V per Vendetta – La dialettica dell’idealismo rivoluzionario

Andrea Vailati

Ottobre 12, 2017

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V per Vendetta.

Il culmine critico di un qualunque processo, la sua sintesi ultima, è la rivoluzione che lo sovrasta, destrutturandolo, superandolo e ricomprendendolo nello stesso momento.

Il paradigma al quale sottostà un’impalcatura di ricerca rende la ricerca stessa inconsapevole di essere figlia del suddetto, e così agisce seguendo dei criteri connessi all’imprescindibile paradigma che presuppone.

Ogni paradigma delinea degli apici conoscitivi, in tutti i campi da esso influenzati, e delle degenerazioni.

Le degenerazioni giungono, si riversano con violenza, dominano, per poi divenire un nuovo punto di partenza, nel momento del loro culmine critico. Da esse, contro di esse, si muoveranno antitesi sempre più strutturate, fino a raggiungere la complessità e la consapevolezza necessaria da capire che non sono le degenerazioni a determinare la crisi, bensì il paradigma sottostante, oramai dissipato della sua condizione di senso. 

V per vendetta
La celebre maschera simbolo del film V per Vendetta.

Esso va superato, riformato, ristabilito, totalmente modificato.

Ma chi è a conoscenza di tutto ciò?

Non di certo noi, il popolo. Lo leggiamo sui libri di storia come un qualcosa di avvenuto, come un processo imprescindibile, come se non potesse che andare in quel modo, come se avesse una continuità giustificata in perpetuo.

Perché l’uomo è un essere dialettico.

La dialettica è ovunque, nel confronto, nel contrasto, nella vittoria e nella sconfitta, nel reale e anche, infine nell’ideale.
Ma il problema non è la dialettica, quanto la necessità umana di trovarle una finalità ultima, un obiettivo da raggiungere, una meta dalla massima altezza. Per questo si concepisce, di sottofondo, anche in maniera non del tutto conscia, un paradigma omnicomprendente, teleologico, idealmente giusto.

Ma il paradigma crollerà sempre, poiché la rivoluzione è l’unico culmine dialettico possibile.

Il rivoluzionario dunque è uno di quegli uomini che sanno, che hanno compreso tale arcano ciclico e fallimentare, tale menzogna auto indotta.
Il rivoluzionario è un idealista dalle azioni materialiste, l’ultima fase dialettica di un’era paradigmatica.

V per Vendetta è il rivoluzionario di questa storia.

Ma prima di arrivare alla fine, cerchiamo di ricostruire il percorso dialettico dal principio.

1. Il paradosso costituito da chiedere a un uomo mascherato chi egli sia

Inizio del film.

Evey: «Chi sei?
V: Chi? Chi è soltanto la forma conseguente alla funzione… ma ciò che sono è un uomo in maschera.
Evey: Ah, questo lo vedo.
V: Certo. Non metto in dubbio le tue capacità di osservazione. Sto semplicemente sottolineando il paradosso del chiedere ad un uomo mascherato chi egli sia».

(V per Vendetta)

Lo sguardo di questo film è sulla degenerazione delle degenerazioni: l’eterno ritorno del dominio totalitarista. Nonostante il termine totalitarismo si applichi solamente ai casi del Novecento, la condizione che esso definisce ha origini nel sempre. La paura genera mostri e questi mostri fanno della paura l’arma per prendere il controllo assoluto.

Coprifuoco, intolleranza, potere illimitato e controllo delle modalità comunicative, l’uomo privato della libertà di essere.

Ma come si combatte una tale condizione?

La risposta va cercata nel percorso della dolce Evey (alias Natalie Portman), emblema del processo dialettico di riscoperta della volontà, ove la volontà è antitesi per eccellenza della paura, ove questa può farci agire nei sotterranei di noi stessi, svincolandoci da un paradigma reprimente in favore di una nuova affermazione.

Al principio di V per Vendetta Evey si mostra come una passiva cittadina di una nazione di uomini subliminalmente schiavi. Sa senza interesse nel sapere, sopravvive a una condizione che sembra imprescindibile: non si addentrarsi nella più importante delle consapevolezze.

Dunque giunge V, il rivoluzionario, concepitosi egli stesso non più come un elemento umano, ma solo sociale. Egli è il contenuto, il popolo è il contenitore. È l’ideale stesso di rivoluzione, la fase di destrutturazione dell’ormai degenerato paradigma. Ma esiste in potenza, non nella realtà materiale, in quanto non è attore del suo ideale, egli è l’ideale in sé, starà al popolo condurre il processo di ribaltamento definitivo. Sta al popolo assumere tale ideale per renderlo realmente affermato, sta al popolo la rivoluzione.

V per vendetta dunque, col suo stile in perpetuo intreccio tra fumettistica e saggistica, ci permette di osservare l’intero processo di presa di coscienza del suddetto ideale nel personaggio della giovane giornalista appena citata.

Questa funge da campione umano in una dialettica che andrà concependosi in ogni uomo, donna e bambino della distopica nazione narrata nel film.

Poiché senza che lei capisca, nulla può realmente accadere.

 2. L’illimitatezza della consapevolezza di sé

V: «Ascoltami, ascoltami, ascoltami! Questo può essere il momento più importante della tua vita, mettici tutta te stessa! Ti hanno portato via i genitori, ti hanno portato via tuo fratello, ti hanno chiuso in una cella e ti hanno preso tutto ciò che potevano tranne la vita, e tu hai creduto che esistesse solo quella. Vero? Che l’unica cosa rimasta fosse la tua vita. Ma non era vero! Hai trovato qualcos’altro. In quella cella hai trovato qualcosa di più importante per te della vita. Perché, quando hanno minacciato di ucciderti se non avessi dato loro quello che volevano, tu hai detto che avresti preferito morire? Hai affrontato la morte Evey. Eri calma. Eri ferma. Prova a sentire ora quello che sentivi prima».

(V per vendetta)

L’intero paradigma sociale degenerato, cosa questo significhi e come possa essere abbattuto viene racchiuso nel percorso di scoperta di sé di Evey.

In principio non comprende, non accetta la violenza di V, la sua inflessibilità su ciò che deve accadere, la sua schiettezza nel voler distruggere. Ma gli omicidi e la dinamite sono strumenti, simboli di contrasto rispetto a una condizione ben più malvagia eppure passivamente accettata in quanto stabilmente assoluta.

Ogni uomo è un percorso, eppure tale percorso avviene all’interno di una personalità, scelta o accettata. Così una personalità incapace di accettare la propria sofferenza, la propria paura, la possibilità di un conflitto interno a sé e quella di ritrovare serenità dopo di esso vive in un assoluto passivo che non può che accentuare il suo stesso reprimere, appiattendo il proprio agire a uno schema inconsapevole.

Così il parallelismo con la società che combatte V. in V per Vendetta.

Ecco la sua missione, ecco la missione del film stesso: portare Evey all’apice della propria paura e sofferenza per ricondurla verso le emozioni più pure, per concederle la forza di destrutturarsi, di liberarsi dalla sua stessa incapacità di essere libera. 

V per Vendetta mette in scena una donna che trova la consapevolezza vera, non filtrata o repressa, di se stessa e una società che riscopre la propria idea di libertà.

Dio, inteso come l’assoluto umano più puro, fatto di compassione, illimitatezza, libertà ed empatia, è nella pioggia.

 3. La libertà come menzogna e la libertà come volontà 

Scena del film.

La dialettica di questa storia è una splendida parabola a “U”.

La prima parte è un ricordo, un racconto che non può essere vero per l’ispettore capo Eric Finch. Non può l’uomo aver compiuto tali atrocità, non può l’uomo aver costruito una menzogna per annaffiare la paura, per creare un incendio di terrore. Non può l’uomo aver preferito il potere all’essere umano stesso.

Ma invece è esattamente così che si è raggiunto il culmine di disumanità, la massima degenerazione dialettica di un processo storico. Ed è proprio l’ispettore che, in questa incredibile scena, ripercorre il ramo crescente, il ramo che porterà al culmine rivoluzionario.

Finch: «Il caos! Il problema è che lui ci conosce meglio di quanto noi non conosciamo noi stessi! Ecco perché sono andato a Larkhill ieri notte!»
Dominic Stone: «Ma è fuori dalla quarantena!»
Finch: «Dovevo vederlo! Non è rimasto granché, ma mentre ero lì… è stato strano… All’improvviso ho avuto l’impressione che fosse tutto collegato. Era come se potessi vedere tutto. Una lunga catena di eventi che risalivano a molto prima di Larkhill. Mi è sembrato di poter vedere quello che era successo prima. E quello che ancora deve succedere. Era come uno schema perfetto, disposto davanti a me, e mi sono reso conto che ne facciamo tutti parte, che siamo tutti intrappolati».
Dominic Stone: «Allora lei sa che succederà?»
Finch: «No, è stata una sensazione. Ma posso indovinare. Con un simile caos qualcuno commetterà una sciocchezza e quando questo accadrà, le cose si metteranno male. E poi Sutler sarà costretto a fare l’unica cosa che sa fare. A quel punto V non deve fare altro che mantenere la sua parola, e poi…»

(V per Vendetta)

E dunque, come il fallimento sistematico ci insegna, è infine il caos a divenire strumento di riscoperta. Il caos assume una precisa posizione nella crescente presa di coscienza della necessità della rivoluzione. Il caos conduce alla comprensione del fallimento del precedente paradigma, del suo avvelenamento, della sua degenerazione.

Una nazione ingabbiata da una menzogna di libertà infine risorge, distrugge, poiché è necessario distruggere le sovrastrutture del malvagio terrore. Un popolo marcia perché è la volontà a smuoverlo dalle sue paure e a renderlo libero di sperare ancora, di nuovo, per sempre.

Leggi anche: V per Vendetta – Il simbolo fra narcisismo e speranza

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