Un “comune” esperimento
Nell’estate del 1971 in California Philip Zimbardo, un ricercatore in psicologia sociale, si interrogò sull’influenza che l’appartenenza a un gruppo può avere sulla condotta umana. Con l’aiuto del suo team di ricercatori, simulò nel seminterrato dell’Università di Stanford un carcere, selezionando 24 studenti volontari (per la partecipazione era previsto un contributo di 15 dollari al giorno) e assegnandoli casualmente ai gruppi “Guardie” e “Prigionieri”. I partecipanti furono selezionati da un gruppo più ampio di 70 volontari, tutti i candidati vennero intervistati e sottoposti ad una batteria di test di personalità al fine di eliminare quelli con problemi psicologici, malattie o precedenti criminali e/o di abuso di droghe. La durata prevista per l’esperimento era di due settimane, ma venne interrotto dopo soli sei giorni a causa delle imprevedibili e drammatiche esperienze che si verificarono. Cosa successe in quei giorni nel “carcere di Stanford”?
Il film del 2015 “Effetto Lucifero” (Kyle Patrick Alvarez) ripercorre le varie fasi di questo esperimento, accompagnando lo spettatore nel processo di trasformazione a cui vennero sottoposti gli studenti, scelti in seguito a specifici colloqui: le guardie, sempre a gruppi di tre, vennero dotate di precise uniformi, occhiali da sole e manganelli; l’arresto dei prigionieri si verificò in luoghi pubblici, in un’imitazione perfetta di reali interventi da parte delle forze dell’ordine; successivamente i ragazzi vennero portati nel carcere, costretti dalle guardie a denudarsi e ad indossare specifiche divise e berretti, contraddistinte da numeri, e delle catene vennero attaccate alle loro caviglie. I prigionieri, tre per ogni cella, dovevano rimanere nel carcere finto 24 ore al giorno per tutta la durata dello studio, rispettando regole molto severe. I ricercatori intimarono alle guardie di fare tutto ciò che ritenevano necessario per mantenere l’ordine nella prigione, senza ricorrere all’uso della violenza; telecamere nascoste consentivano loro di osservare il comportamento dei soggetti.

Il confine tra bene e male
Cosa succede se si mette della brava gente in un posto “cattivo”? Riuscirà il bene a vincere sul male o, piuttosto, trionferà il male?
Durante il primo giorno la consapevolezza di partecipare ad una simulazione è ancora forte sia nelle guardie che nei prigionieri, ma già durante il secondo giorno alcune delle guardie cominciano ad abusare dei detenuti, ad adottare strategie fantasiose per intimidirli e umiliarli: nella scena dell’appello, il film mostra con disturbante semplicità la graduale evoluzione di una situazione “normale” in un’esperienza tragica, mediante l’obbligo a svolgere esercizi fisici complessi, la minaccia del “buco” (la cella d’isolamento); in seguito a questi primi, inquietanti segnali, i prigionieri si barricano nelle celle, le guardie spezzano i legami di solidarietà cambiando la collocazione dei soggetti nelle celle, producendo ulteriori segnali di rivolta da parte di uno dei detenuti, 8612 (Ezra Miller), capace addirittura di organizzare un vero tentativo di evasione, senza successo. È proprio 8612 il primo a crollare dal punto di vista emotivo, e Zimbardo è costretto a “rilasciarlo” a causa delle evidenti conseguenze psicofisiche della detenzione; nei giorni successivi diventa sempre più comune nei prigionieri la tendenza ad assumere atteggiamenti di accettazione passiva e docilità, mentre il loro rapporto con la realtà inizia ad essere gravemente compromesso: molti arrivano a convincersi di essere stati arrestati per aver commesso precisi reati. Nel frattempo le guardie accentuano ulteriormente gli aspetti vessatori della gestione della prigione. Una scena significativa del film è la visita esterna da parte dei familiari, che riescono a percepire segnali fisici e comportamentali negativi e allarmanti da parte dei ragazzi, arrivando anche a chiedere rassicurazioni a Zimbardo e gli altri ricercatori. I detenuti affermano di essere sottoposti ad un trattamento estremamente positivo e “umano”, negando ogni forma di abuso.
Dal canto loro, i ricercatori fanno più volte notare a Zimbardo che la simulazione stava sfuggendo di mano e la ricerca rischiava di produrre effetti drammatici sugli studenti, ed è forse a questo punto che il film mostra l’aspetto più sconvolgente della ricerca: nella graduale evoluzione della simulazione, Zimbardo ha progressivamente abbandonato il ruolo di ricercatore, arrivando a percepire se stesso come il direttore della prigione. Discutendo con la compagna Christina, arriva ad affermare di voler mantenere l’integrità della sua prigione. Tuttavia le argomentazioni della ragazza lo aiutano a riconoscere la gravità della situazione, portandolo ad interrompere l’esperimento: durante la notte del sesto giorno irrompe nel seminterrato e afferma che la ricerca è conclusa, suscitando l’incredulità dei prigionieri e la perplessità delle guardie. A fine studio, i prigionieri erano a pezzi, sia come gruppo sia a livello individuale. Non c’era più alcuna unità ma solo un mucchio di individui somiglianti a prigionieri di guerra o pazienti di un ospedale psichiatrico. Le guardie avevano il controllo totale della situazione e potevano contare sulla cieca obbedienza di ciascun prigioniero: uno di essi arrivò a fronteggiare la situazione comportandosi da detenuto modello.
Il successivo debriefing svolto dai ricercatori permise di evidenziare gli effetti cognitivi che la ricerca aveva prodotto soprattutto sulle guardie, persone normali costrette a fare i conti con una parte di sé che non credevano esistesse: nel dialogo tra 8612 e Christopher (Michael Angarano), la “guardia più malvagia”, Christopher domanda provocatoriamente se effettivamente i detenuti, a parti invertite, fossero stati in grado di resistere alla tentazione del dominio.
La prigione finta, nell’esperienza psicologica vissuta dai soggetti di entrambi i gruppi, era diventata una prigione vera. Assumere una funzione di controllo sugli altri nell’ambito di una istituzione come quella del carcere induce ad assumere le norme e le regole dell’istituzione come unico valore a cui il comportamento deve adeguarsi, induce cioè quella “ridefinizione della situazione” che favorisce particolari condotte, anche estreme e malvagie.

Il male superficiale
“Solo poche persone erano in grado di resistere alla tentazione di cedere al potere e dominio” (P. Zimbardo).
Qualche anno prima rispetto allo studio di Stanford, Hannah Arendt, una filosofa tedesca di origine ebraica, nel 1961 decise di assistere al processo ai danni di Adolf Eichmann (esperto di questioni ebraiche), uno dei paramilitari nazisti coinvolti nella Shoah. La motivazione che spingeva Arendt era la convinzione che quel male fosse l’esito di particolari aspetti esclusivi dei tedeschi in quel particolare contesto: assistere al processo la obbligò a rivalutare questa convinzione, perché i comportamenti di Eichmann erano quelli di un uomo assolutamente semplice e normale, addirittura banale, nonostante il Pubblico Ministero cercasse di farlo passare per un mostro. Non aveva mai letto il Mein Kampf, si era iscritto alle SS per semplice ambizione. Durante l’istruttoria arrivò a dichiarare che nel prendere le decisioni si ispirava al principio kantiano dell’imperativo categorico. Insomma, era un buffone, qualcosa di estremamente lontano dall’incarnazione del Male. Nel volume La Banalità del Male Arendt raccoglie le sue riflessioni attraverso un reportage del processo, giungendo alla conclusione che le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco né mostruoso.
Questo contributo consente di riflettere sul fatto che il Male non è mai profondo e radicale, ma semplicemente estremo e superficiale, e per questo ancora più terribile. Esso si oppone al pensiero e alla capacità critica, alla capacità di entrare in rapporto con l’altro: fare i conti con l’Eichmann presente in ognuno di noi significa prendere contatto con questa dimensione umana, evitare di negarla ma riconoscerla come componente costitutiva della psiche. È il tentativo che Hannah Arendt e Philip Zimbardo, in tempi e contesti diversi, hanno cercato di realizzare, apportando un contributo alla conoscenza dell’Umano.
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