La struggente poetica di Sam Mendes

Francesco Malgeri

Aprile 13, 2018

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Sam Mendes, American Beauty, Revolutionary Road.

Struggente: che denota o rivela un turbamento interiore. Un desiderio, una nostalgia struggente.

Mai aggettivo fu più indicato per introdurre il topic su Sam Mendes, un regista cresciuto in teatro ma destinato a stupire il mondo sul grande schermo. Non tanto per aver diretto i nomi più altisonanti del panorama cinematografico mondiale, quanto per l’unicità della sua produzione, quantitativamente non eccezionale, ma di indubbia qualità. Gli ultimi due film su James Bond, ad esempio, portano la sua firma, così come quel gioiello di Era mio padre (2002), l’ultimissima apparizione cinematografica di Paul Newman.

Mendes

American beauty, Sam Mendes

Tuttavia, ci sono due titoli che attirano in particolar modo la nostra attenzione, legati indissolubilmente l’uno all’altro, brillanti e riconoscibili, come due rose rosse in un campo di margherite: American Beauty (1999) e Revolutionary Road (2008). La struggente poetica di Sam Mendes confluisce nella sua pienezza in queste due indimenticabili pellicole; in questo articolo proverò ad enucleare alcuni centrali punti di contatto tra i due film dimostrando in che modo si facciano luce a vicenda. Evidente, in questo senso, come i nodi chiave delle due vicende si tocchino, si appoggino l’un l’altro, tra immagini divenute iconiche e colonne sonore memorabili (firmate, d’obbligo citarlo, da Thomas Newman).

E’ un cinema minimalista, intimistico, quello che ci viene mostrato in questi due capolavori: il turbamento dell’uomo è messo in primo piano da un rapporto diretto con il paesaggio, attraverso colori, inquadrature, ritmi scanditi delle riprese, focus sulle espressioni dei protagonisti volti a captare ogni singolo dettaglio dei loro stati d’animo.

Ciò che ci viene consegnato è il dramma umano nella sua autenticità, spoglio di qualsivoglia superfluo estetismo o coinvolgente artificio. Ma non per questo privo di simbolismi o di diverse chiavi di lettura: uno stile che discende direttamente dal cinema di svuotamento di Michelangelo Antonioni (ispirazione che scendendo nel particolare si traduce più volte in omaggio: la moneta con cui giocherella Jude Law in Era mio padre, ad esempio, è la stessa di David Hemmings in Blow Up, ed entrambi interpretano un fotografo). Addentriamoci, dunque, tra gli elementi che ne hanno caratterizzato la poetica.

American Beauty e Revolutionary Road: La gabbia delle apparenze

Dead already

Mendes

American beauty, Sam Mendes

Come in Antonioni, una velata ma feroce critica alla società dei consumi caratterizza i lavori di Mendes. Evidente in entrambi i film, la perfezione degli ambienti casalinghi, esterni ed interni: i salotti, i giardini, gli arredi; tutti accomunati da una perfezione scandita da forma e colore. Inseriti in un ambiente esteticamente perfetto: così ci vengono presentati i protagonisti. E, paradossalmente, è da questa perfezione che scaturirà la loro crisi interiore: il premiato Kevin Spacey ed Annette Bening in American Beauty, rispettivamente Lester e Carolyn Burnham, la coppia titanica Di Caprio-Winslet in Revolutionary Road, interpretanti Frank ed April Wheeler.

Due matrimoni in superficie sani e floridi, ma in realtà freddi, avviliti da propositi di felicità mai mantenuti, e rimasti quindi privi di qualunque tipo di passione amorosa. Un rilievo per la dimensione apparente che, in particolare nel primo film, verrà messa in evidenza da ogni singolo personaggio.

Se in American Beauty troviamo un uomo demotivato, schiavo del suo lavoro e di una moglie oramai posseduta dalle sue aiuole e dai suoi mobili, in Revolutionary Road abbiamo lo stereotipo della coppia medio-borghese americana: i giovani sposi nella loro splendida villa, invidiati da tutto il vicinato per la loro apparente freschezza. Una perfezione estetica che in entrambi i casi imprigionerà i loro protagonisti, rinchiusi negli schemi di un conformismo ipocrita, ma al contempo assoggettante, inglobante. Ed all’interno di questo quadretto perfettamente curato sembrano udirsi gli urli disperati di prigionieri impotenti, intrappolati in una perfezione che, di fatto, non esiste. La loro frustrazione è evidente in ogni espressione, in ogni azione, in ogni atteggiamento.

Mendes

Revolutionary Road, Sam Mendes

Ed è una prigionia i cui rimandi sono presenti in numerosissimi elementi delle due pellicole. A partire dai vetri di porte e finestre della casa di Revolutionary Road, i cui motivi ricordano delle sbarre, per arrivare al meraviglioso simbolismo di American Beauty, nascosto in quasi ogni singola sequenza. La rosa rossa, divenuta negli anni l’emblema del film, è il simbolo più più ricorrente: se nel singolo caso di Lester può convenzionalmente rappresentare il ritorno all’amore e alla passione, nella totalità della pellicola assume significati molto più sottili.

L’intera caratterizzazione del personaggio di Carolyn, ad esempio, ruota attorno al simbolo della rosa: entrambe belle, eleganti, raffinate, ma al contempo fragili, evanescenti, ingabbiate, per l’appunto, dalla loro appariscenza. Guardando più da vicino, ci si accorge che la rosa, simbolo dell’amore che trionfa, della fede e delle passioni, rappresenta in realtà lo splendore superficiale, la perfezione apparente volta a distrarre da un siderale vuoto interiore. In altre parole, la schiavitù del conformismo.

Mendes

 

American Beauty e Revolutionary Road: Liberazione e fuga illusoria

Taking off

Come fuggire dalla prigionia, come riuscire a tornare finalmente a vivere? La soluzione, perfettamente contestualizzata da Mendes, risiede nell’evasione. Il Kevin Spacey di American Beauty ne è l’esempio lampante: risvegliato improvvisamente da un invaghimento nei confronti di Angela, un’amica della figlia adolescente, compie un percorso a ritroso volto a ricercare, quasi disperatamente, quelle sensazioni che da giovane lo proiettavano alla vita. Ricomincia a fumare spinelli, a lavorare nei fast-food, ad allenare il proprio corpo; tutto questo con lo scopo di evadere dall’assurda prigionia in cui lavoro e rapporto coniugale l’hanno trascinato.

Parallelamente, la April di Revolutionary Road, amaramente consapevole di aver fallito nelle sue ambizioni recitative, convince il marito a darsi alla fuga: mollare tutto ed esaudire il sogno di trasferirsi a Parigi. Questa l’utopica idea per sfuggire le frustrazioni di una vita quotidiana avvilente e dare finalmente un significato alla loro vita. D’improvviso, il fuoco della passione torna a divampare: la coppia torna ad amarsi, e con fierezza annuncia all’intero vicinato il progetto Parigi. In questa dimensione illusoria, Frank ed April ritrovano gioia e freschezza da tempo perse tra bisogni familiari e tensioni coniugali.

Mendes

Il ritorno alla vita dei protagonisti di entrambi i film (Kate Winslet più che Di Caprio per quanto riguarda Revolutionary Road) ha i tratti di una vera e propria fuga solitaria. Il percorso intrapreso dal Lester di American Beauty renderà ancor più abissale la distanza con la figlia e la moglie, a sua volta rifugiatasi nell’adulterio (con un uomo che nella sua evanescente apparenza incarna il sogno americano da lei da sempre inseguito: “Chiamami pazzo, ma questa è la mia filosofia: per fare in modo di avere successo, è basilare proiettare un immagine di successo in qualsiasi momento”), così come la notizia del progetto Parigi verrà accolta da amici e vicini degli Wheeler non solo con sorpresa, ma con irriverente perplessità.

E’ il rimuovere incautamente i veli della finzione, è l’abbracciare una vita vera da cui tutti fuggono, mimetizzati tra gli schemi della normalità. Emblematico, in questo senso, che gli unici punti di contatto dei protagonisti con altre persone siano con due personaggi dalla caratterizzazione particolarmente simile: i vicini di casa Ricky Fitts in American Beauty e John Givings in Revolutionary Road. Entrambi, nella loro apparente instabilità psichica, rappresentano l’uscire dagli schemi, il non assoggettarsi ai canoni del conformismo (il primo passa il tempo a filmare di nascosto la vita dei vicini e i più fugaci dettagli delle strade, il secondo è affetto da un disturbo delle relazioni sociali che lo porta a dire ciò che pensa in qualsiasi momento), e per questo folli, disadattati. Seppur decisamente più liberi, liberi di poter guardare oltre la superficie delle cose, scorgendone la bellezza, nel caso di Ricky Fitts, e la futilità, nel caso di John Givings.

Mendes

Sam Mendes e Il peso della verità

Never made promises

Evidente in Revolutionary Road, l’inafferrabilità delle illusioni: a Frank viene proposta una promozione, April rimane nuovamente incinta; il modello di vita borghese da cui entrambi fuggono è lì, annidato dietro l’angolo, pronto a ricomparire per far crollare sogni e ambizioni. In bilico tra l’avvilente realtà ed il sogno utopico, la stabilità del loro rapporto di coppia comincia a creparsi pericolosamente. In April germoglia l’idea di procurarsi un aborto, scegliendo quindi di continuare a coltivare l’illusione della libertà.

Dal canto suo, Frank accoglie la scelta della moglie con furioso dissenso, e schiavo degli schemi propostogli dal mondo che lo circonda, cade e cede al ruolo di padre e lavoratore assegnatogli dalla società: accetta quindi la promozione, evadendo la frustrazione commettendo fugaci ed insignificanti adulteri.

Passano i mesi, e l’utopia parigina, un tempo limpida ed estremamente vicina, si fa via via più lontana, sfocata, come la si guardasse da dietro un vetro opaco. E la passione riaccesa torna ad appassire come una rosa rinchiusa in cantina. Il meraviglioso dialogo tra April e Shep, amico di lunga data dei due, ci mette di fronte ad anni e anni di speranze disilluse ed implicite promesse di fatto mai mantenute.

Per anni ho pensato che condividessimo un segreto: che noi saremmo stati meravigliosi nel mondo. Non sapevo esattamente come, ma la sola possibilità mi faceva sperare. Quant’è patetico tutto questo…riporre tutte le tue speranze in una promessa che non è mai stata fatta.

 

Contrariamente a quanto succede al Lester di American Beauty, ormai sempre più padrone della sua nuova libertà, mentre Carolyn continua a curarsi della superficie delle cose nonostante il vetro delle apparenze cominci ad incrinarsi pericolosamente. Andrà in mille pezzi dopo che il marito scoprirà il suo rapporto extra-coniugale, decretandone la fine. Lì, Carolyn, illusasi di aver trovato nell’adulterio la giusta medicina alle sue frustrazioni, urla di disperazione e si mostra vera, reale, per la prima volta dall’inizio del film.

Man mano che le verità a lungo nascoste vedono la luce, la distanza nelle due coppie si fa sempre più ampia. Ulteriore e lampante riprova è data da due scene estremamente simili, e situate più o meno al medesimo minutaggio: i due uomini, Lester e Frank, provano per l’ultima volta a risvegliare una qualche sensazione impulsiva nelle due donne (seppur in modo diverso: Lester provando a sedurla, Frank confessandole i tradimenti con la speranza di una qualche reazione emotiva), ed entrambi si scontreranno contro il ghiaccio dell’ormai inesorabile indifferenza delle mogli, la prima più preoccupata di mantenere pulito il divano di seta italiana, la seconda incapace di provare una qualsiasi sensazione alla rivelazione del marito.

E in entrambi i film, in antitesi con le prime scene, Mendes fa cadere uno dopo l’altro tutti i veli: la figlia di Lester, Jane, all’appariscenza plasticizzata dell’amica Angela sceglie il mistero e la profondità di Ricky Fitts, innamorandosene; il padre di quest’ultimo, il colonnello Frank Fitts, presentatoci dietro un’omofobia radicata e feroce, rivela nella parte finale una dolorosissima omosessualità repressa, provando a baciare Lester.

L’equilibrio di coppia degli Wheeler, già da tempo latente, crolla definitivamente dopo l’episodio del pranzo coi Givings: la verità rivelata dall’instabile John è la stessa tenuta a lungo nascosta da Frank ed April, ovvero che al di là della loro apparente perfezione c’è e c’è sempre stata una coppia ordinaria, per nulla speciale, perfettamente conforme. E le decantate ed ammalianti promesse di una vita autentica e vera sono pian piano cadute, rivelando Frank nella sua vera natura: un uomo debole, incatenato al proprio ego, e succube di quel vuoto disperato da cui intendeva fuggire. In altre parole, comune. Un velo strappato via come un cerotto; e come ogni ferita scoperta, la verità brucia e fa gemere di dolore.

Due delle scene chiave del film avvengono l’una dopo l’altra: l’indifferenza di April alle confessioni del marito è seguita dal pranzo con i Givings, durante il quale John dà voce ad anni ed anni di silenzi consumati all’interno della coppia. La voce di John è di Pierfrancesco Favino.

Sam Mendes, American Beauty e Revolutionary Road: l’Epilogo

Look closer

Il percorso delle due coppie si chiude nella maniera più emblematica, e, se vogliamo, nell’unica possibile. In American Beauty, Lester suggella il suo percorso di liberazione provando a sedurre l’amica di sua figlia, fonte e sorgente del risveglio delle passioni. La rivelazione della verginità della ragazza lo porterà ancora più a fondo nel suo processo di ritorno alla vita: rifiutando l’adulterio, riscopre il valore dell’innocenza e, soprattutto, la sua bellezza.

L’epilogo del protagonista racchiude di fatto gran parte del significato del film: per riuscire ad apprezzare questa vita sempre più plasticizzata e conforme, è necessario guardare oltre, più da vicino la sua natura. Angela si presenta ai suoi occhi come nient’altro che una fantasia sessuale, un’irraggiungibile sogno erotico, per poi avvicinarsi sempre di più e rivelare una fragilità ed un’innocuità commoventi. D’improvviso, l’intero percorso intrapreso da Lester assume un senso: riabbracciando la purezza, la natura candida della ragazza, riabbraccia la vera american beauty che inconsapevolmente ricercava. E allo scoprire che Jane, sua figlia, sente di essersi innamorata, sorride sinceramente toccato. Ogni velo è caduto, ogni genuinità dissotterrata, ogni ostentato atteggiamento svanito: Lester è finalmente libero.

Ma è troppo tardi. Nonostante tutto, verrà ucciso da un Frank Fitts incapace di accettare di aver rivelato se stesso, mostrando quanto effettivamente pericoloso possa essere quel “guardare più da vicino” che l’ha portato a concludere il proprio percorso di liberazione. E pagando così con la morte la sua evasione.

Lester conclude il percorso; tutti i veli sono finalmente caduti.

In Revolutionary Road, un’April oramai incinta da quattro mesi si ritrova di fronte la prospettiva di una vita rinchiusa nella sua villa, schiava della monotonia di quella strada. Prospettiva che, dopo aver assaporato una libertà utopica crollata nel vuoto delle illusioni, diventa impossibile da digerire. E allora, torna a indossare la maschera casalinga, reincarna il modello della moglie perfetta che tutto il vicinato si aspetta da lei: sorride al marito, gli prepara la colazione, gli chiede novità sul lavoro; per poi rimanere sola e procurarsi un aborto che la porterà alla morte.

In entrambi i casi, si tratta di un epilogo estremamente pessimista, nel quale la morte viene dipinta come l’unica via d’uscita dalla prigionia del quotidiano, nel disperato tentativo di dare un significato alla propria esistenza. Sam Mendes racconta storie di universale attualità: i suoi personaggi sono schiavi di loro stessi, fautori della propria debolezza e della propria meschinità, ma al contempo incapaci di abbracciarne la consapevolezza; e allora, si nascondono dietro al materiale, al tangibile, per non dover mai voltare lo sguardo e ritrovarsi faccia a faccia con la propria natura.

Eppure, il regista inglese ci mostra al contempo a cosa può portare il provare un ritorno alla vita, un riabbracciare i valori persi all’indomani dell’infanzia: a lotte solitarie, ad accuse di immaturità, a giudizi taglienti del conforme mondo che ci circonda. E alla morte, nell’iperbole artistica disegnata da Mendes, in un irrisolvibile vortice di contraddizioni. Perché se è vero che l’identità determina ciò che siamo, allo stesso modo l’inseguirla, il costruircela minuziosamente, l’ostentarla disperatamente in ogni momento ci rende vuoti, schiavi di un’immagine senza significato. Prigionieri, dunque, di noi stessi.

Difficile stilare conclusioni, impossibile decretare un verdetto; la profondità e l’incredibile varietà dei temi che Sam Mendes ci ha offerto lasciano spazio ad infinite interpretazioni, a totale discrezione dello spettatore. L’unico consiglio che mi sento di darvi è di immergervi completamente nelle sue opere, catturandone ogni dettaglio, ogni colore, ogni particolare nascosto. Lasciarvi, quindi, cullare dalla sua poetica.

 

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