Dottor House: «Se non era per Socrate, quello schizofrenico farneticante, non avremmo il metodo socratico, il migliore per insegnare tutto, a parte fare il giocoliere con le motoseghe».
Il dottor Gregory House è uno di quei personaggi che hanno tratteggiato, nella tradizione delle serie tv, linee indelebili, tali da divenire parte del linguaggio comune, insinuandosi nella cultura sociale. Insomma tutti ne sanno qualcosa, anche solo il nome.
Nonostante le forti tonalità drammaticizzate da un prospetto realistico quale l’ambiente medico, il primario di diagnostica ha incantato milioni di persone, risolvendo casi irrisolvibili.
L’intero scenario narrativo è brillantemente caratterizzato, tra personaggi secondari ben scolpiti e trame che si concentrano sempre sullo stesso concept, riuscendo comunque a mantenere dinamismo, ma è per certo quell’insana forma di “housecentrismo” che ha dato un’ineguagliabile fama alla serie.

Ma qual è il profilo psicologico di House? Può questo coincidere con quello dialettico lavorativo? Ma soprattutto, in che termini il suo lavoro di ricerca è assoggettabile al metodo socratico?
Nelle prossime righe tenteremo, ovviamente applicando tale analisi in un contesto narrativo e contemporaneo, a trovare delle risposte.
1. Maieutica, dialettica e ironia socratica

Socrate: «Dimmi, dunque: discorsi su cosa? Nell’insieme delle cose esistenti, qual è l’oggetto dei discorsi di cui si serve la retorica?».
Gorgia: «Si tratta, o Socrate, delle più grandi e delle migliori fra le umane faccende».
Socrate: «Ma, o Gorgia, è controversa anche questa tua affermazione, e non è affatto chiara. Immagino, infatti, che tu abbia già avuto occasione di sentir cantare nei banchetti quello scolio in cui si enumerano i beni, cantando che essere sani è il primo bene, secondo viene l’essere belli, e il terzo, come dice l’autore dello scolio, è l’essere ricchi senza frode».
Gorgia: «L’ho già sentito. Ma a che proposito dici questo?».

Una vita alla ricerca del sapere.
Basterebbe questa frase per racchiudere l’intero pensiero socratico?
Certo che no, ma è un ottimo punto di partenza.
Il metodo socratico si evidenzia come sistema di ricerca, basato su presupposti e configurato in una struttura dialettica. All’interno di ciò si interpongono vari strumenti retorici che mirano a una risposta filosofica finale, tra gnoseologia, morale, politica e così via.
In poche parole con il presupposto «Io so di non sapere», il padre dei filosofi costituiva una base gnoseologica di contrasto: la mancanza di conoscenza iniziale, associata alla consapevolezza di tale mancanza, permetteva un dinamismo ricercante l’ottenimento conoscitivo finale, sintetizzabile in “sapendo di non sapere in principio posso tendere alla ricerca finale di un sapere senza presupposti erronei di conoscenza già data”.
Tutto ciò è vincolato fortemente alla struttura dialogica. Attraverso il suddetto presupposto, Socrate poteva scatenare nell’interlocutore una raffica di affermazioni mancanti, ma pur sempre definite. Queste poi, una volta smontate dialetticamente e volte verso una ricerca non annebbiata da congetture erronee, avrebbero portato il soggetto a “partorire” egli stesso le risposte conoscitive più alte, senza dunque per nulla persuaderlo. È un’arte che viene definita maieutica.
Perché ciò funzionasse Socrate si serviva di un’alquanto sottile ironia: fingendosi ignorante in qualunque argomento fosse trattato, costringeva il dialogante a esporre ed esplicare i propri argomenti a favore della propria tesi, per poi con affermazioni spesso brevi e taglienti, mostrarne l’infondatezza.

Ma ora parliamo di Dottor House. La sua “diagnosi differenziale”, assieme al suo atteggiamento dialettico, coglie molti aspetti, per certo rivisitati, del metodo socratico.
In principio infatti c’è sempre un quesito, un qualcosa che può intrecciare i vari sintomi. Egli, proprio con quell’atteggiamento iniziale da ascoltatore, attiva i membri del suo team e li conduce a formulare ipotesi e congetture, smontando in principio le più ovvie. Li abitua nel dialogo a scardinare scenari semplicisti, in favore di una capacità critica che vada oltre le apparenze.
Il suo tono è infatti di un’ironia sicuramente molto più sprezzante di quella greca, ma, in qualche modo, ottiene risultati similari. Porta infatti studenti eccelsi di medicina a rivedere le proprie capacità, a non sentirsi già arrivati a conoscenza definitiva, bensì a mettere in discussione ogni tesi con fare dimostrativo e destrutturante.
La struttura di ricerca è assolutamente dialettica. Il punto gnoseologico di partenza è la ricerca della “risoluzione del puzzle”, in qualche modo imbevuta dalla necessità di accrescimento conoscitivo, di trovare un filo conduttore nella complessità umana.
Quindi Socrate e Dottor House si possono associare per lo stile di pensiero similare: quello dialogico dialettico, ovvero una delle più interessanti e connotate condizioni di riflessione.
Infatti, anche se la risposta finale è spesso data, in contrapposizione alla metodologia socratica, da House stesso, quest’ultimo non potrebbe raggiungere l’obiettivo di ricerca senza il confronto.
2. Dottor House, Socrate e la ricerca del bene
Cos’è la “cosa” di cui si parla in questa scena?
House non è una persona qualunque, capace di costruirsi una famiglia e di dar sfogo alle sue emozioni. House è un uomo ossessionato dalla sua stessa ricerca, che consiste nel trovare la risposta all’enigma, ma anche nel salvare l’uomo. È qui che si deposita il conflitto di un personaggio davvero sui generis, che si contrappone in un certo senso alla figura di Socrate.
Cos’è il bene per House?
Socrate pone come obiettivo ultimo la ricerca del bene. Egli è vincolato a quel daimon che condiziona il suo agire, così coerente con la propria prospettiva da essere disposto a morire, senza mai arretrare.
Per il maestro greco, in quel così detto intellettualismo etico, la stessa conoscenza è intrinsecamente morale:
«Nessuno pecca volontariamente, chi fa il male lo fa per ignoranza del bene».
(Platone, Protagora)
Il solo conoscere, seguendo ovviamente quell’architettura epistemologica da Socrate proposta, porta a conoscere il bene.
Tale questione è di massima problematicità già dall’antichità stessa, dove se in Aristotele vi sarà una divisione tra sapienza intellettiva e saggezza come virtù dianoetica, phronesis, ancor meglio in un noto aforisma di Ovidio si rintraccia il nodo dolente:
«Video meliora proboque deteriora sequor (vedo il meglio e l’approvo, ma seguo il peggio)».
(Ovidio, Libro VII, Metamorfosi, vv. 20-21)
Questa asserzione è stata chiaramente spiegata da un filosofo tedesco, allievo di Edmund Husserl, nonché fondatore della fenomenologia realista.
«La nota affermazione di Ovidio […] non nega che la condotta morale presupponga una conoscenza di ciò che è moralmente giusto — al contrario questo punto non viene assolutamente toccato —, ma nega che la conoscenza di ciò che è moralmente giusto implichi necessariamente anche una condotta morale giusta. Se sapere cosa è giusto è anche il presupposto della virtù, tuttavia ciò non è ancora la condizione sufficiente perché si dia una condotta moralmente positiva».
(Dietrich von Hildebrand)
House è un uomo miserabile, necessita del suo dolore ed è succube di se stesso. Eppure con quella volontà incrollabile che lo spinge a salvare ogni suo paziente, è disposto a tutto per risolvere ogni mistero, come se fosse guidato sia dal cavallo nero che da quello bianco, facendo riferimento al noto mito del carro e dell’auriga raccontato da Platone nel Fedro.
La conoscenza, però, ha in House un effetto, a un primo sguardo, forse opposto a quello che ha in Socrate. Egli appartiene all’epoca della morte di Dio, della morte del bene: il conoscere diviene per lui uno strumento per svelare la dimensione fallimentare dell’uomo. House, da questo punto di vista erede indiretto di Nietzsche, condanna quella liason tra conoscere e agire bene nel senso socratico, perché riconosce nell’uomo una profonda assenza etica, un egoismo e una condizione miserabile.
Cinico, a tratti scettico («Tutti mentono» è la sua frase), House, infine, non sfocia però nell’assenza di credo, ma, al contrario, mantiene una fiducia, spesso altalenante e conflittuale, senza mai mollarla.
È un credo ateo ma etico, che accetta la morte di Dio e ritorna forse all’autonomia della morale rispetto alla religione, pensiero con cui Socrate avrebbe probabilmente concordato.
House è forse un Socrate disilluso, un paradosso della contemporaneità, molto più umanizzato.
La sua tendenza è spesso vacillante e contrastante ma pur sempre perpetua; il suo metodo, assolutamente sregolato e fuori dagli schemi, deriva direttamente dallo schema primordiale, quello che ha gettato le basi del pensiero occidentale e che è giunto ai giorni nostri con tonalità molto più nevrotiche.
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