Kingsman – L’eleganza della Strafottenza

Enrico Sciacovelli

Ottobre 2, 2017

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La storia del cinema, come quella di molte storie, tende verso la ciclicità: stabilito un trend, questo viene esplorato fino all’esaurimento delle risorse o alla necessità di innovazioni all’interno del genere stesso, pena: subire l’abbandono dell’attenzione delle masse.

E’ successo per i Western dopo gli anni ’60 e per i classici Monster Movie dopo gli anni ’70.
Certo, abbiamo visto esponenti di altissimo livello in questi generi oltre le date che ho appena citato, ma sempre con un elemento che ricontestualizzasse i dogmi del passato nell’ottica odierna.

Pochi sono quindi le serie capaci di reinventarsi attraverso decine di anni nello stesso genere. Una di queste è senza dubbio James Bond, che è passata attraverso 50 anni di storia del cinema guadagnandosi uno status nobiliare tra i Blockbuster di spionaggio.

Dopo capitoli come Skyfall e Spectre che andavano a sottolineare l’anzianità della spia più famosa del mondo, viene naturale chiedersi se è possibile che questa serie Regina possa essere sfidata da un contendente più affamato e fresco di idee. Magari non un Re, ma uno dei suoi uomini. Un Kingsman.

Il mondo dei Kingsmen, (Visto in Kingsman: The Secret Service e Kingsman: The Golden Circle ) tratto originariamente da una serie fumettistica ideata da Mark Millar, irruppe con prepotenza e grazia nel panorama del cinema d’azione, forte di una regia minuziosa ma frenetica (grazie all’occhio di Matthew Vaughn, autore anche di “Kick Ass” e “Xmen – First Class”) e di un cast ricco di talento e carisma (capitanato da Taron Egerton e Colin Firth, ironicamente premio Oscar per “Il Discorso del Re”), osannando e stuzzicando 007 e la sua storia.

Chiariamoci: l’idea di una parodia di James Bond non è nuova, affatto. Già a cavallo tra gli anni ’90 e 2000 abbiamo visto l’esordiente Austin Powers farsi strada prendendo in giro la spia preferita di Sua Maestà e sparire nell’anonimato dopo due film.

Prendere di mira James Bond non è difficile, ma diventare il nuovo bersaglio dopo James Bond lo è.

Kingsman ha dalla sua un vantaggio, non indifferente, della giovinezza del franchise: ci sono poche aspettative legate al giovane Eggsy e alle sue avventure, il che aiuta a superarle, senza sentire il peso di una mitologia che segue il personaggio principale come un’ombra, e aiuta ad evitare la rincorsa di uno status quo che deve essere sempre noto allo spettatore.

Il vero fascino di Kingsman risiede quindi nelle libertà che la serie si concede:
James Bond non può fare un ditalino per inserire una tracciatore in una spia nemica.
James Bond non può spaccare la faccia a dei ragazzini in un pub con un ombrello.
James Bond non può essere salvato da dei cani robot inferociti, calmabili solo con la faccia di Elton John.
James Bond non può insultare una predicatrice in chiesa dichiarando di essere “una prostituta cattolica che gode di rapporti extramatrimoniali con un bel fusto nero ed ebreo di una clinica militare pro-aborti”, per poi uccidere l’intera chiesa in preda a una furia omicida, scandita dalle note dell’assolo di Free Bird.
Non so voi, ma un James Bond così vorrei vederlo.
Un James Bond cresciuto coi dettami del Galateo del Gentiluomo, capace contemporaneamente di non prendersi tanto sul serio da sembrare sull’orlo di una crisi di nervi.
Se James Bond non ce lo darà, lo troveremo altrove.

Va detto però, che Kingsman ha solo due film all’attivo: il primo, un grande primo album, completamente inaspettato, il secondo, un bel concerto con tutte le hit amate e riconoscibili.

Ora, con un terzo capitolo in cantiere,  serve un po’ di novità: nuove scene goliardiche capaci di strappare sorrisi, non semplicemente di ricordarli.
Si sa, il secondo album è sempre più difficile. Ergo, lancio il guanto di sfida alla serie per superarsi, rispettosamente.

I modi definiscono l’uomo, dopotutto.

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