Penny Dreadful, il Dottor Frankenstein e la Creatura.
«Dio ti aiuti, vecchio, i tuoi pensieri hanno creato una creatura dentro di te; e colui che l’intensità del pensiero rende un Prometeo, di quel cuore per sempre si ciberà un avvoltoio; quell’avvoltoio è la creatura stessa che egli crea».
(Herman Melville)
Prometeo, da Eschilo a Pavese, passando per Shelley e Melville, perpetua nell’Olimpo della semantica letteraria. Dovunque l’uomo cercasse, egli tornava come simbolo multiforme, poetico nel combattere il divino, umano nell’amare l’uomo, cristiano nel sacrificarsi per quest’ultimo, filosofico nella condanna all’eterno ritorno della sofferenza.
In principio incatenato, poi liberato, infine sottilmente, quasi senza darlo a vedere, connesso a un’opera fin troppo nota e fin troppo poco realmente conosciuta: Frankenstein di Mary Shelley, il cui nome completo è Frankenstein o Modern Prometheus.
In quella che fu una sfida tra intellettuali durante una permanenza nella casa di Lord Byron a Ginevra, la moglie di Percy B. Shelley trionfa con il suo piccolo capolavoro, ignara di essere l’autrice di un futuro topos letterario.
Se quindi Prometeo, nella mitologia greca, combatteva gli dèi a suon di tranelli e furti dal grande simbolismo, in un’epoca dove la lotta esistenziale era profondamente connessa all’astrazione filosofica/concettuale, il suo erede moderno si trova nell’epoca della rivoluzione scientifica.
Il dominio del divino non è più connesso a conflitti iperuranici o cosmogonici, ma prettamente scientifico-razionali. L’uomo vuole sconfiggere i limiti della natura, l’antropocentrismo vuole spodestare il Dio Metafisico dal trono.

Nell’opera di Mary Shelley vediamo quindi la nuova modalità di fallimento di Prometeo. Egli è incarnato dal Dottor Frankenstein, colui che volendo sconfiggere la morte, finisce per creare demoni e soccombere.
Eppure già nella suddetta “fiaba gotica” il confine tra chi sia il demone – Il Dottore o la Creatura – sbiadisce nella sottile condizione precaria dell’uomo.
In Penny Dreadful ecco il capolavoro.
La storia ha portato Frankestein a divenire più un mostro di Halloween che un’opera dallo spessore tematico e riflessivo, più terrore che sottile critica ai “successi” umani. Riprendere dunque tale mito e amplificare la sua potenza nell’introspezione umana rispetto all’esistenza stessa era un compito arduo, ma da tempo lì, ad aspettare che qualcuno ci provasse, correndo un enorme rischio.
Penny Dreadful ha corso il rischio, lasciando il segno nella letteratura delle serie tv.
Ma qui la questione si dilunga rispetto alla storia originale, prende una via diversa, rendendo il quesito assai complesso e affascinante.
Chi è qui Prometeo, Il Dottore o la Creatura?

Il Dottor Victor Frankenstein di questa serie è una degenerazione quanto mai affascinante dell’idealtipo della Shelley.
Egli inizia la sua storia creando Proteo, un rinato alla Frankenstein, tra galvanismo e cuciture. La creatura promette poesia nei suoi primi sguardi al mondo. Qui il Dottore sorride, mostrando quell’ideale di superare la morte nella sua accezione più romantica. Un protagonista positivo, un buono, sembra incarnare il nostro personaggio. Ma Penny Dreadful non ha personaggi di questo genere, e questo lo capiamo ben presto.
Egli infatti, al ritorno della sua prima creatura, l’originale, quello sul quale si basa il nostro articolo, si perde nel suo conflitto eterno. Victor genera demoni, ma ancor di più, addentrandoci nel profondo, egli stesso è il demone che porta oscurità negli inconsapevoli primordiali lidi delle sue creature.
Abbandonandoli, accostando le loro vite esclusivamente al suo egocentrismo, persino amando una sua creazione nella massima forma di possessione, egli non fa altro che traslare un malessere umano a degli esseri immortali.
E nell’oscuro oramai imprescindibile, egli sguazza senza cercare fughe, le occhiaie di una vita segnata dai demoni di una mente geniale – eppure profondamente rintanata in se stessa – sono un ornamento imprescindibile dal suo volto.
Quello che era il bambino amante della poesia romantica non esiste più. Quello che era il suo sogno più libero è ora un incubo integrante del suo esistere – il Moderno Prometeo di cui il Dottor Frankenstein era simbolo – in Penny Dreadful inizia già incatenato, come se la serie volesse mostrarci quello c’è dopo la fine del mito, non la storia originale, ma il suo proseguimento: raccontarci come ogni giorno l’avvoltoio mangi le sue viscere e come egli vada avanti nel suo esistere, già vincolato a questo fardello.
Ridonda nella sua scienza, barcolla nel suo malessere, si difende nella sua arroganza, infine, forse, comprendere che non è l’inquietudine la vera complessità umana.
Ed è qui che Penny Dreadful raggiunge le vette più alte: amplificando quel dubbio proprio già al libro, traslando quello sguardo romantico nel suo senso più conflittuale e tempestoso e addentrandosi molto di più in nella prospettiva unica di un rinato inconsapevole e immortale.

La Creatura prima, Calibano poi, e John Clare infine, in tre nomi a egli propri, in tre fasi del proprio essere, è, a mio avviso, il capolavoro di Penny Dreadful.
Un grandissimo merito di Penny Dreadful è quello di sapere raccontare una storia dall’inizio alla fine, il viaggio della Creatura, interpretata da un magistrale Rory Kinnear. È il viaggio di un nuovo tipo di Prometeo, così legato alla poesia inglese di Shelley e Wordsworth, eppure in un processo di esistenza complesso e completo.
Arriva come l’orrore più distruttivo, uccidendo Proteo, portandoci a vedere in lui il demone, ma poi tutto cambia. La Creatura ci racconta la sua storia, quella che era la storia originale dell’opera, amplificandone i tratti esistenziali. Abbandonato dal suo creatore, egli si fa metafora dell’uomo nella più primordiale solitudine, vagabondo in un mondo a lui ignoto, orfano di qualunque affetto.
Poi La Creatura conosce il teatrante, colui che lo cambia chiamandolo Calibano, ma soprattutto mostrandogli la gentilezza più essenziale, capace di risuonare in un essere che ha conosciuto solo disprezzo e odio come la brezza più dolce.
Qui vediamo quale grande ruolo si predispone a interpretare rispetto al nostro guardarlo: egli è osservatore di ogni fulmine, di ogni fiore che l’uomo incontra, ma l’uomo non nota, agisce perché pensa di sapere. Egli, invece, cerca risposte, ma gli unici parametri a lui concessi dalla vita sono tutto l’orrore che ha subito e tutta la poesia che ha conosciuto “appena nato”.
Egli, per imparare del mondo, ha letto i grandi poeti e per imparare dell’umanità ha subito l’odio dell’uomo, così non conosce altro se non le vette più alte e gli abissi più profondi.
Così diviene John Clare, nome di un poeta per l’appunto, di colui che osserva il mondo umano, tra famiglie che lo reputano una bestia da esporre, il suo creatore a cui chiede: «Perché mi ha reso capace di provare, di sentire?», e la Signorina Ives, con cui condivide, in delle scene meravigliose, il fardello del non saper vivere nel mezzo.
Se dunque possa dare la mia risposta alla domanda in principio posta, è che il Prometeo di Penny Dreadful, non può che essere John Clare, Calibano, La Creatura, che sfida gli dèi della sofferenza e del sogno, della notte più inquieta e della luce più candida, camminando nel crepuscolo che gli uomini temono, navigando nei quesiti chiusi a chiave dalla nostra sopravvivenza più vana. Che sfida gli dei, dunque, con la stessa poesia che gli dei invoca, lacrimando infine in domande senza risposta, in un amore eterno per la possibilità di esistere.




