Settimana Shakespeariana – Cesare deve morire, tra le mura di Rebibbia

Carmine Esposito

Aprile 25, 2018

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Cesare deve morire

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Scena del film.

«Con questo non intendo dire che sono circondato da aguzzini. Ti sembrerà assurdo ma le peggiori angherie ci vengono fatte a cuor leggero, banalmente, per distrazione o per l’abituale scarsa considerazione nei nostri confronti. Il fatto che anche noi, pur se detenuti, apparteniamo alla razza umana, che siamo membri della “specie Uomo”, sembra non riguardarli».

(Annino Mele, Mai. L’ergastolo nella vita quotidiana)

Ciak! Colore! Azione! Non si dice così su un set cinematografico, ma più che l’azione, nel film dei fratelli Taviani conta il colore. Il film si apre con la scena finale del dramma di Giulio Cesare: Bruto implora i congiurati che sono rimasti al suo fianco di aiutarlo a morire, per placare la sete di vendetta di Marco Antonio, ma soprattutto per potersi finalmente liberare del fantasma di Cesare che lo bracca implacabile.

Bruto trova la morte, la Repubblica tanto aspramente difesa trova la morte, e con loro la libertà e la democrazia trovano la morte, aprendo le porte di Roma alla nascita dell’Impero. La pièce riscuote grande successo. Applausi, abbracci, complimenti. Una gioia fugace, un assaggio di umanità, prima di tornare alla realtà. Prima di tornare ognuno nella sua cella.

Svanisce la magia del teatro, e i colori della battaglia che hanno illuminato lo schermo, lasciano il posto a un bianco e nero molto più affine al grigio delle pareti del carcere.

Un laboratorio teatrale ambientato in un carcere, che si pone l’obiettivo di portare sul palco il Giulio Cesare di Shakespeare: questa la fictio scenis utilizzata dai fratelli Paolo e Vittorio Taviani, per farci penetrare negli spazi fisici e mentali dei reclusi in regime di massima sicurezza di Rebibbia.

Un esperimento teatrale, ma anche cinematografico, dove la storia si muove sempre a cavallo tra realtà e finzione. Perché se da un lato il laboratorio viene creato ad arte per la realizzazione della pellicola, dall’altro le esperienze e le storie dei protagonisti sono pura verità. Reati, pene, condizione carceraria, condanne, sono il vero punto di partenza della pellicola che, in questo caso, assume quasi le connotazioni del documentario, o meglio, di mockumentary.

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Scena del film.

Le audizioni, le prove singole e generali, lo studio dei personaggi, tutto si svolge negli spazi e nei tempi che il carcere impone ai suoi ospiti. E così, immersi nelle tonalità di grigio che contraddistinguono il cinema in bianco e nero, i protagonisti provano le scene durante il passeggio, nell’ora d’aria, mentre rimettono in ordine le celle o il reparto.

Immaginare di essere veramente Bruto o Cassio o Antonio diventa quindi un modo per volare con la mente, superare la scopa, il filo spinato o le pareti, e portare un tocco di colore all’interno di corridoi dove la luce fatica ad entrare. Creare una crepa nel mondo delle sicurezze che il carcere rappresenta per ogni condannato a lunghe pene detentive.

Il detenuto che Red de Le ali della libertà definirebbe istituzionalizzato, condannato a vent’anni o addirittura all’ergastolo, che si rifugia nella routine carceraria come unico polo fermo nella propria esistenza, ha la possibilità finalmente di sognare, e di provare a dare una consistenza alla sua vita al di là della condizione di reclusione attraverso l’arte.

Scena del film.

E quale opera migliore del Giulio Cesare di Shakespeare? L’opera più “politica” del bardo di Stratford-upon-Avon è una profonda riflessione sui valori della libertà e della democrazia, condotta indagando le diverse anime che muovono un uomo politico: l’anima passionale, ma ingenua di Bruto, l’anima invidiosa e strisciante di Cassio, l’anima arrivista e melliflua di Antonio, l’anima ambiziosa e intoccabile di Cesare.

L’opera però diventa anche uno strumento per ragionare sul ruolo dei vinti all’interno della Storia, con la S maiuscola; per realizzare, cioè, come gli sconfitti vengano ritratti sempre come antagonisti nello svolgersi degli eventi anche se, come nel caso dei congiurati contro Cesare, questi fossero gli unici a essersi eretti a baluardo di difesa della Repubblica di Roma, contro le derive autoritarie e tiranniche di Cesare.

E proprio per questo, in una catarsi profondamente affine a Stanislavskij, i detenuti, che rappresentano i vinti più vinti della società moderna, tramite i personaggi che devono interpretare ci raccontano la loro personale lotta per la libertà.

Mano a mano che ognuno di loro entra in confidenza con il copione e con la parte assegnatagli crea uno stretto parallelismo tra vicende teatrali e vicende personali: l’amico e camorrista che non vuole sparare, le piccole delazioni tra i corridoi, la lotta fratricida per il potere, il colloquio andato male, sono tanti piccoli episodi raccontati dalla prospettiva di chi non ha mai avuto voce nell’immaginario comune, liquidato subito come geneticamente criminale, con una diagnosi decisamente lombrosiana.

Scena del film.

Opera di toccante umanità, capace di spingere la riflessione sulla detenzione oltre determinati canoni stabiliti e stereotipati. Cesare deve morire è un film che occupa un posto speciale nel cinema italiano e negli adattamenti Shakesperiani. La semplicità con cui dà voce ai tanti la cui voce non è possibile ascoltare e che, una volta di più, utilizzano parole di altri autori per esprimere passioni, paure, rimorsi, rimpianti. 

La tenerezza con cui ci mostra il ritratto intimo e impietoso dei mostri di oggi: toccati dall’arte, commossi dalla poesia, divertiti dal teatro. Questi sono i meriti di una pellicola da recuperare assolutamente, oggi più che mai, per conoscere il lascito di Vittorio Taviani: grande cineasta italiano che ci ha lasciato quest’anno.

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