Back to the 80s – Solo “Marketing Nostalgia” ?

Sante Di Giannantonio

Marzo 1, 2018

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La nostalgia è insita in ognuno di noi, nei ricordi tutto appare più bello di come fu in realtà, perché è un tempo passato, impossibile da rivivere. Qualcosa però ritorna, è troppo potente la malinconia, insaziabile solo con la memoria o con le fotografie. Ecco dunque che diventa strumento a disposizione di registi e sceneggiatori che inzuppano volentieri la loro arte nella nostalgia. In principio fu George Lucas ad attirare la sua generazione al cinema con American Graffiti. Un omaggio alla sua gioventù, spaccato di vita dei ragazzi degli anni ’60 tra corse automobilistiche, amori e sogni ritmati da una colonna sonora indimenticabile. Il vaso lo scoperchiò il buon George e da allora di tanto in tanto viene riaperto.

Oggi gli anni che tutti abbiamo in mente sono gli ottanta. Chi ha vissuto quegli anni ha vissuto l’infanzia del Mondo per come lo conosciamo adesso. Ed il Mondo stava cambiando, l’impegno politico giovanile andava scemando, la musica diventa glam, hard, hair e poi punk, la comunicazione, anche verbale, cominciava a farsi personale, gli spot diventavano tormentoni, la tv smetteva di essere un elettrodomestico e i paninari spopolavano.

I giovani con i colori sgargianti dei propri esagerati vestiti rivendicavano il diritto a sentirsi leggeri, un mood soffocato nel grigiore degli anni 70, la tomba dei vari movimenti giovanili. Una gioventù solo apparentemente fancazzista perché, i ragazzi degli 80 hanno smesso di dire di voler cambiare il mondo ed hanno cominciato a cambiarlo davvero, a suon di martellate hanno composto l’epitaffio di quel tempo rimuovendo il Muro, una notte dell’89 a Berlino.

La fine del c.d “secolo breve”. Queste metamorfosi si rifletterono sul cinema, i temi pesanti a tinte politiche o metaforici su un’esistenza piatta e/o drammatica non rappresentano più il target a cui ambire ma diventano di nicchia, chi va al cinema vuole svagarsi. I film devono essere espressione dei colori e della leggerezza degli anni ‘80 ecco perché il profeta Lucas passa da THX 1138 a Star Wars, forse il primo Blockbuster mai realizzato, non occorrono più pellicole sull’impegno o partecipazione, bisogna intrattenere.

Ma se ritenete quei film ormai d’epoca, confinati in remote memorie scandite dal ronzio dei videoregistratori, qui vi sbagliate. Sono passate tre decadi, ma siamo ancora bisognosi di quella leggerezza, afflitti come allora dalla cupezza a cui il nostro progresso ci ha spinto. Il recente e nostalgico passato in cui vogliamo rituffarci per nostra fortuna è archiviato e digitalizzato, come un jukebox in un polveroso angolo di un bar, possiamo usarlo per invocare nuovamente quelle sensazioni.

Saranno anche stati gli ultimi anni senza la diffusione di internet ma è grazie ad esso che oggi sono fruibili. Frammenti richiamabili con un click, senza avere la pesantezza di alcuna memoria storica da recuperare, ma semplicemente un piacere di cui fruire. Con la rivoluzione che la rete ha portato nelle nostre vite abbiamo guadagnato molto, ma anche perso. Il rimpicciolimento del mondo, la connessione continua con tutti, hanno forse banalizzato rapporti e momenti, e ciò che prima era immortalato in un’istantanea o in lettera oggi è perso in un deserto digitale.

Per questo motivo gli anni ‘80 sono tornati, spopolano nei film, serie tv e nel gaming, perché ci ricordano da dove veniamo e che in fondo stavamo bene anche prima di tutto questo. Hollywood ha captato il bisogno di questa “operazione nostalgia”, ritenendo che la catarsi creata da film e serie fosse un’alternativa convincente da dare in pasto al pubblico retrò.

Ma oltre ad ascoltare i desideri dei suoi consumatori, ad Hollywood interessa anche monetizzare, non è difficile comprendere quindi come l’investimento su un’idea di successo, già venduta rappresenterebbe un rischio minore rispetto ad un nuovo e incognito progetto. Reboot e remake sono tornati ad essere presenti nei piani delle major, questa tendenza è sempre esistita nel cinema, se pensiamo ad esempio ai film di King Kong o 007 che si sono prestati ad entrambi i progetti, capiamo come tale predisposizione sia iscritta nel dna dell’industria cinematografica.

Inoltre a queste due tipologie sono stati affiancati sequel di alcuni successi e nuovi film o serie ambientati negli anni 80 o che fanno loro continui riferimenti proprio per creare quel link con la cultura romantica e/o nerd di quel tempo.
Non si tratta assolutamente di un fenomeno circoscritto, anzi, i contenuti e prodotti improntati sul “marketing nostalgia” stanno praticamente divorando il mercato, prossimamente sono ben 124 le produzioni tra reboot e remake di film, giochi o altro che hanno come target coloro che sono cresciuti negli anni ’80 e ’90.

Forse si è creata una bolla che prima o poi esploderà, dato che il fenomeno è possibile scinderlo in due distinti filoni bastati si sulla nostalgia ma uno in maniera nociva mentre l’altro riproponendola a giuste dosi, da un lato remake e reboot, dall’altro sequel e nuovi lavori.

Il rifacimento di opere prodotte dal 1980 in poi non ha ancora avuto il successo dei suoi antenati, pur se si è attinto da serie come l’A-team o film come Nightmare, Robocop e Fame, per citarne alcuni. In attesa di altri remake annunciati (Scarface, Highlander) critica e pubblico non hanno accolto positivamente nessuna di queste pellicole, bloccate forse su schemi antichi e distaccati dall’ambiente degli eighties.

I reboot di Ghostbusters, versione femminile, e Karate Kid, con Jackie Chan, sono stati deludenti, puntare le fiches solo sull’affezione dei fan non ha pagato, anzi ha offeso gli appassionati poiché si è andato a toccare opere che non necessitavano per nulla di essere aggiornate. Potremmo rivedere le pellicole originali nel tempo ed essere sempre colti dagli stessi sentimenti, da questi reboot neanche solleticati. Una speciale menzione per Mad Max: Fury Road, sia per il risultato, ottimo, sia per il fatto che non appartiene a nessuna delle due categorie. Non essendo neanche un seguito per ammissione dello stesso regista George Miller dobbiamo vederlo come una sorta di antologia della serie che ebbe Mel Gibson come protagonista. Uno dei migliori film scaturiti da un’idea anni ottanta.

 

Cambiando filone, cambia vertiginosamente il risultato del gradimento. Se consideriamo i sequel di film usciti nel decennio di riferimento, magari non avremmo pietre miliare della drammaturgia, ma i fan, spesso la critica e il volume del portafoglio dei produttori sono più che soddisfatti. Blade Runner 2049, la nuova trilogia di Star Wars, Indiana Jones 4 (e il 5 in programma) e la serie Twin Peaks appagano il nostalgico sentimento di chi ama questi generi, poiché portano avanti, non solo le storie dei protagonisti, ma lo spirito dei film a cui siamo attaccati, onorando i nostri ricordi. In precedenza ho citato dei cosiddetti nuovi lavori che scaturiscono dalla nostalgia del periodo, a differenza dei sequel, con cui condividono il successo, alle volte anche maggiore, essi hanno il potere di farti vivere quell’epoca tramite una prima visione sullo schermo (di qualsiasi dimensione sia).

Stranger Things, il miglior progetto originale, è divenuto il totem della cultura nostalgica degli 80s. Priva di internet, perché la sua onniscienza uccide il mistero, le serie si basa su rapporti interpersonali dei protagonisti, una buona trama dove l’elemento horror è trattato in maniera innovativa, omaggia il cinema e la televisione degli anni ’80, allineandosi perfettamente alla tendenza dell’industry. Anche Guardiani della Galassia vol. 2, come del resto il primo (pur se cinecomics rientra nella categoria), punta molto sulla memoria infantile di quell’epoca, a partire dalle musiche ma anche insistendo più che in precedenza sui personaggi, le mode e il look. Starlord è figlio di quel fancazzismo costruttivo, simbolo degli quegli anni, con la stessa playlist del walkman che magari avevate registrato faticosamente durante tutta la decade.

Il cerchio lo chiude un film che richiama un’opera di quei tempi, poiché tratteggia l’eccessivo mondo del brokeraggio degli anni ‘80. The Wolf of Wall Street porta sul grande schermo un’epoca esasperandone costumi e tendenze. Differente dal Wall Street di Stone poiché tratta da una storia vera con un gusto tutto particolare per il grottesco che appaga Martin Scorsese, riesce comunque ad attrarre la libido di chi a quegli eccessi, figli della vacuità del mondo degli yuppies del periodo, guardava con un pizzico di invidia. A questo punto possiamo vedere il riciclo degli elementi datati 1980 in due modi. Un freddo e distaccato escamotage in cui la leva nostalgica è divenuta un business, è il motore su cui marketer, creatori di contenuti e case di produzione si muovono per vendere i loro prodotti.

Oppure romanticamente il fruitore di questi “prodotti” non vuole semplicemente far tornare alla mente una specifica situazione, egli persegue una visione filtrata del passato, non una vera ricreazione ma una combinazione di differenti ricordi, che creano una sensazione discorde in ogni individuo, perché ognuno ha vissuto quei momenti, quegli oggetti o quelle canzoni in maniera differente.

E allora, sempre romanticamente parlando, non sono gli anni 80 che ritornano, semplicemente riaffiorano in superficie dentro tutti, siate voi produttori o siate voi nostalgici.

 

Leggi anche: Stranger Things – La potenza della nostalgia

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