Coco – Al di là dei ricordi

Enrico Sciacovelli

05.01.2018

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Andare a vedere un film Pixar, dopo vent’anni di assoluto dominio dell’industria dell’animazione, è un’esperienza strana. Si parte dal pensare al pedigree della compagnia, ai classici intramontabili con cui il nuovo film verrà inevitabilmente paragonato; poi segue lo scetticismo: «Non è possibile che questo film sia bello come gli altri. Speriamo sia buono abbastanza, almeno». Sono entrato in sala con questa idea e ne sono uscito con un’altra: allo scetticismo segue il rimpianto, per aver dubitato del talento della Pixar e degli operai della sua fabbrica dei sogni.

Coco, pur non essendo intellettualmente ambizioso quanto il più recente classico, Inside Out, è una gemma di creatività ed emozioni, da non sottovalutare.

Il film vede protagonista il giovane Miguel, un ragazzino messicano appassionato di musica, costretto a dover nascondere la sua passione alla famiglia di calzolai, che non la tollera a causa di un antenato che abbandonò la famiglia alla ricerca della gloria, con una chitarra in mano. Attraverso un incidente durante il Dià de Muertos, festa messicana durante la quale si crea un ponte tra il mondo dei vivi e l’aldilà, Miguel raggiunge il mondo dei morti e si ostina a trovare il suo avo chitarrista, cercando al contempo di fare ritorno dalla propria famiglia.

Coco

Miguel Rivera in Coco di Lee Unkrich (2017)

A primo impatto, la trama si presenta con un impianto molto classico, tant’è vero che il primo atto scorre abbastanza lentamente, per garantire l’introduzione della famiglia di Miguel e delle sue tradizioni. Tuttavia, il ritmo più lento consente di far assaporare l’atmosfera casalinga, per poi sottolineare il contrasto con il magico aldilà: ergo, lamentarsene sarebbe come lamentarsi del Kansas ne Il Mago di Oz.

Inoltre, è da lodare la cura e il rispetto con cui gli autori hanno introdotto frammenti della cultura messicana: dagli artisti ai mariachi, passando anche per i luchadores e gli alebrijes. Coco permette allo spettatore di assaporare il mythos della nazione senza deragliare il percorso della narrativa, presentandosi come una storia messicana prima prima ancora che come un film Pixar.

Dal punto di vista tecnico, la palette dei colori esplode in contrasti di blu e arancio, contemporaneamente spettrali, alieni, ma anche caldi e confortanti. Il design dell’Aldilà comunica l’idea di una società viva, palpabile, chiaramente studiata nei minimi dettagli, e non fallisce mai nel far sorridere e sorprendere lo spettatore.

La colonna sonora, chiaramente di vitale importanza per un film basato sulla musica, è di altissimo livello, capace di esaltare e commuovere con poche note. Da lodare anche la scelta, nel doppiaggio, di lasciare alcune canzoni in lingua spagnola originale, una soluzione che contribuisce a creare una sensazione di intimità nel momento in cui i personaggi decidono di cantare nella propria lingua madre.

Coco

Miguel Rivera e Abuelita in Coco di Lee Unkrich (2017)

I pregi a livello tecnico ed estetico sono innumerevoli, ma senza una sceneggiatura interessante e coinvolgente, altri film cadrebbero facilmente nel dimenticatoio. Fortunatamente, Coco si presenta come un film apparentemente semplice, ma con un paio di sorprese nascoste perfidamente nel tessuto della trama.

Dare per scontate alcune cose nella narrativa significa ricevere uno schiaffo in faccia nel terzo atto, che ricontestualizza l’intero film, alzando la posta in palio in maniera indescrivibile e conducendo a una sequenza finale che, nel momento in cui si risolve, lascia lo spettatore con così tante emozioni contrastanti da assicurare le lacrime in sala, a metà tra la gioia e la nostalgia.

Come molti film Pixar, Coco punta al cuore e alla mente, sottolineando quanto non dovremmo dare per scontate le cose a noi care e come dimenticarle possa portare a cancellare parte di noi stessi.

Il film si imbeve del potere dei ricordi per stuzzicare la nostra memoria, nello stesso modo in cui i ricordi del piccolo Miguel, della sua Abuelita e dei suoi parenti vengono continuamente risvegliati.

Si tratta di una storia potente, che merita di essere vissuta e ricordata, per aiutarci a ricordare, vivere e lasciar vivere i ricordi.

Leggi anche: Loving Vincent – Il colore tra estetica ed emozione

P.S: malauguratamente, insieme al film è stato distribuito un corto di Venti minuti basato su Frozen e sulle avventure natalizie di Olaf, il pupazzo di neve. Il corto, per via della sua durata e della natura talmente diversa da quella del film per cui si è pagato il biglietto, risulta incredibilmente irritante e fastidioso.

Ora, in quanto amante del cinema, sostengo sempre la superiorità dell’esperienza in sala. Tuttavia, non biasimerei chi volesse attendere l’uscita del film in home video per poter saltare liberamente il corto.

Lascio a voi la scelta, ma era giusto avvisarvi: dopo la quarta canzone di fila, trascorsi appena 10 minuti, ero tentato di tagliarmi un orecchio usando la cannuccia della mia Coca-Cola e firmarmi, da quel momento in poi, Van Gogh.

Autore

  • Enrico Sciacovelli

    Caporedattore della sezione Nuovi Arrivati, Traduttore e grande rompiscatole.

    "Film lovers are sick people", disse Truffaut. C'è andato vicino, sono semplicemente stronzi.

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