guerra a essere uno dei migliori risultati del film, con una durezza e una brutalità che ben poco lasciano all’immaginazione. La telecamera di Mel Gibson, non arretra mai davanti al sangue che viene sparso copioso, insiste sull’abominio, sui corpi mutilati dalle mine, e non esita a mostrare crudamente come la vita sia un breve respiro.

Sono scene estremamente cruente, quelle che ci vengono presentate: lo spettatore è letteralmente trascinato all’inferno, reso ancora più insostenibile dall’amara consapevolezza che, quello scenario demoniaco, altro non è che il frutto dell’umana follia. Così, tra scene violentissime che si susseguono una dopo l’altra, lo spettatore non può ignorare nemmeno un frammento di tutto quell’orrore. Ogni immagine resta impressa a fuoco nella mente, e lascia una traccia che ha la forza di un tragico monito nella coscienza di ognuno noi.

Mel Gibson ci presenta così, in Hacksaw Ridge, in maniera quasi cristallina, il male autentico che aggredisce e dilania la nostra sensibilità, impedendoci di restare inconsapevoli ai tormenti della battaglia.  

Più delle esplosioni, delle morti e delle ferite, sono gli occhi dei soldati a farsi portatori di un messaggio di pura angoscia: i loro sguardi riflettono un dolore e una rassegnata disperazione, che risulta per noi difficile comprendere.

L’ideale si scontra con la realtà

Unica pecca del film è quella di trascinarsi progressivamente, nelle trame della narrazione, verso un’esaltazione iperbolica. La semplicità e il verismo con cui la guerra si presenta finiscono per scomparire, così come l’idealismo e l’eroismo del protagonista.

Così, Desmond, si tramuta in un surreale supereroe che, dopo aver combattuto violentemente, si innalza tra i fumi della battaglia. Forse quelle del regista avevano l’intenzione di essere scelte poetiche, e l’esasperata esaltazione della figura di Desmond aveva lo scopo di rendere ancora più evidente allo spettatore il messaggio che il film vuole trasmettere: l’esaltazione della compassione e dell’umanità.

Personalmente, ritengo che la storia della vita di Desmon Doss fosse già, di per sé, pienamente ispirata e suggestiva. Simili, superflui, artifici hanno solo rischiato di svilire un messaggio che era straordinario soprattutto perché, ognuno di noi, poteva avvertirlo come intimamente reale. Perché, in fin dei conti, non ha alcun senso truccare la verità quando essa, anche se acqua e sapone, si presenta già intrinsecamente straordinaria.

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